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Gallerie

Bologna dice basta alle «mini Art Basel»: ArteFiera punta sulle nostre gallerie

La 42ma edizione, diretta da Angela Vettese, è moderna, attuale, ostinatamente italiana

Per Angela Vettese è la seconda ArteFiera da direttrice. Foto © Pasquale Minopoli

La 42ma ArteFiera è la seconda diretta da Angela Vettese, che a differenza del 2017, quando tra la sua nomina e la manifestazione erano trascorsi poco più di sei mesi, ha avuto un intero anno per conferire alla fiera la propria impronta. L’appuntamento è a BolognaFiere dal 2 al 5 febbraio.

Centosette le gallerie nella sezione principale, ventisette nella sezione Solo show (con stand monografici), dodici nella sezione Photo (curata da Andrea Pertoldeo) e quattro nella sezione Nueva Vista (dedicata alle nuove proposte e curata da Simone Frangi). In tutto 180 partecipazioni di cui 150 gallerie, venti editori e dieci espositori nell’area  Printville. Ancora piuttosto bassa la percentuale di quelle straniere.

Tra le novità, ad affiancare la Main Section della fiera, vi è la sezione «Modernity». A proposito della quale Angela Vettese spiega: «Abbiamo premiato le gallerie che hanno presentato progetti più interessanti in due modi: con la sezione “Modernity”, che non vuol dire modernità, ma attualità dell’artista, a prescindere dalla sua generazione e dalle tecniche che usa. Si tratta di un allargamento di dieci stand per mostrare opere di artisti specifici, da Maria Lai a Regina José Galindo, da Marino Marini a Gianni Piacentino. Un’altra decina di gallerie porteranno le opere di artisti a loro cari in ambiti urbani un po’ speciali, soprattutto all’interno di palazzi di prestigio. Anche qui il criterio non è di generazione, ma di interesse. Abbiamo dilatato “Printville”, la parte dedicata alla stampa e opere multiple e abbiamo organizzato un convegno con l’Università Iuav di Venezia e l’Università di Bologna sul tema del rapporto tra arte e fiera: stranamente è un tema molto pressante, ma che viene affrontato di rado. La fiera resta un focus sulle gallerie italiane e la loro vitalità; si viaggia troppo facilmente per proporre mini Art Basel dappertutto».

L’altra novità, dunque, è il convegno internazionale curato da Angela Vettese e Clarissa Ricci «Tra mostra e fiera: entre chien et loup», dedicato all’ibridazione tra mostre e fiere, con relatori come Terry Smith, Bruce Altshuler e John Rajchman. «Dopo la sbornia estiva tra Atene, Kassel, Münster, Venezia e tutte le mostre collaterali di Documenta e Biennale, il 2017 è stato un anno faticoso e anche confuso, spiega la direttrice. Da una parte impegno politico esagerato e forse non troppo centrato, dall’altra un po’ di luna park; da una parte un hackerismo anticapitalista, dall’altra un continuo rispondere alle voglie di un mercato internazionale.  Il clima è molto vivace, ma con un senso di inafferrabilità del tempo e dei valori vitali che si evince dal boom delle opere performative, dal quale emerge poi il tema del loro possibile re-enactment. C’è anche molta riflessione su cosa sia la natura in un tempo di mutazioni, robot, scoperte fisiche e chimiche. E questo è forse l’aspetto da cui potremo attenderci più stupore e poesia».

Da segnalare infine il programma Polis, che include «Polis/Artworks», con installazioni in giro per la città, realizzato con il supporto di alcune gallerie in fiera, «Polis Cinema. La comunità che viene», un progetto curato da Mark Nash a BolognaFiere e al MAMbo, «Polis/Performing the Gallery», a cura di Chiara Vecchiarelli, e «Polis/BBQ» a cura di Mia D. Suppiej.

Stefano Luppi, da Il Giornale dell'Arte numero 382, gennaio 2018


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