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Falsa anche l’Avanguardia russa

Scandalo al museo Msk di Gand in Belgio dopo i falsi Modigliani esposti in Palazzo Ducale a Genova e i falsi Manzoni distrutti a Milano

La direttrice dell'Msk di Gand Catherine de Zegher e il collezionista russo Igor Toporovskij

Lo scorso 20 ottobre ha aperto al Museum voor Schone Kunsten (Msk) di Gand la mostra «Modernismo Russo 1910-1930», con 24 opere attribuite ad artisti come Larionov, Goncarova, Tatlin, Filonov, Kandinskij, Malevic, El Lissitzkij, Exter, Popova, Rozanova, Rodcenko e Udaltsova. La provenienza di tutte le opere era stata identificata nella Fondazione Dieleghem, istituita dai russi Igor Toporovskij e dalla moglie Olga.

Il 15 gennaio il quotidiano fiammingo «De Standaard» ha pubblicato una lettera aperta firmata da dieci personalità del mondo dell’arte ed esperti di avanguardia russa, che hanno definito le opere in mostra a Gand come «estremamente discutibili», con la richiesta di rimuoverle in attesa di ulteriori ricerche. Tra i firmatari vi sono i mercanti d’arte Julian Barran, James Butterwick, Richard Nagy, Ivor Braka e Jacques de la Béraudière e curatori e collezionisti, tra cui Natalia Murray, cocuratrice nel 2017 della mostra «Arte russa 1917-1932» alla Royal Academy, e Alex Lachmann, presenza fissa nelle aste londinesi di arte russa. «Non hanno una storia espositiva, non sono mai state riprodotte in pubblicazioni scientifiche e non hanno dei dati di vendita rintracciabili», dichiara Lachmann.

La lettera ha portato a una riunione d’emergenza all’Msk. Allo staff del museo è stato chiesto di non commentare la vicenda. Alle 15.30 è stata  rilasciata una dichiarazione in cui si afferma che l’Msk aveva valutato i prestiti sulla base di «informazioni confidenziali fornite dal collezionista» e che «la documentazione e le descrizioni in possesso della Fondazione Dieleghem forniscono basi fondate alla storia e all’autenticità di ogni singola opera». Il materiale in questione non è però stato reso pubblico. Questa dichiarazione, su richiesta del ministro fiammingo della Cultura Sven Gatz, annunciava anche l’istituzione di un comitato di esperti «per condurre ulteriori ricerche sulle opere d’arte russe attualmente esposte all’Msk», e concludeva con la dichiarazione, non confermata, del consigliere per la cultura di Gand Annelies Storms, che l’Msk era «involontariamente finito in una discussione tra galleristi e mercanti, molti dei quali hanno interessi diretti nella questione».

L’affermazione della Storms ha infastidito quattro dei firmatari della lettera: Konstantin Akinsha, Vivian Barnett, Natalia Murray e Alexandra Shatskikh, tutti accademici e/o cocuratori. Parlando anche per conto dei colleghi, Akinsha ha dichiarato al nostro giornale che risponderanno dopo aver consultato dei legali. Anche se Gatz in un primo momento aveva consigliato ai proprietari delle opere russe di contattare l’Msk, ora sta facendo del suo meglio per prendere le distanze. «Nel nostro Paese, direttori e curatori sono responsabili di quello che espongono i loro musei», ha detto al «De Standaard».

Il 18 gennaio, il ministro della Cultura fiammingo ha ordinato che i quadri di Gand venissero sottoposti ad analisi di laboratorio. Solo qualche ora prima, un articolo del quotidiano rivelava che anche Michel Polfer, direttore del Musée National d’Histoire et d’Art del Lussemburgo, era stato contattato dai proprietari «senza però aver ricevuto alcuna rassicurazione sulla provenienza o sull’ingresso delle opere in Belgio».

La direttrice dell’Msk Catherine de Zegher non ha voluto rilasciarci dichiarazioni, ma ha rinviato ai coniugi Toporovskij, che affermano di essere «disponibili all’analisi e alla discussione» delle loro opere, aggiungendo che «gli esperti possono consultare i nostri archivi, esaminare ed esprimere pubblicamente un’opinione scientificamente supportata».
Igor e Olga Toporovskij si sono conosciuti all’Università di Mosca, dove studiavano Storia. Dopo la laurea nel 1988, Igor spiega di essersi unito al gruppo di esperti dell’Istituto europeo da poco istituito dall’allora presidente dell’Unione Sovietica Mikhail Gorbaciov, collaborando all’«organizzazione della sua visita in Vaticano» nel 1989. Ha lavorato quindi come «consulente indipendente» per Boris Eltsin e si è poi candidato, senza successo, al Parlamento russo come indipendente nel 1995. In seguito, l’unico reddito imponibile da lui dichiarato ha riguardato i pagamenti dal Ministero della Cultura per gli ultimi cinque mesi del 2005.

Nel 2006 i Toporovskij hanno lasciato Mosca per Bruxelles dopo «un disaccordo» con l’amministrazione Putin. Nikita Semyonov, membro della squadra per i crimini d’arte dal 2002 al 2008, fornisce una versione diversa dei fatti. L’ex avvocato si è imbattuto nel nome dei Toporovskij nel 2005-06 mentre indagava sul cosiddetto affare Preobrazhensky, che ha portato alla condanna di Igor e Tatiana Preobrazhensky, gestori della galleria Kollektsia di Mosca, per la vendita di dipinti russi falsi. Durante le indagini, racconta Semyonov, la Polizia aveva trovato una ricevuta scritta a mano per circa 3 milioni di dollari, firmata da Toporovskij per due dipinti di Malevic e Kandinskij che i Preobrazhensky avevano venduto a suo nome a un «potente oligarca». «Quando abbiamo iniziato a verificare la provenienza dei due quadri, prosegue Semyonov, abbiamo avuto dei dubbi sulla loro autenticità».

Toporovskij spiegò che le opere provenivano dalla famiglia di Iosef Orbeli, direttore del Museo dell’Ermitage dal 1934 al 1951, attraverso un certo Camo Manukyan. L’anonimo oligarca non collaborò con gli investigatori e non consentì che i quadri fossero esaminati. Toporovskij «emigrò dalla Russia poco dopo l’interrogatorio», aggiunge Semyonov. Quando gli abbiamo chiesto che cosa ricordasse dell’affare Preobrazhensky, Toporovskij ha dichiarato: «Ho visitato la galleria una volta; avevo qualche informazione sulla vicenda ma con molte lacune e imprecisioni».

Semyonov, ora consulente d’arte, si è imbattuto  nuovamente nel nome di Toporovskij nel 2013, quando è stato contattato da un artista che affermava di aver venduto, a circa 1.500 euro l’uno, una cinquantina di quadri «nello stile degli artisti russi dell’Avanguardia» proprio a Toporovskij e a un mercante russo con gallerie a Parigi e New York. Quest’ultimo era stato accusato di aver esposto quadri falsi dell’Avanguardia alla Moscow International Art Fair del 2012. Quando il mercante rifiutò di pagare, spiega Semyonov, l’artista andò dalla Polizia con le fotografie delle opere in questione. «Confrontando le immagini di questi quadri con quelle della mostra di Gand, vedo molte somiglianze», conclude Semyonov.

Nel 2009 Toporovskij aveva prestato vari dipinti alla mostra «Alexandra Exter e amici» tenutasi a Tours. La mostra era poi stata chiusa dalla Polizia che aveva sequestrato diverse opere sospettando che si trattasse di falsi. Un tribunale ha assolto Toporovskij e le opere sono state restituite. Nel 2017 i Toporovskij hanno registrato in Belgio la Fondazione Dieleghem, dal nome del castello di Dieleghem di loro proprietà che intendevano trasformare in un museo per ospitare la loro collezione entro il 2020. La mission dichiarata della collezione è «la promozione disinteressata di opere e artisti europei del periodo 1850-1930 e del Modernismo russo del 1900-30», ma la fondazione si riserva il diritto di vendere «qualsiasi bene di sua proprietà non considerato adatto alla collezione così come definita dal suo fondatore». La collezione si compone di circa 500 opere, per due terzi dipinti. Toporovskij spiega di aver deciso di esporne alcuni all’Msk «per accelerare i tempi. Abbiamo contattato diversi musei belgi (La Broverie a Liegi, il Musée d’Ixelles e Bozar di Bruxelles), poi ho parlato con il ministro Sven Gatz per decidere cosa fare. Quello di Anversa è il più grande museo fiammingo, ma è ancora in fase di ristrutturazione; restava Gand così ho contattato Catherine de Zegher». La De Zegher non è specialista in Modernismo russo ma nel 2013 ha curato la Biennale di arte contemporanea di Mosca. Nonostante ciò, conclude Toporovskij, le opere esposte all’Msk sono state scelte di comune accordo proprio con Catherine de Zegher.

Simon Hewitt, da Il Giornale dell'Arte numero 383, febbraio 2018


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