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Mostre

Come brucia Bruce

Allo Schaulager di Basilea la monumentale retrospettiva dell’intramontabile Nauman

Bruce Nauman, «Contrapposto Studies I through VII» (2015-16)

Quando Bruce Nauman entrò nel programma per laureati della University of California a Davis nel 1964, l’istituto era ancora conosciuto soprattutto per il suo corso di agricoltura. Ma qui studiarono diversi artisti, tra cui Robert Arneson, Manuel Neri, William T. Wiley e Wayne Thiebaud, che avrebbero guidato il movimento artistico nordcaliforniano della Bay Area. Molti dei professori videro in Nauman un’intelligenza e un’indipendenza rare (aveva già iniziato a interessarsi di musica, filosofia e fisica quando era studente all’Università del Wisconsin), ma nessuno aveva intuito il ruolo fondamentale che avrebbe avuto nell’arte del ’900. Quasi nessuno. Jane Livingston e Marcia Tucker, all’epoca curatrici rispettivamente del Los Angeles County Museum of Art (Lacma) e del Whitney Museum of American Art di New York, proposero la prima retrospettiva itinerante di Nauman nel 1972 e nel 1973 (io, lo ammetto, fui tra quelli che avventatamente la giudicarono prematura e non positiva per il giovane artista).

Ora, dal 17 marzo al 26 agosto, lo Schaulager di Basilea accoglie la retrospettiva «Bruce Nauman: Disappearing Acts», una rassegna su cinquant’anni di lavoro. La mostra, coorganizzata con il MoMA di New York (dove si trasferirà dal 21 ottobre al 17 marzo 2019), comprende opere molto diverse, da disegni, sculture e ologrammi a installazioni audio e video. Cardine di questa iniziativa è Kathy Halbreich, ex vicedirettrice del MoMA e ora capocuratrice e consulente della Schaulager Laurenz-Stiftung. «Oggi Bruce è ancora tranchant come venticinque anni fa, quando la mostra che organizzammo io e Neal (Benezra, ora direttore del San Francisco Museum of Modern Art, Ndr) viaggiò in Europa e negli Stati Uniti», afferma la Halbreich. «È uno dei pochi artisti che conosco, Picasso è un altro, tanto per fare un nome, che ha mantenuto uno spirito acuto e ha continuato correre dei rischi e a sperimentare con i materiali da quando era uno studente fino a oggi, aggiunge. È sempre sintonizzato sul momento presente. Che cosa potrebbe essere più attuale dell’ordine “Pay Attention Motherfucker”? («Stai attento, figlio di puttana», Ndr)», si chiede, citando la scritta che appare in una litografia del 1975 e diverse opere a essa correlate.

La retrospettiva è la prima occasione per le giovani generazioni di ammirare «tutta la portata del lavoro di Nauman, prosegue la Halbreich, e per quelli che hanno seguito la sua carriera fin dall’inizio di osservare come il tono della sua opera sia cambiato negli ultimi anni, diventando malinconico, meditativo e ansioso, piuttosto che arrabbiato». Il sottotitolo «Disappearing Acts» richiama un arco emotivo dal tono di disaffezione confusa, tedio e paranoia delle prime opere a quello inquietante dell’arte di Nauman del XXI secolo. Anche se tra le 120 opere esposte quelle dei primi anni sono in quantità maggiore, Kathy Halbreich spiega che in mostra sono presenti anche «opere che occupano una sala intera e persino più sale». Tra queste, «Mapping the Studio II» (2001), «Contrapposto Studies I through VII» (2015-16) e «Contrapposto Split» (2017), una videoinstallazione in 3D proposta per la prima volta a Basilea.

La grande sorpresa della retrospettiva di metà anni Novanta, che ho visto in tre sedi, era stato il forte entusiasmo popolare con cui venne accolta. Tantissimi visitatori che prima non conoscevano l’arte di Nauman, soprattutto a New York, ne rimasero affascinati, anche dalle sue espressioni più caustiche. Il suo nome oggi è sicuramente più conosciuto, ma ora è difficile immaginare il modo in cui le sue opere potrebbero essere accolte.

Kenneth Baker, da Il Giornale dell'Arte numero 384, marzo 2018


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