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Mostre

Mogli guerriere

Al Mic una panoramica della Mesoamerica e dell’Area Peruviana

Figura di guerriero in terracotta della cultura Nayarít Ixtlán del Río, Mesoamerica, 300 a.C.-400 d.C.

Ferrara (Ra). Curata da Antonio Aimi e Antonio Guarnotta, la mostra «Aztechi, Maya, Inca e le culture dell’antica America», dall’11 novembre al 28 aprile presso il Museo Internazionale delle Ceramiche (Mic), si annuncia un evento controcorrente nel panorama italiano. «Abbiamo infatti scelto di non focalizzare una singola cultura, precisa Antonio Guarnotta, ma di offrire una panoramica della Mesoamerica e dell’Area Peruviana attraverso le ricerche scientifiche condotte negli ultimi decenni, presentando soprattutto opere del Mic, molte delle quali inedite, e reperti, senza dimenticare l’aspetto informativo e divulgativo».

Dopo un’introduzione che diverrà parte permanente delle collezioni del museo, la mostra affronta 13 temi: l’ecosistema mesoamericano, le caratteristiche antropologiche di questi antichi popoli, la piramide sociale, la guerra, la condizione femminile, la religione, il gioco della palla, il calendario, la scrittura, il calcolo, la musica, l’arte e la conquista spagnola. Tra i temi più innovativi appare la rivalutazione della figura femminile.

Spiega Antonio Aimi: «Come dimostra la figura di divinità proveniente dalla costa mesoamericana e conservata al Mic, le donne morte di parto venivano equiparate ai guerrieri morti in battaglia e quindi divinizzate. Questa particolare attenzione per il ruolo della donna era tipica anche della società azteca, dove le donne godevano sicuramente di maggiore libertà che nella Milano del ’500, perché non si occupavano solo delle faccende domestiche, ma potevano anche produrre tessuti e altri beni e portarli al mercato. La cultura inca era più maschilista, ma recenti scoperte archeologiche hanno evidenziato in alcune società della costa nord del Perù la presenza di regine divenute tali per lignaggio personale, indipendentemente dall’esistenza di un marito. Ancora diverso il caso della cultura maya del Periodo Classico (300-900 d.C.), dove le regine pur essendo sempre mogli di re talora dirigevano operazioni militari».

La mostra conferma la pratica cruenta del sacrificio umano a fini religiosi, smitizzando la destrezza di questi popoli in campo ingegneristico e scientifico, ma evidenziandone ad esempio l’invenzione del gioco di squadra della palla e l’abilità nel calcolo del Conto Lungo, ovvero quel ciclo calendariale di 5.125 anni che fissa la creazione del mondo il 6 settembre 3114 a.C., legittimando la monarchia divinizzata. Altro tema d’interesse è la scrittura, caratterizzata dall’uso di glifi e differentemente utilizzata dalle varie culture. Così mentre Maya e Olmechi hanno prodotto veri e propri testi, finalizzati soprattutto alla propaganda politica, gli Aztechi si sono serviti della scrittura per il solo calcolo dei tributi e per registrare vicende storiche e miti in codici, che, però, erano strumenti mnemotecnici e non testi in senso stretto.

La mostra propone anche una nuova lettura della conquista spagnola del Messico (1519-21). Coerentemente con il libro di Aimi La «vera» visione dei vinti (Bulzoni), la presunta attesa da parte di Motecuhzoma e del suo popolo del dio Quetzalcóatl diviene infatti la versione propagandistica creata dai conquistatori, arrivati in un momento di frizioni sociopolitiche dovute alla volontà di Motecuhzoma di trasformare l’élite sacerdotale in casta di funzionari.

Tra i reperti in mostra figurano opere provenienti anche dal Museo delle Civiltà di Roma, il Mudec di Milano e il Museo Nazionale di Antropologia ed Etnologia di Firenze, da cui giungono due rarissimi propulsori, mentre grande attenzione è dedicata alla rivalutazione di capolavori come la Figura di guerriero della Cultura Nayarit Ixtlán del Río.

Elena Franzoia, da Il Giornale dell'Arte numero 391, novembre 2018


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