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Impressionismo astratto

Al Musée de l'Orangerie di Parigi Il centenario della donazione delle «Ninfee» di Monet con Pollock, Rothko e C.

Le «Ninfee» di Claude Monet nel Musée de l'Orangerie a Parigi. Foto © Musée de l’Orangerie, Dist. RMN-Grand Palais, Sophie Crépy Boegly

Parigi. Claude Monet donò il ciclo delle «Ninfee» allo Stato francese all’indomani dell’armistizio dell’11 novembre 1918 che segnava la fine della prima guerra mondiale. Il dono fu ufficializzato nel 1922 ma il pittore, mai davvero soddisfatto, conservò le tele nel suo atelier fino alla morte, nel 1926, a 86 anni. L’insieme, composto da 8 dipinti per un totale di 200 metri quadrati di superficie, fu installato nelle sale ovali dell’Orangerie secondo la volontà dell’artista e il museo fu inaugurato nel 1927. Era stato il frutto del lavoro e del sogno di una vita. Le ninfee del giardino di Giverny, in Normandia, ispirarono al padre dell’Impressionismo più di 300 tele.

A cento anni dal prezioso dono, dal 13 aprile al 20 agosto il Musée de l’Orangerie propone la mostra «Ninfee. L’Espressionismo astratto americano e l’ultimo Monet», focalizzata su un episodio preciso: la «riscoperta» dell’opera di Monet negli anni Cinquanta da parte degli artisti della Scuola di New York con l’allestimento di opere di Barnett Newman, Jackson Pollock, Mark Rothko, Clyfford Still e Mark Tobey, oltre che di alcuni dipinti più tardi di Monet. Un omaggio è reso anche a Ellsworth Kelly, scomparso nel 2015.

Le «Ninfee» non incontrarono subito il favore del pubblico: solo nel 1952 André Masson definì le sale dell’Orangerie «la Cappella Sistina dell’Impressionismo». Nel 1955 Alfred Barr, primo direttore del MoMA di New York, acquisì «Nymphéas (W1992)», mentre il critico d’arte Clement Greenberg mise in relazione l’opera di Still e Newmann con la pittura tarda di Monet.

Nel 1956, il critico Louis Finkelstein parlò di «Impressionismo astratto» in riferimento a una corrente ispirata agli ultimi impressionisti, e in particolare a Monet, rappresentata da artisti come Joan Mitchell, Sam Francis e Philipp Guston.

Luana De Micco, da Il Giornale dell'Arte numero 385, aprile 2018


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