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Archeologia

Rieti

Cripte sotto le macerie

Tombe paleocristiane affiorano nel centro storico di Accumoli ferito dal terremoto

Il crocifisso riemerso nella zona rossa di Accumoli

Accumoli (Ri). A volte per riaccendere la speranza e l’entusiasmo basta una scintilla. Vale in genere per le persone. Vale cento volte di più per coloro che hanno perso, oltre alla casa e agli affetti, il mondo che li circondava. Ad Accumoli, uno dei borghi più feriti dal terremoto che un anno e mezzo fa ha devastato l’Italia centrale, quella scintilla ha la forma di cripte, di volte e cunicoli.
Un sito archeologico nel cuore del cratere? Forse. E potenzialmente importante. Sono i primi giorni di gennaio quando, nella parte alta di quel che era il centro storico, durante le operazioni di movimento terra per l’apertura di una pista di cantiere su cui far transitare le macerie di tipo A (beni tutelati), cominciano ad affiorare una serie di strutture sotterranee. E poi resti ossei umani, monili di agata, un chiodo e un crocifisso.
I pochi testimoni scattano qualche foto. Ma i più devono accontentarsi di immaginare: zona rossa, accesso vietato. E le autorità competenti, sindaco e Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio, latitano. Nessuna notizia, zero chiarimenti. Si teme che i ritrovamenti possano essere ricoperti per andare avanti con i lavori e realizzare la strada. I cittadini, residenti e non, si mobilitano come possono. Movimentano i social per tenere alta l’attenzione. Interviene il Comitato «Illica Vive», dall’agosto del 2016 in prima linea per la rinascita di quei luoghi, che allerta la stampa, interpella Italia Nostra e scrive al Comune, al Mibact e ai Carabinieri del Nucleo di tutela del patrimonio culturale. Chiede poi una consulenza ad alcuni archeologi e storici dell’arte che, sulla base delle fotografie, avanzano le prime ipotesi: tombe di epoca paleocristiana.
«Le cripte, racconta Sabrina Fantauzzi, giornalista e fondatrice del Comitato, sarebbero state successivamente inglobate in una chiesa del Trecento, forse la chiesa di Sant’Agostino, distrutta con l’annesso convento dal terremoto del 1703». Solo un’attenta ricerca storico-archeologica potrà far chiarezza sulla datazione e sull’interesse culturale della scoperta. Ma per adesso tutto tace. E i cittadini sono in apprensione, anche perché, in seguito ai rinvenimenti, il sito è stato posto sotto tutela dal Mibact ed è ufficialmente off limits. Neppure ai proprietari dell’area interessata, nonostante le ripetute richieste, è consentito entrare. «Siamo allibiti, arrabbiati e delusi. Abbiamo il diritto di vedere ciò che sta succedendo e di essere informati, dicono, si tratta della nostra storia».
E in una terra dove la parola d’ordine, oltre che ricostruire, è riconnettere i fili dell’identità e della memoria collettiva, scusate se è poco.

Laura Sudiro, da Il Giornale dell'Arte numero 383, febbraio 2018


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