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La vedova allegra

La strepitosa collezione di Heidi Horten

Una veduta di una delle case di Heidi Horton con alcune opere della sua vasta collezione © HEIDI HORTEN COLLECTION

Fu «The New York Times» a chiedersi per primo, nel numero del primo luglio 1996 chi mai potesse essere il misterioso acquirente che nelle aste di arte impressionista, moderna e contemporanea appena chiuse da Sotheby’s a Londra, aveva fatto shopping per quasi 22 milioni di dollari, aggiudicandosi dipinti di alto profilo di artisti come Renoir, Chagall, Klee, Miró, Dubuffet, Freud e Bacon. L’intento, suggeriva il Nyt, era «chiaramente quello di costruire una collezione».

L’anonimo compratore, che aveva dato mandato a Agnes Husslein-Arco, allora direttrice di Sotheby’s Austria, di acquistare via telefono, si era portato a casa, fra le altre opere, «Les Amoureux» (1916) di Chagall per 4,2 milioni di dollari; «Geschwister» (1930) di Paul Klee per 4,3 milioni di dollari, e poi «Girl in a White Dress» di Lucian Freud, «Study for a Female Figure» di Francis Bacon ed «E. N. Idol» di Georg Baselitz. Un assemblaggio «eclettico», che aveva fatto pensare a «un gallerista che pensava di aprire bottega con qualche colpo grosso o, in alternativa, un boss di qualche organizzazione criminale», come ricorda oggi divertita Agnes Husslein-Arco.

Sulla base dell’informazione fornita dalla Sotheby’s, che si trattasse di «una donna residente in Europa», il giornale statunitense aveva quindi avanzato l’ipotesi che il favoloso personaggio potesse essere Heidi Charmat, vedova di Helmut Horten, «proprietario viennese di una catena di grandi magazzini, morto nel 1987, lasciandole in eredità una cifra stimata in 3 miliardi di dollari». Il «New York Times» aveva visto giusto. Effettivamente si trattava di Heidi Horten, a quel tempo sposata con l’imprenditore francese Jean-Marc Charmat, dal quale avrebbe poi divorziato nel 1998, riprendendo il nome del primo marito. Questi, tedesco di Bonn, classe 1909, aveva accumulato un’immensa fortuna, il cui primo tassello affondava le sue radici nell’arianizzazione del grande magazzino Alsberg nel 1936.

La sua attività aveva continuato a fiorire con successive acquisizioni di numerosi altri grandi magazzini in vendita o in svendita negli anni del Terzo Reich e quindi, in seguito al razionamento di prodotti di ogni tipo durante la guerra, era ulteriormente cresciuta grazie a una proficua funzione ufficiale come «distributore di prodotti tessili». Per quelle attività durante il nazismo, tra il 1947 e il 1948, Horten era stato detenuto in un campo di internamento inglese, prima di riprendere in mano le redini del suo impero commerciale, diventando in pochi anni «il re dei grandi magazzini» in Germania, nonché un residente della Confederazione Elvetica dopo la vendita di tutte le sue attività all’inizio degli anni Settanta. Secondo lo  storico tedesco Ulrich Soenius, era «un brillante uomo d’affari, ma anche un approfittatore di un sistema di emarginazione, persecuzione e da ultimo di annientamento».

Heidi, segretaria viennese figlia di un incisore, trent’anni più giovane di Helmut, era entrata nella sua vita nel 1960. Per le nozze nel 1966 aveva ricevuto in regalo il «Blauer Wittelsbacher», un diamante da 35 carati appartenuto al tesoro dei Wittelsbach, poi venduto nel 2008 per 24 milioni di dollari. Insieme avevano maturato fra l’altro la comune passione per l’arte: «All’inizio ci siamo concentrati sull’Espressionismo tedesco, che ancor oggi costituisce una colonna portante della mia collezione, dice Heidi Goëss-Horten. Insieme comprammo per esempio “Rote Abendsonne” di Emil Nolde, ma anche Picasso ci attirava fortemente».

Delle origini della fortuna del primo marito e di possibili problemi di coscienza nell’utilizzare quel denaro, Heidi Horten non accetta di parlare in alcun modo. Dal canto suo, Agnes Husslein-Arco, ex direttrice del Belvedere, sua vicina di casa al lago Wörthersee, consigliera e curatrice della collezione Horten, oltre che della sua prima presentazione pubblica al Leopold Museum di Vienna nella mostra «WOW! The Heidi Horten Collection», aperta fino al 29 luglio, ma anche membro del consiglio direttivo del Leopold quale rappresentante del Ministero austriaco alle Finanze, e vicina all’attuale governo di coalizione tra Popolari ed Estrema Destra, taglia corto: «La storia di Helmut Horten è nota e documentata. Il tema all’ordine del giorno non è questo, bensì questa bellissima collezione, costruita da Heidi Goëss-Horten negli ultimi 35 anni. Rallegriamoci della sua esistenza».

Dopo il decesso del marito, Heidi decide di dare massimo spazio all’arte nella propria vita senza figli: ha del resto vaste residenze fra l’altro sul lago Wörthersee in Carinzia, accanto a magnati come i Flick e i Porsche; a Kitzbühel in Tirolo; a Vienna, ma anche nel quartiere nobile di Belgravia a Londra, e alle Bahamas. Tutte dimore che a partire dagli anni Novanta si riempiono di capolavori: «Ogni opera ha un posto speciale nelle mie case. Dopo la morte di mio marito ho preso la decisione di creare una mia collezione e ho seguito sempre solo le mie inclinazioni, il mio gusto personale. Sono una persona con spiccato senso estetico e mi è sempre piaciuto circondarmi di arte come parte integrante della mia vita. Penso che l’arte dia felicità, prosegue Heidi Goëss-Horten. Un’opera mi deve dare piacere, guardo più all’opera che all’artista, e compro in modo spontaneo: ricordo per esempio perfettamente l’acquisto di “Les Amoureux” in quella travolgente asta londinese. Chagall mi affascina e quella di comprare quel quadro fu una decisione di pancia. Idealmente quel dipinto mi apparteneva. Fu un’esperienza unica, ricordo ancora perfettamente l’emozione».

Oggi la collezione Horten conta circa 500 opere di un centinaio di artisti, e fino al 29 luglio il Leopold Museum ne presenta 170 di 73 artisti: una carrellata, come sostiene Husslein-Arco, «attraverso 100 anni di storia dell’arte». «Mio padre disegnava e dipingeva e quindi ho sviluppato fin da piccola uno stretto rapporto con l’arte, continua Heidi Goëss-Horten, e anche io mi dilettavo a disegnare. Il mio amore per l’Espressionismo tedesco è di lunga data, e amo anche, oltre a Chagall, Magritte, Gustav Klimt, la Pop art americana: prediligo i colori accesi e lo si vede bene nella mia collezione. Ho anche un grande amore per la scultura. Nei miei giardini ho opere fra l’altro di Paladino, Gormley, François-Xavier Lalanne, Barceló, Erwin Wurm e Niki de Saint Phalle».

Considerata da «Forbes» la donna più ricca in Austria, 77 anni appena compiuti, uno yacht fra i più grandi e lussuosi del mondo, all’ancora a Venezia, un nuovo marito dal 2015 (il conte austriaco Karl Anton Goëss), con la mostra al Leopold, realizzata interamente a sue spese, Heidi Goëss-Horten ha deciso di presentare per la prima volta la sua favolosa raccolta, che, sostiene, è lungi dall’essere conclusa, anche se non sa dire se il suo destino sarà un’apertura permanente al pubblico: «La scelta delle opere l’ho compiuta io, conclude Agnes Husslein-Arco. Certamente questa mostra propone il meglio della collezione, annoverabile fra le più importanti in mano privata. Non soltanto perché comprende opere chiave, ma anche perché per molti artisti include significativi nuclei di opere, come quello riguardante Lucio Fontana o Yves Klein, o anche Chagall, Georg Baselitz o Emil Nolde. Questa mostra è un primo passo. Vedremo se vi saranno sviluppi».

LEOPOLD MUSEUM

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