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Mostre

Il performer è un topo robot

Al Grand Palais utopia e ironia della tecnoarte

Oscar Sharp, «Sunspring», 2016 © Sunspring Film LLC

Parigi. Ecco una mostra che non ci si aspettava di visitare nei saloni classici delle Galeries Nationales del Grand Palais dove di recente si è chiusa una rassegna su Gauguin. «Artisti e robot», dal 5 aprile al 9 luglio, presenta l’arte al tempo del digitale e si interroga: nel mondo robotizzato di oggi, può la macchina sostituirsi (anche) all’artista?

La mostra, con la direzione artistica di Miguel Chevalier, artista messicano pioniere dell’arte virtuale, schiera una trentina di opere d’arte «digitale», in senso lato, dai suoi precursori, Jean Tinguely e Nicolas Schöffer, creatori di sculture «animate», fino a Orlan e al suo androide realizzato con i metodi più sofisticati dell’intelligenza artificiale. Una mostra in cui le opere d’arte non si osservano soltanto ma si «sperimentano», precisa la sua curatrice, e storica dell’arte, Laurence Bertrand Dorléac.

Che cosa vuol dire «sperimentare» le opere? Ha a che fare con l’evoluzione del pubblico da spettatore ad attore?

Già Marcel Duchamp diceva che
«chi guarda fa il quadro». C’era l’idea cioè del visitatore che «completa» l’opera con la sua interpretazione. Ogni opera se vogliamo si sperimenta, ma qui c’è una dimensione corporea nuova. È il corpo stesso a essere stimolato, in alcuni casi ad attivarsi. In un’opera come «Reflexão» della brasiliana Raquel Kogan, il visitatore è totalmente immerso. Un algoritmo genera numeri all’infinito che l’artista sembra quasi voler «incollare» sul corpo del visitatore. In «Les Pissenlits» di Edmond Couchot e Michel Bret il soffio del visitatore modifica l’opera.

In questo contesto cambia anche il profilo dell’artista in quanto informatico?

Se tutti gli artisti presenti nella mostra si interessano alle nuove tecnologie, sono pochi quelli che hanno una formazione d’ingegneria informatica e sono in grado di creare il loro sistema tecnologico. I più hanno una formazione classica e collaborano con specialisti. Questo permette probabilmente di conservare una dimensione ironica che non si avrebbe se tutti gli artisti fossero anche dei tecnici. Con la sua opera «Injoction», performance di un topo elettromeccanico e di una macchina, Nicolas Darrot in un certo senso si prende gioco della tecnologia.

Si sta scrivendo un nuovo capitolo della storia dell’arte?

Sicuramente sì. Ma la nostra intenzione non è creare nuove categorie. È piuttosto integrare questa forma artistica all’interno della storia dell’arte. Mostrare che si possono produrre opere nuove e interessanti utilizzando tecnologie diverse dagli strumenti classici.

Il robot potrà sostituire l’artista?

La risposta per noi è no. Il robot reagisce sempre a processi di modellazione dei dati. Se ben istruito è capace di riprodurre alla perfezione opere di Michelangelo. Ma non ha coscienza, non ha fantasie. Niente prova finora che il robot potrà liberarsi dalla guida dell’uomo. L’arte invece nasce accidentalmente, non si può prevedere. Un artista si riconosce dallo stile. Siamo convinti che la creatività resti una delle specificità dell’umano.

Luana De Micco, da Il Giornale dell'Arte numero 385, aprile 2018


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