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Mostre

Un curatore in controtendenza

Sopravvivere a Caravaggio

A Milano Alessandro Morandotti rivela che nel Seicento è esistita una pittura autonoma rispetto al segno lasciato dal Merisi. Con Procaccini, Strozzi e Rubens si può sfuggire alla «dittatura imposta dall’industria delle mostre e dell’editoria»

Alessandro Morandotti di fronte al «Davide con la testa di Golia» (1621) di Simon Vouet. Foto: Maurizio Tosto

Mentre nel vicino Palazzo Reale è ospitata la mostra «Dentro Caravaggio», la cui chiusura è stata prorogata di una settimana, al 4 febbraio, per assorbire il maggior numero possibile di aspiranti visitatori che hanno già superato le 320mila unità, alle Gallerie d’Italia - Piazza della Scala la mostra «L’ultimo Caravaggio. Eredi e nuovi maestri. Napoli, Genova e Milano a confronto 1610-1640» (fino all’8 aprile) affronta l’ingombrante nome del pittore lombardo secondo un approccio molto diverso.

Alessandro Morandotti, curatore della rassegna, parte da un confronto diretto tra l’unico dipinto di Michelangelo Merisi (Milano, 1571 - Porto Ercole, 1610) presente in mostra, il «Martirio di sant’Orsola» realizzato nel 1610 per il collezionista genovese Marcantonio Doria e oggi conservato a Palazzo Zevallos, sede museale di Intesa Sanpaolo a Napoli, e il dipinto di identico soggetto, analogo impianto compositivo ma di stile completamente diverso che Bernardo Strozzi (Genova, 1581/82 - Venezia, 1644) dipinge negli anni 1615-18. Morandotti, con il coordinamento generale di Gianfranco Brunelli, intende infatti dimostrare con questa mostra come nell’Italia del Seicento, soprattutto nei tre decenni immediatamente successivi alla morte di Caravaggio e così tradizionalmente considerati come forgiati dalle esperienze del pittore lombardo, sia esistita una storia dell’arte «autonoma».

Professor Morandotti, questa mostra vuole dimostrare che nei tre decenni successivi alla morte di Caravaggio la storia dell’arte in Italia ha avuto uno sviluppo non necessariamente dipendente dalla «lezione« caravaggesca. È corretto?
La dittatura del nome di Caravaggio, imposta dall’industria delle mostre e dell’editoria, ci fa talvolta dimenticare che esistono molti altri modi di dipingere e interpretare il mestiere nei primi decenni del Seicento. L’Italia, a titolo d’esempio, è caravaggesca a Roma, a Napoli e in tutta l’Italia meridionale. Molto meno a Firenze, Bologna, Venezia, Torino, Genova e Milano. E proprio questi ultimi due centri sono il fuoco della mostra.

È plausibile riconoscere un legame tra l’arte di Caravaggio e la successiva stagione della pittura barocca?
Caravaggio è antitetico al Barocco: è pittore di sintesi, essenziale nella composizione e nelle scelte cromatiche, mentre il Barocco è uno stile pirotecnico per prospettive variate, forzature, eccessi cromatici. Due mondi opposti, che si avvicendano, come la mostra racconta.

Nel percorso della mostra, dei 56 dipinti esposti 20 sono del bolognese Giulio Cesare Procaccini. Perché gli è stata riservata così tanta attenzione?
Procaccini, erede di Correggio e di Parmigianino e milanese di adozione fin dall’adolescenza, fa la spola tra Milano e Genova nei primi decenni del Seicento, negli anni in cui a Genova arriva da Napoli il «Martirio di sant’Orsola» di Caravaggio. La sua pittura festosa, colorata e protobarocca segna la strada per una vera e propria alternativa a Caravaggio tra Milano e Genova.

Quali altre personalità emergono con maggiore evidenza nella mostra?
Rubens, di cui sono esposte poche ma significative opere, è uno dei motori della svolta barocca in Italia settentrionale, come lo è stato allora anche a Roma. Con lui dialogano Procaccini e Bernardo Strozzi, il pittore genovese che mette a punto il suo stile studiando le 90 opere di Giulio Cesare presenti anticamente nella collezione di Giovan Carlo Doria. È proprio Strozzi, pittore di casa Doria, a rispondere alla cupa e drammatica sant’Orsola di Caravaggio con un dipinto trasognato e coloratissimo, ed è il «prete genovese» (come è anche noto Strozzi anticamente considerando il suo «primo lavoro», tra l’ordine dei cappuccini e il clero regolare) a segnare il percorso della mostra con le sue opere esposte.

Ci sono in mostra autori in attesa di una dovuta rivalutazione critica?
Matthias Stom, o Stomer, il neerlandese che tra gli anni Trenta e Quaranta difende l’eredità caravaggesca in molte zone d’Italia (Roma, Napoli, la Sicilia) inviando opere in altre parti della penisola, come Bergamo ma anche Genova, dove le sue opere arrivano e infiammano la città più di quanto avesse fatto il «Martirio di sant’Orsola» di Caravaggio, arrivata qualche tempo prima.

Questa mostra può contribuire a far sì che il pubblico cambi la propria visione circa la pittura caravaggesca e postcaravaggesca?
È una scommessa che abbiamo giocato come una sfida, anche con Gallerie d’Italia e Banca Intesa Sanpaolo che l’hanno promossa sebbene sulla carta non fosse una mostra facile e di «cassetta» come si vuole oggi. Con la mia collega all’Università di Torino Gelsomina Spione e i nostri allievi abbiamo messo a punto apparati didattici semplici ma molto articolati che aiutano il visitatore a seguire il racconto della mostra, che è molto visitata. Forse almeno il nome di Procaccini rimarrà in mente per sempre a chi ci è stato.

Tra i prestiti per la mostra, ce n’è uno che non è riuscito a ottenere e del quale si rammarica particolarmente? Tra quelli ottenuti, di quale è particolarmente lieto?
Mi sarebbe piaciuto esporre il terzo dipinto di Matthias Stom già in casa Spinola a Genova, riprodotto in catalogo ma non concesso dai collezionisti privati ai quali l’ha venduto qualche tempo fa Benappi Fine Arts di Londra. Però abbiamo ottenuto la «Salomè con la testa del Battista» di Bernardo Strozzi della Gemäldegalerie di Berlino: per me uno dei grandi quadri del primo Seicento europeo. E poi naturalmente la vera star della mostra: la grande «Ultima Cena» di Procaccini da Santa Maria dell’Annunziata del Vastato a Genova reduce da un articolato restauro a La Venaria Reale: un Cenacolo barocco indimenticabile.

Cristina Valota, da Il Giornale dell'Arte numero 383, febbraio 2018


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