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Mostre


Kalashnikov e mingong

A Palazzo Fava il graffitista Zhang Dali

Zhang Dali, «AK-47 (H8)», 2008, acrilico su tela, particolare

Bologna. Zhang Dali (Harbin, 1963), padre della Graffiti art in Cina, è di casa a Bologna. Sotto le due torri, infatti, lo street artist era arrivato nel 1989, a seguito dei drammatici fatti di piazza Tienanmen a Pechino, e vi era rimasto fino al 1995. Ora il capoluogo emiliano lo omaggia con un’ampia monografica. L’appuntamento è dal 23 marzo al 28 giugno a Palazzo Fava con l’organizzazione di Fondazione Carisbo e Genus Bononiae - Musei nella Città. Nove sezioni accolgono 220 opere tra sculture, dipinti, fotografie e installazioni che illustrano il dialogo, a volta brutale, tra elementi umani e architettonici nello spazio urbano.

La rassegna, intitolata «Meta-Morphosis», si apre con la serie «Human World» degli anni Ottanta, dipinti realizzati da Dali studente e caratterizzati da dettagli figurativi e rappresentazioni oniriche che mescolano arte orientale e occidentale. Segue il ciclo di fotografie «Dialogue and Demolition» dedicato alla furia della crescita urbana in Cina e «One Hundred Chinese». Quest’ultimo ciclo, realizzato tra il 2001 e il 2002, documenta la condizione del popolo cinese del Duemila, compresso tra una rapidissima globalizzazione, attraverso calchi di persone reali.

Il percorso si prolunga poi con i dipinti forse più noti in Occidente, quelli delle serie «AK-47» e «Slogan»: nei primi la sigla del kalashnikov, simbolo universale di guerra e sopraffazione, rimanda alla violenza del mondo mentre la seconda serie pone l’attenzione sugli ideogrammi che compongono i motti della Repubblica Popolare e divengono una sorta di foto segnaletiche di uomini e donne dai volti impassibili. La violenza lascia spazio al silenzio in «World’s Shadows», realizzata con l’antico processo fotografico della cianotipia su tela di cotone o carta di riso, e alla monumentalità di «Permanence».

Il visitatore è poi prepotentemente attratto dai cento pannelli di «A Second History» con cui Zhang Dali rivela la sistematica manipolazione delle immagini operata dal regime comunista tra gli anni Cinquanta e Ottanta. La mostra si chiude con la gigantesca installazione «Chinese Offspring» composta da numerose sculture raffiguranti i «mingong», i lavoratori che dalle campagne sono stati «deportati» in città.

di Stefano Luppi, da Il Giornale dell'Arte numero 384, marzo 2018


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