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Non vanno giù i numeri di Franceschini ai suoi «nemici» di Emergenza Cultura

La Chiesa di San Giovanni ad Amatrice semidistrutta dal terremoto dell'agosto 2016. Foto Carabinieri Tpc

Roma. «Emergenza Cultura», la «realtà collettiva» ideata nel 2016 da Tomaso Montanari e costituita da associazioni, professionisti dei beni culturali, intellettuali e cittadini in difesa dall’articolo 9 della Costituzione e in contrasto con la riforma Franceschini e in generale con le politiche dei governi Renzi e Gentiloni su cultura e ambiente, ha indetto ieri una conferenza stampa per controinformare sulle cifre «strabilianti» di ingressi e incassi museali snocciolate dal Mibact.

Sul palco della sala stampa estera hanno parlato Vittorio Emiliani, Adriano La Regina, Tomaso Montanari, Paolo Berdini, Paolo Liverani e altri smontando dati e proponendo soluzioni diverse ai problemi dei beni culturali. Si è ricordato che se Berlusconi nel 2011 aveva ridotto a lumicino il bilancio ministeriale, spolpato fino a un misero 0,19 % del bilancio statale, il rivendicato 0,29 di Gentiloni (ma dal governo Letta in poi alla Cultura si è unito il Turismo a cui spetta una fetta di risorse) è comunque ben lungi dallo 0,39 del governo Amato II del 2000.

Sordina alle trombe ministeriali anche sul trend positivo di crescita degli ingressi a musei e siti archeologici, «praticamente continuo dal 1996», spari ad alzo zero sulle domeniche gratuite «in realtà una calca e un caos indicibili», ironie sulla crescita dei visitatori al Pantheon, quel +71% dal 2010 al 2017 che spingerebbe la cifra finale oltre gli 8 milioni l’anno, ovvero «22mila visitatori al giorno che sono ben più di una affollatissima curva dello Stadio Olimpico». Anche gli introiti sono stati messi sotto la lente d’ingrandimento, i maggiori incassi sarebbero dovuti in buona parte al rincaro dei biglietti, vedi Uffizi, Palazzo Pitti o Venaria Reale, «più cara della Reggia di Versailles».

Al di là di cifre e dati a effetto, ai quali il Mibact sarebbe opportuno rispondesse, ci si è però lamentati di una riforma non basata su studi e confronti aperti, portata avanti dal ministro nel silenzio totale, spesso a colpi di decreti ed emendamenti. «Le soprintendenze hanno perso l’autonomia scientifica e gli organi consultivi sono stati sviliti», rimprovera La Regina. Con alle spalle 47 anni di servizio ai beni culturali, l’archeologo oggi in pensione denuncia che le linee guida della riforma, la «semplificazione» per le soprintendenze e i «criteri aziendali» per musei e siti archeologici, hanno creato solo nel primo caso confusione, paralisi e aggravio di tempi e costi, nel secondo caso mercificazione.

Le colpe sono anche delle Regioni, sottolinea l’urbanista Berdini già in forze alla giunta Raggi, come il Lazio che per fare cassa sta svendendo un gioiello di fine Quattrocento come Palazzo Nardini a soli 18 milioni. E che scardinano la tutela con nefaste leggi regionali, come quella sulla «rigenerazione urbana» sempre della Regione Lazio, che permette di demolire e ricostruire tutto ciò che non è vincolato. Come se non fosse noto che il centro storico di Roma non è vincolato in toto, come nessuno dei nostri centri storici, eccetto Urbino grazie a Francesco Scoppola (che allora suscitò non pochi risentimenti).

Poi c’è lo scandalo ignorato da tutti dei piani paesaggistici, che la legge imponeva alle Regioni di approvare entro il 31 dicembre 2009, mentre a oggi ne esistono solo 3 su 20: Puglia, Toscana, e quello virtuoso della Sardegna voluto dall’allora governatore Soru, che ancora resiste nonostante i durissimi attacchi subiti (a questi tre va aggiunto il piano paesaggistico del Piemonte, firmato lo scorso 14 ottobre, Ndr). Perché, ci si chiede, il Mibact non esercita i suoi poteri sostitutivi? Perché non richiama le Regioni ai loro doveri? E ancora: come difendere i territori se regioni come la Basilicata e l’Umbria hanno un unico ispettore archeologo?

Montanari mostra i disastri ancora aperti dal terremoto del 2016 in Italia centrale, foto con affreschi ancora dilavati dalla pioggia e altri disastri. «C’è un muro di propaganda che non si riesce a bucare, dice. Non possiamo lasciare il discorso pubblico sui beni culturali alle cifre del Ministero. C’è un problema di informazione». È convinto, come gli altri, che bisognava cambiare, ma sostiene che lo si è fatto in peggio, «in modo radicale e con una sorta di furore ideologico».

Ci sono anche proposte, Montanari ne illustra alcune: unire i ministeri che hanno competenze territoriali, cioè ambiente e beni culturali, separando il turismo; aumentare la spesa per la cultura; riportare le piante organiche, che Franceschini ha ridotto a 19mila unità, alle precedenti 25mila; abbattere la precarietà lavorativa nel campo della tutela; varare una vera legge sul consumo di suolo, «doppio anche negli anni di crisi edilizia rispetto alla media Ue». Sperando che dopo il 4 marzo non succeda di peggio, come le dichiarazioni di Silvio Berlusconi su condoni e case senza licenza fanno temere.


Emergenza Cultura

Federico Castelli Gattinara, da Il Giornale dell'Arte numero 384, marzo 2018


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