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Il Giornale delle Mostre | Parigi

A Parigi Miró è un assassino

150 opere del pittore catalano in mostra al Grand Palais

Joan Miró, «Il Carnevale di Arlecchino», 1924-25 © Successió Miró - Adagp, Paris 2018. Foto Albright-Knox Art Gallery, Buffalo / Brenda Bieger e Tom Loonan

«Per me Miró è grande libertà. Qualcosa di più aereo, sciolto e leggero di tutto ciò che ho potuto vedere finora. È assolutamente perfetto»: così scriveva nel 1930 Alberto Giacometti. Joan Miró (1893-1983) fu uno degli artisti spagnoli più estrosi del ’900. Rompendo con la pittura convenzionale, che diceva di voler «assassinare», inventò un universo personale e poetico.

Dal 3 ottobre al 4 febbraio, una retrospettiva alle Galeries Nationales del Grand Palais (che aveva già ospitato una mostra su Miró nel 1974) ripercorre in 150 opere i settant’anni di carriera del pittore catalano, con prestiti tra l’altro dalla Tate di Londra, dal Centre Pompidou di Parigi e dal Metropolitan di New York.

La monografica «Miró» è curata da Jean-Louis Prat, l’ex direttore della Fondation Maeght che fu amico dell’artista: «Miró ha creato un alfabeto ancora sconosciuto in pittura. Un linguaggio né astratto né figurativo, che inventa qualcosa in relazione con lo spirito, un universo aperto al suo mondo».

La mostra si apre sui primi periodi fauve (1912-17), di cui Miró conservò l’esuberanza del colore, e cubista (1916-19), in cui fece propria la scomposizione dei piani e la decostruzione delle prospettiva. Una mostra sull’arte francese che Ambroise Vollard organizzò a Barcellona nel 1917 lo convinse a raggiungere Parigi, dove si trasferì nel 1920. Qui frequentò Paul Eluard, Michel Leiris, Tristan Tzara e Robert Desnos, conobbe André Masson e Picasso.

Nel 1925 Miró prese parte alla prima mostra surrealista e nel ’26 creò i «Paesaggi immaginari». Di lui Breton disse: «È il più surrealista di tutti noi». Opera emblematica di questo periodo è «Il carnevale di Arlecchino» (Albright-Knox Art Gallery, Buffalo). A partire dagli anni Trenta Miró si cimentò nella scultura, nei collage e nella ceramica. Negli anni Quaranta, segnato dalla guerra, realizzò la serie delle «Costellazioni».

La mostra si chiude sui grandi formati dipinti a Palma di Maiorca, tra cui il trittico «La speranza del condannato a morte II» (1974) della Fundació Joan Miró di Barcellona.

Luana De Micco, da Il Giornale dell'Arte numero 390, ottobre 2018


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