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Archeologia


Il lusso dell’America prima degli spagnoli

Al Met una mostra esplora l'universo religioso, politico e artistico di Inca, Aztechi e dei loro predecessori

New York. Al Metropolitan Museum of Art (Met) la mostra «Regni d’oro: lusso ed eredità nelle Americhe antiche» presenta dal 28 febbraio al 28 maggio circa 300 reperti provenienti da 57 musei di 12 Paesi. La rassegna è stata organizzata in collaborazione col Getty Museum di Los Angeles, dove è stata esposta negli ultimi mesi dello scorso anno.

Con questa iniziativa il Met e il Getty presentano una straordinaria selezione delle opere d’arte, degli ornamenti e degli oggetti rituali delle élite per esplorare l’universo religioso, politico e artistico dell’America preispanica.

La mostra, in particolare, prende in esame le culture che si sono sviluppate nelle aree che hanno visto il fiorire delle società più complesse e articolate dell’antica America: l’Area Peruviana, l’Area Intermedia e la Mesoamerica. Lungo il percorso espositivo e nel catalogo i reperti sono presentati in modo da far capire al visitatore la collocazione geografica e la scansione cronologica delle diverse culture, tuttavia non mancano tagli monotematici sorprendenti e accattivanti: le offerte di Sipán, la lavorazione della conchiglia, le offerte del Templo Mayor di Tenochtitlan ecc.

Della mostra abbiamo parlato con Joanne Pillsbury, responsabile delle collezioni precolombiane del Met e curatrice della mostra e del catalogo assieme a Timothy Potts e Kim Richter.

Dottoressa Pillsbury, qual è la differenza tra «Golden Kingdoms», i regni d’oro, e le precedenti mostre che il Met ha dedicato alle culture preispaniche?

In effetti il Met non organizza mostre del genere da oltre dodici anni e, di solito, queste iniziative prendono in esame una singola cultura che si è sviluppata dentro i confini di uno Stato moderno. Io però volevo fare qualcosa di diverso e liberare l’antica America dai confini nazionali attuali per far vedere come idee e oggetti fossero passati da una regione all’altra nel corso del tempo. Questa è stata la sfida più importante che ho dovuto affrontare per organizzare i prestiti. In particolare la mostra segue il percorso della diffusione della lavorazione dell’oro dalle sue origini nelle Ande fino al suo arrivo in Mesoamerica.
Oltre a questo aspetto, però, e a una particolare attenzione al contesto storico, nella mostra ho voluto prendere in esame una questione più generale: il processo che spinge noi esseri umani a scegliere i materiali che devono rappresentare e fissare le nostre più profonde conoscenze.

Da quale punto di vista ha presentato le culture della mostra?

Una cosa che mi ha sempre intrigata è la gerarchia dei materiali, dallo Spondylus spp (una conchiglia, Ndr) che per gli Inca aveva più valore dell’oro e dell’argento, alle penne, che nella società azteca erano lavorate da artigiani che avevano uno status più importante di quello riservato agli orafi. Inoltre mi ha sempre interessata il fatto che nell’antica America gli artisti e i loro committenti scegliessero per la realizzazione di opere materiali che dovevano suscitare un forte impatto, percettivo, sensuale e concettuale. In questo modo il proprietario dell’opera si collocava oltre il mondo del quotidiano, anche perché questi materiali erano associati al soprannaturale, essendo partecipi delle essenze delle divinità.

Quali sono i pezzi più interessanti della mostra?

Per me i pezzi più intriganti sono quelli che sono nati in una parte dell’antica America per essere poi trasportati in tempi antichi in luoghi distanti migliaia di chilometri dal luogo in cui erano stati creati. Per esempio, trovo sorprendente la storia di una straordinaria giada olmeca che fu lavorata in Mesoamerica nel I millennio a.C., ma che fu collocata in una tomba della Costa Rica almeno mille anni dopo.

METROPOLITAN MUSEUM OF ART



di Antonio Aimi, da Il Giornale dell'Arte numero 384, marzo 2018


  • Uno dei reperti esposti al Metropolitan: diadema ritrovato a Cerro la Mina, Cultura Moche (100 – 800 d.C.). Oro, crisocolla, conchiglie

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