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Voglio Tefaf intrisa di contemporaneità

Il nuovo chairman Nanne Dekking ritiene che la trasparenza debba guidare le fiere nel XXI secolo

Nanne Dekking, chairman della Tefaf Foundation

Maastricht. L’anno scorso l'annuncio della nomina di Nanne Dekking a presidente della Tefaf Foundation non ha suscitato molto clamore. Ma tra le pieghe dell’incarico a questo manager newyorkese di origini olandesi, già negli organici di Sotheby’s e di Wildenstein & Co, potrebbe nascondersi una decisione ardita. Dekking illustra la sua visione per Tefaf e il cammino che intende intraprendere con la sua azienda basata sulla tecnologia blockchain, Artory, per portare trasparenza nel mercato.

Il suo predecessore a Tefaf, Willem van Roijen, l’ha descritta come un «sostenitore del cambiamento». Che cosa intendeva?

Cito spesso una frase da Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa: «Se tutto deve rimanere com’è, è necessario che tutto cambi». Credo fermamente nelle fiere d’arte, sono il solo mezzo a disposizione dei mercanti per riprodurre la tesa atmosfera di un’asta che spinge i compratori a prendere decisioni. Ma le fiere oggi hanno nuovamente bisogno di riflettere. Le case d’asta sono macchine di marketing fenomenali e sfruttano la tecnologia; dobbiamo competere efficacemente.

Come lo farà?

Allo stato attuale, solo circa il 2% dei millennial compra arte: iniziamo da loro per far crescere il mercato. Possiamo competere ampliando il mercato con la trasparenza. Le persone hanno bisogno di informazioni complete che le persuadano a comprare, quindi diamogliele. Ci vuole meno segretezza su ogni cosa. E concentriamoci sulla maggioranza degli oggetti sul mercato, che ha prezzi inferiori ai 50mila dollari.

Che cosa significa per lei Tefaf?

Amo Tefaf. Sono olandese, sono uno storico dell’arte e ho 57 anni, penso di essere stato presente a tutte le edizioni. Mi piace particolarmente l’ampiezza della sua offerta, è divertente imparare cose di cui non si sa assolutamente nulla. Le tabacchiere, ad esempio: che cosa si sa delle tabacchiere?

Quali opportunità vede ancora per le fiere?

Vedo con molto favore le fiere newyorkesi e penso che la prossima (Tefaf New York Spring, 4-8 maggio) sarà fantastica. Dovrebbero far notare di più i loro elevati standard di vetting. Circa 190 persone, per la maggior parte studiosi e curatori, vagliano e analizzano tutti gli oggetti. Potremmo fare di più. In linea generale, voglio spingere l’organizzazione nella realtà contemporanea e spiegare alla comunità di Tefaf come le cose stiano rapidamente cambiando. Dobbiamo essere tutti più aperti nei confronti di ogni novità. Cambiare atteggiamento non è facile, ma penso che i mercanti stiano iniziando a riconoscere da soli le opportunità.

Come si colloca Artory in questo contesto? Come ci siete arrivati?

Artory sta creando un registro indipendente che impiega la tecnologia blockchain (la stessa usata per i bitcoin) per immagazzinare dati inalterabili sulle opere d’arte. Si tratta di un sistema per creare un «retro digitale» del quadro. E nessuno può cambiare o contraffare le «etichette». Ci siamo arrivati quando Hasso Plattner, co-fondatore della corporation europea del software Sap e nostro cliente di lunga data, essendo lui stesso un collezionista, ha richiamato l’attenzione sulla necessità della trasparenza nel mondo dell’arte.

Quando sarà operativo il registro di Artory?

È pronto e numerosi importanti attori del mercato sono ansiosi di collaborare. La prossima fase sarà una campagna per spiegare il registro ai compratori, agli amanti dell’arte e ad altri professionisti.

Melanie Gerlis, da Il Giornale dell'Arte numero 384, marzo 2018


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