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Editoriali

Che cosa la cultura deve pretendere dalla politica

C’è un’altra Italia che si sta materializzando davanti a noi anche se ancora non la vediamo: l’Italia che riparte dalla cultura

Ambrogio Lorenzetti_Allegoria ed effetti del buono e del cattivo governo_1338_1339

La cultura è stata purtroppo tristemente assente dal dibattito della campagna elettorale, che in effetti assomiglia più a una lite di condominio che a un momento di necessaria riflessione su un progetto di società nel quale riconoscerci e su cui costruire benessere e sviluppo per le nuove generazioni di italiani, cioè coloro che più pagano oggi il conto della défaillance sistemica del nostro Paese su tanti, troppi piani.

Ha dunque senso riflettere su una possibile agenda di politica culturale per gli anni a venire? Malgrado tutto, forse sì. Perché, per quanto possa sembrare remota ora, la possibilità e anzi la necessità di un vero cambio di paradigma nel pensare le politiche di sviluppo di questo Paese non può essere rimandata più di tanto e finirà per imporsi da sola alla miope e asfittica agenda della politica.
Guardando a ciò che accade nello scenario europeo, osserviamo che una nuova attenzione per la cultura inizia a materializzarsi, ma con modalità relativamente anomale. Ciò che interessa sempre più è la capacità della cultura di entrare in un dialogo innovativo e spesso sorprendente con i temi più vari: dall’ambiente alla salute e al benessere, dalla coesione sociale all’innovazione. Ridurre quindi il contributo della cultura allo sviluppo ai soliti calcoli di impatto economico degli eventi culturali vuol dire quindi, in ultima analisi, non cogliere il punto vero, che è piuttosto la capacità della cultura di influire profondamente sui comportamenti, sui nostri atteggiamenti cognitivi e sulle nostre risposte emozionali.

L’accesso alla cultura non ci rende necessariamente persone migliori. Ma ci dà, se vogliamo, la possibilità di sviluppare abilità e competenze che possono renderci più capaci di produrre valore sociale e anche economico su una varietà di piani differenti. Ciò che dobbiamo chiedere alla cultura oggi, quindi, non è tanto di capitalizzare la capacità attrattiva dei nostri musei o delle nostre istituzioni culturali: sarebbe paradossalmente di maggior impatto economico rendere l’accesso alle nostre istituzioni culturali pubbliche gratuito, se ciò si riflettesse in un sistematico aumento dei livelli, oggi inferiori alla media europea, della partecipazione culturale degli italiani.

È infatti la partecipazione culturale che ci permette di scoprire nuovi modi di migliorare il nostro benessere psicologico, di capire il rapporto tra le nostre scelte quotidiane e gli obiettivi di sostenibilità ambientale, di imparare a stabilire un dialogo con chi è portatore di culture diverse dalla nostra, e, più in generale, di non aver paura delle idee che non ci sono familiari. Una paura che di fatto blocca la nostra capacità di essere innovativi come società e come economia. E attraverso questi canali, la cultura può produrre molto più valore di quanto potrebbe fare con le modalità che ci sembrano più ovvie e familiari.

In ultima analisi, quindi, dovremmo chiedere una cosa sola alla politica per gli anni che verranno: comprendere come il puntare, con metodo e criterio, sull’accesso alla cultura come priorità di politica (non «culturale» ma tout court) potrebbe aiutarci a migliorare il funzionamento dei nostri sistemi scolastici, sanitari e ambientali, a rendere il nostro Paese più innovativo e coeso, e soprattutto a permetterci di affrontare quel futuro che oggi tanto ci spaventa non in modo difensivo e a tratti violento come oggi, ma con mente aperta e fiducia, come un tempo sapevamo fare.

La cultura può aiutarci a fare tutto questo se cessiamo di concepirla come una forma di intrattenimento un po’ snob e iniziamo a considerarla come un fattore fondamentale di cittadinanza attiva. E se diamo spazio alle tante realtà che in Italia, spesso in modo silenzioso ma con una straordinaria determinazione, hanno provato a coniugare questo nuovo modo di pensare la cultura in modo creativo ed efficace, anche nei territori più critici e dimenticati, facendo del nostro Paese il più interessante laboratorio di innovazione sociale a base culturale dell’intera Europa. Non ne avete mai sentito parlare? Forse è anche per questo che il nostro dibattito politico attuale è così deprimente.

Guardiamoci intorno, apriamo gli occhi. C’è un’altra Italia che si sta materializzando davanti a noi, anche se ancora non la vediamo, ed è un’Italia in cui poterci riconoscere: un’Italia che riparte proprio dalla cultura. Diamole voce, diamole spazio. È ciò di cui abbiamo veramente bisogno.

Pierluigi Sacco professore di Economia della Cultura, Università Iulm Milano
e special adviser della Commissione Europea per l’Educazione e la Cultura

Pierluigi Sacco, da Il Giornale dell'Arte numero 384, marzo 2018


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