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Le grandi mostre fotografate dai grandi fotografi: Bernini a Villa Borghese visto da Massimo Listri

Anna Coliva: «In un luogo di bellezza assoluta, mostre di bellezza assoluta»

Roma. Direttore generale della Galleria Borghese, Anna Coliva è forse l’unico dei superdirettori nominati dal ministro dei Beni culturali Dario Franceschini riconfermato al suo posto. Si è laureata a Roma con Giulio Carlo Argan. È specializzata su Bernini, Caravaggio, Domenichino, Parmigianino, Dosso Dossi e, in generale, sulla pittura emiliana e romana del Cinque e Seicento. Ha all’attivo oltre un centinaio di pubblicazioni. Funzionaria del Ministero dei Beni culturali, dopo un periodo nelle Soprintendenze, è stata responsabile delle collezioni del Palazzo del Quirinale e poi è passata alla Galleria Borghese. Ha svolto inoltre le operazioni necessarie per giungere alla riapertura al pubblico del Museo nel 1997, sotto la direzione di Alba Costamagna. È tra i massimi esperti al mondo della Galleria Borghese, della quale si occupa a trecentosessanta gradi con il piano triennale che include la donazione di opere, la cura degli spazi verdi intorno alla Villa, mostre di studio della collezione museale e il progetto internazionale «Caravaggio Research Institute», che prevede la creazione della più completa banca dati sul pittore, con il sostegno di Fendi. Le è stata conferita la «Medaglia Puškin» dal Presidente della Federazione Russa, per avere contribuito allo sviluppo delle relazioni russo-italiane. Dalla Repubblica francese è stata insignita dell’onorificenza di «Chevalier des Arts et Lettres» e ha ricevuto la Légion d’Honneur dal Presidente. Per celebrare i vent’anni della Galleria Borghese, fino al 20 febbraio, affiancata nella cura da Andrea Bacchi, ha trasformato il museo nell’ideale «teatro» di una mostra ampia e sfaccettata su Gian Lorenzo Bernini. Una rassegna che riprende i fili critici dell’esposizione che nel 1998 indagò la produzione plastica dello scultore barocco, e punta a restituire, per la prima volta, l’intero arco della sua carriera, che si espresse non soltanto attraverso la scultura e la pittura.

Anna Coliva, all’Università è stata allieva di Giulio Carlo Argan. Che cosa le ha insegnato?

Giulio Carlo Argan, o meglio il suo folgorante manuale di storia dell’arte, è la ragione per cui decisi di studiare la storia dell’arte. Al liceo una professoressa ci fece adottare quel libro rivoluzionario; scoprii così un desiderio ancora più forte: studiare ciò che quel testo insegnava. Modificò il mio modo di percepire l’arte, come credo sia accaduto a chi ha avuto la costanza di studiarlo. Molti studiosi stranieri, tra i quali veterani come il novantenne Irving Lavin (al quale abbiamo dedicato la mostra di Bernini), rimproverano all’Italia di non avere saputo riconoscere il valore straordinario di Argan. Negli anni Trenta Argan ha operato una rivoluzione metodologica, ponendo la storia dell’arte su basi scientifiche e non più sulle basi del gusto e della «critica d’arte». La sua metodologia ha permesso la nascita di una disciplina e quindi la formazione di una scuola. Chi è stato toccato fortemente dall’insegnamento di Argan sente che in Italia l’applicazione della storia dell’arte è un dovere civico.

Argan ha influenzato anche le sue scelte professionali?
Tanti anni fa rifiutai un’offerta professionale al Getty Museum, dove avrei potuto dedicarmi allo studio puro e percepire uno stipendio che qui nemmeno ci sogniamo: sarebbe stato straordinario. In realtà avverto le responsabilità legate all’esercizio di questa professione, che comporta l’applicazione di una «politica» nei confronti del patrimonio culturale dello Stato. Non dobbiamo scordarci che il nostro Ministero fu fondato sotto lo stimolo di Argan nel 1974.

Che cosa ha significato portare avanti l’eredità ideale lasciata da Argan?
È un compito che forse ci saremmo dovuti assumere noi suoi allievi, ma se fossero continuate a rimanere unite l’Università e le Soprintendenze. Così il Ministero ha purtroppo perso «potere» e la possibilità di ottenere risorse necessarie allo svolgimento della propria funzione.

Perché scelse la Soprintendenza?
L’istituzione amministrativa del Ministero dei Beni culturali aveva accolto come metodologia una disciplina scientifica. Il lavoro di catalogazione, di restauro e valorizzazione finalmente era svolto secondo criteri scientifici. Bisognerebbe forse ripartire da queste basi concettuali della fondazione del Ministero dei Beni culturali: queste potrebbero dare un senso migliore alle caratteristiche e alle mete del nostro Ministero.

Lei ha ricevuto critiche per le sue mostre di approfondimento su aspetti e autori delle collezioni della Galleria Borghese, in particolare per il progetto «Dieci grandi mostre» che prevedeva ogni anno una monografica legata alla collezione museale. Molti sostenevano che la Galleria Borghese è il museo di una dimora storica piena di capolavori e che quindi non dovrebbe aver bisogno di mostre temporanee. Che cosa è per lei la Galleria Borghese?
L’unica «mission« della Galleria Borghese è studiare la sua collezione. Quando decisi di intraprendere il progetto di dieci mostre ero consapevole delle critiche che avrei sollevato. Già allora la mia convinzione era forte e credo che il tempo mi abbia dato ragione. Le mostre esistono per un motivo preciso: sono esibizioni, «show», che significa «mostrare». Quando si matura un pensiero complesso su un luogo, su una problematica della storia dell’arte, una cosa è scrivere un articolo, un’altra è «mostrarla», perché questo mostrare deve essere in grado di potersi sostenere, di essere visivamente convincente. Siamo consapevoli di come la Galleria Borghese sia un luogo di una bellezza assoluta, tanto fragile quanto pericolosa da maneggiare. Ma non metterla in scena equivarrebbe ad avere una grande soprano e non farla cantare perché non si rovini la voce. La soluzione era stabilire una metodologia espositiva nuova e diversa. La preziosità della Borghese, a mio avviso, si può valorizzare mettendo il luogo stesso in grado di «parlare», introducendo elementi diversi, in grado di suscitare nuovi stimoli, riflessioni rispetto al patrimonio artistico che lo abita. Tutte le mostre finora organizzate hanno portato novità filologiche, storiche, conoscenze nuove.

La mostra su Bernini è la prima a indagarne la produzione globale. Questo artista è effettivamente un innovatore in tutti i campi artistici?
Abbiamo toccato i molteplici aspetti di un sommo ingegno, quale fu Bernini nel Seicento, che riconobbe un unico contendente: Michelangelo. La mostra ha inteso recepire i risultati degli studi sull’artista, che sono stati stimolati dall’esposizione «Bernini scultore. La nascita del Barocco in casa Borghese», che curai nel 1998 con Sebastian Schütze nella Galleria Borghese. Tutti questi studi più recenti tendono a posticipare la data di esecuzione delle opere degli esordi dello scultore rispetto ai suoi biografi, con la complicità di Bernini stesso, che alimentava il mito della sua precocità talentuosa.

Il cardinale Scipione Borghese era animato da una curiosità per la produzione contemporanea: basti pensare all’opera di mecenatismo svolta con i giovani Caravaggio e Bernini. Lei spesso organizza mostre o eventi di arte contemporanea nel museo. Nel 2007 ha avviato il progetto «Committenze contemporanee», in associazione con il MaXXI; l’estate scorsa è stata ospitata l’azione sonora «Respira» di Daniele Puppi. Non pensa che queste iniziative servano soprattutto a dare una patente di «nobiltà» al contemporaneo?
È stato usato il termine «Committenze» perché Scipione fu un committente di artisti a lui coevi, di molti dei quali si è persa la memoria. Per noi si tratta di poter avere un altro sguardo, profondo, sapiente sulla collezione, che non può essere se non quello di un altro artista, in grado di scoprirne altre potenzialità. L’estate scorsa, per esempio, con il respiro sincopato di Puppi della durata di quindici minuti, che diventava sempre più affannato, era come se le antiche sculture tornassero a respirare e quindi a vivere.

La Galleria Borghese è uno dei venti musei statali italiani dotati di autonomia speciale. Come trova i fondi per organizzare mostre di rilievo internazionale?
È un modus operandi che abbiamo perseguito ancora prima della riforma. La Galleria Borghese dipendeva dalla Soprintendenza, che dovendosi occupare di tutto il patrimonio sul suo territorio non avrebbe mai trovato i finanziamenti necessari. Così ho cominciato a pensare a una programmazione decennale da presentare nella ricerca degli sponsor: realtà industriali, imprenditoriali ed economiche, mecenati. Siamo riusciti a usare anche i fondi europei, come nel caso della prima mostra di Bernini. Invece con l’autonomia finanziaria possiamo finalmente programmare con precisione le spese e i ricavi, predisponendo un business plan. L’aspetto più interessante nella ricerca dello sponsor è poter capire se i nostri progetti valgono, metterli sul mercato.

Perché nel 2017 avete partecipato a Tefaf Maastricht, la più importante fiera di antiquariato del mondo?
Proprio perché è la più importante, la più antica, la più qualificata nel campo dell’arte antica. Ogni anno Tefaf invita come ospite d’onore un museo internazionale, offrendogli la possibilità di farsi conoscere in maniera più approfondita, allestendo alcune opere della sua collezione. In ogni edizione passano 90mila visitatori circa, tra cui i migliori mercanti d’arte, i principali direttori di musei e collezionisti internazionali. Nel 2017 è stata invitata la Galleria Borghese, che ha mostrato un nucleo di opere. Una straordinaria occasione per far conoscere il nostro museo, perché la Galleria Borghese ha bisogno di essere conosciuta in maniera più allargata, come d’altra parte moltissimi altri musei italiani che non sono conosciuti come invece ci fa piacere credere: nessun museo italiano, nonostante i dati dell’affluenza dei visitatori, è entrato nell’immaginario collettivo con la forza del Louvre, del British Museum o del Metropolitan, nemmeno gli Uffizi. E riguardo al Colosseo, per i visitatori è come andare a Disneyland. Dobbiamo lavorare sull’immaginario, non sui numeri. In precedenza a Tefaf erano stati ospitati musei come il Louvre e l’Albertina, ma non credo che nei loro Paesi siano state sollevate tante polemiche come nel nostro caso. In Italia persistono forti pregiudizi verso tutto ciò che può riguardare il mercato. Che cosa c’è di male a fare il mercante? L’importante è farlo in maniera trasparente, legittima, intelligente e farlo bene. E ancora, che cosa c’è di male a mostrare un gioiello su un palcoscenico mondiale per la storia dell’arte? In quell’occasione abbiamo potuto divulgare molte iniziative che stavamo organizzando, tra cui il progetto sulla mostra di Bernini, con il risultato di coinvolgere tutti i direttori e i curatori dei musei che ci dovevano prestare le opere, ottenendo tutti i prestiti richiesti. La Galleria Borghese è stata costituita da un collezionista e dei mercanti hanno venduto le opere a questo collezionista, quindi perché non dovremmo ritornare alla determinante della propria ragione d’essere?

Che progetti ha per la Galleria Borghese?
Quello che vorrei lasciare alla Galleria Borghese è innanzitutto un grande progetto di ricerca, che continui nel tempo e che finalmente è stato varato; poi i risultati prodotti dalla ricerca scientifica condotti sui temi delle mostre. In tutti questi anni però mi sono resa conto che bisogna lavorare sull’accoglienza dei visitatori e sugli spazi dedicati ai servizi, la prima immagine che il visitatore ha del luogo. Anche un museo straordinario di bellezza e contenuti come questo ha grandissimi deficit nell’accoglienza dei visitatori. Vorrei lavorare soprattutto su questo, con il fine di lasciare una traccia degna di una così alta eredità del passato. Chi entra alla Borghese ha la percezione di una schizofrenia fra la zona moderna, dove sono i servizi di accoglienza e che è resa disordinata dall’accumulo di materiali diversi secondo un malinteso senso di «architettura» moderna, e la bellezza mozzafiato dei due piani soprastanti; tra il sotto e il sopra. Non significa fare il finto antico ma vuol dire dare tutte le possibilità e il decoro che deve avere il luogo dei servizi per il pubblico. Abbiamo già lavorato e continueremo a perfezionarlo basandoci sull’andamento del flusso dei visitatori (ne abbiamo più di 2mila al giorno). Questo è un altro problema del nostro museo che stiamo affrontando: ad esempio, oltre alle normali prenotazioni, abbiamo attivato i biglietti last minute, che consentono al visitatore di evitare lunghe attese. Forse potremmo avere molti più utenti, ma per fortuna abbiamo un numero chiuso, altrimenti questo museo così fragile ne sarebbe compromesso irrimediabilmente. Credo che il limite strutturale dato dall’antica scala che raccorda tutti i piani dal seminterrato alla lunga sarà la salvezza di questo luogo.

Può anticiparci i contenuti della prossima mostra su Picasso?
Si aprirà ad ottobre e sarà dedicata a Picasso scultore. Rientra nel progetto «Picasso-Méditerranée» promosso dal Musée Picasso di Parigi nel 2015 e che riunisce istituzioni culturali di Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, tra cui la Spagna, il Marocco, la Grecia, l’Italia e Cipro. La Galleria Borghese avrà così l’occasione di proseguire la sua ricerca specifica sulla scultura, portata avanti negli ultimi anni. Perché questa è la casa della scultura: Canova, ma anche Giacometti, il couturier Azzedine Alaïa che scolpisce il corpo con materiali soffici, e infine Picasso.

Francesca Romana Morelli, da Il Giornale dell'Arte numero 383, febbraio 2018


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