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Mostre

Guttuso, mi scuso

Alla Gam di Torino si celebra il pittore militante

Renato Guttuso, «Donna alla finestra», 1942. Rovereto, Mart – Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto, Collezione VAF - Stiftung

Le pubbliche scuse dello storico dell’arte Piergiovanni Castagnoli a Renato Guttuso vanno in scena dal 23 febbraio al 24 giugno alla Gam-Galleria Civica d’arte moderna e contemporanea. Castagnoli, che è stato apprezzato direttore del museo torinese e che in gioventù stroncò il grande dipinto «I funerali di Togliatti» (1972), ora cura una mostra dedicata al pittore siciliano (1911) di cui lo scorso anno si è celebrato, in un silenzio neanche troppo imbarazzato, il trentennale della morte.

La mostra, a sei anni dall’antologica ordinata al Vittoriano di Roma, è indirettamente ispirata (o «autorizzata»?) dall’appena trascorso centenario della Rivoluzione d’Ottobre, dal cinquantenario del ’68 ma soprattutto da due elementi che configurano l’attuale clima curatoriale: l’intramontato interesse per il rapporto arte e politica e la rilettura il più possibile obiettiva di alcuni versanti dell’arte italiana, anche di quelli non così appetibili per un mercato oggi assetato di riscoperte.

Di sicuro è stato più facile riabilitare il «fascista» Sironi del comunista Guttuso, poco più che «un buon giornalista pittorico», anzi «un fallimento pittorico» secondo l’anatema del critico David Sylvester. Sembrano andate in prescrizione alcune cambiali: una figurazione di facile allegorismo ma anche ammiccante al salottiero mondo culturale romano; la mancata condanna dell’occupazione sovietica dell’Ungheria nel 1956; l’autogestione commerciale; il benessere economico; la mondanità che ne fece un personaggio da rotocalco, in vita (vedi la relazione con Marta Marzotto) e nella tomba (le polemiche sull’eredità).

E dopo la morte spuntarono ovunque i pretendenti all’eredità: nacque, proprio a Torino, il gruppo di rock demenziale «I figli di Guttuso» (ma era peggio «Orinato Guttuso» come lo chiamavano i neofascisti nel dopoguerra). Meglio, oggi, limitarsi alle parole di Pasolini, che della sua pittura colse, sia pure in punta di penna, tutte le contraddizioni.

«Renato Guttuso. L’arte rivoluzionaria nel cinquantenario del ’68», curata con la collaborazione degli Archivi intitolati all’artista, si sofferma sugli anni del più dichiarato impegno politico, quando malinconie e citazionismi erano di là da venire in quella pittura che alla fine, secondo qualche critico, denunciava anche i suoi limiti formali. Si parte così da «Fucilazione in campagna» (1938), in memoria di Federico García Lorca e si arriva, attraverso una sessantina di opere, ai già citati «Funerali di Togliatti», foto di gruppo dell’establishment e della nomenklatura di Pci e dintorni. In mezzo, i disegni di «Gott mit uns» (1944) e quadri come «Lotta di minatori francesi» (1948) e «Vietnam» (1965).

Nonostante il taglio tematico, la selezione spazia su tutti i generi praticati da Guttuso: ritratti, autoritratti, nature morte, interni e paesaggi. In catalogo (SilvanaEditoriale), testi del curatore, di Carolyn Christov-Bakargiev, Elena Volpato e Fabio Belloni. A corredo, scritti di Guttuso, prolifico sulla tela e sulla pagina.

Franco Fanelli, da Il Giornale dell'Arte numero 383, febbraio 2018


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