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Restauro


Sansepolcro, le risposte del restauro alla Resurrezione di Piero

La «Resurrezione di Cristo» di Piero della Francesca dopo il restauro

Sansepolcro (Arezzo). La «Resurrezione» di Piero della Francesca, custodita nel Museo Civico di Sansepolcro, è tornata a nuova vita dopo un lungo e complesso restauro che ha chiarito alcuni importanti quesiti rimasti a lungo senza risposta. L’affresco, sottoposto a una campagna di indagini scientifiche non invasive ed esame autoptico della superficie, svolti dall’Opificio delle Pietre Dure tra il novembre 2008 e il dicembre 2010, era risultato soffrire di gravi fenomeni di decoesione e/o sollevamento della pellicola pittorica, con aree di distacco degli intonaci pittorici e problemi diffusi di solfatazione: risultati che furono resi noti nel corso di una giornata di studi nel 2011.

Lo strato pittorico della «Resurrezione» non presenta pentimenti o rifacimenti. La tecnica è mista, in parte ad affresco, in parte a tempera e a secco. Piero fa uso soprattutto dello spolvero e le linee verticali sono ottenute con finissime corde battute sulla superficie intonacata di fresco, mentre alcune linee delle aste sono state incise direttamente sulla superficie. Sulla malta dell’intonaco pittorico, una volta asciutta, Piero dipinge alcuni particolari con ocra rossa o terra d’ombra, mentre altri sono ricavati a risparmio. Ai pigmenti tipici della tecnica ad affresco si alternano poi quelli della pittura a tempera, come il lapislazzuli, l’azzurrite, il cinabro, il minio, la lacca rossa, la malachite e la biacca.

Incredibilmente, nel 1864, la «Resurrezione» è descritta come opera dimenticata «in una sala priva di luce, indecente e insalubre» e si precisa che l’affresco «restando più a lungo dimenticato e sepolto nell’oblio corre gran rischio di più deperire»; così, nel 1896, il pittore inglese Edward Hughes è autorizzato a mettervi mano eseguendo, ahimè, una pulitura con acqua maestra (acqua e soda caustica).

Nel Novecento, Domenico Fiscali (pur intervenendo tra il 1913 e il 1922 con ampi restauri su città e sul territorio) compie solo una revisione dell’affresco di Piero. La statica della parete dell’affresco sarà messa a dura prova dai terremoti del 1917 e del 1948, ma anche da lavori alla Pinacoteca nel 1939 che comportarono la demolizione della volta. Nel corso di altri lavori strutturali della Pinacoteca, avviati nel 1950, l’affresco non fu rimosso ma nel 1952 il Consiglio Superiore delle Belle Arti decise la nomina di una commissione per la tutela di quel capolavoro.

Ad oggi, oltre alle tracce di prove di pulitura, figurano ben tre strati di fissativi soprammessi (non documentati), stesi per assicurare stabilità all’opera, uno dei quali di pigmentato d’intonazione marrone, forse per attenuare l’effetto dei danni da eccessiva pulitura causati dallo stesso restauratore. Inoltre, sulla zona perimetrale all’opera, corrispondente al confine tra la pittura originale e il rifacimento di completamento alla scena, risultano numerose rotture in corrispondenza delle colonne corinzie e sulla base della cornice.

La pulitura attuale, avvenuta in maniera molto graduale e attenta, attraverso alleggerimenti successivi dei materiali sovrapposti, ha permesso di ritrovare luminosità e vivacità cromatica ma anche effetti di profondità spaziale e perfino la «riscoperta» di torri, castelli e fortezze rappresentate sul paesaggio del fondo. La reintegrazione pittorica, circoscritta alle aree in cui è perduto il colore originale, è stata limitata alla ricucitura del tessuto pittorico, senza integrare alcuna lacuna di tipo figurativo.

L’ultimo nodo da sciogliere riguardava il presunto trasporto a massello, compiuto in altra epoca, verosimilmente antica, dato che il dipinto è attestato su quella parete fin dal primo Cinquecento. La verifica che si tratti di trasporto a massello (non supportato da alcun documento storico) che crea dunque il sostanziale isolamento strutturale dell’opera dalla sua parete, è importante dal punto di vista conoscitivo ma anche da quello della sicurezza sismica, essendo la zona di Sansepolcro ad alto rischio di terremoto. Il «Palazzo della Residenza», che ospita il capolavoro di Piero, sede delle magistrature cittadine, ha origini nei primi anni settanta del 1300, riedificato, per volere di Galeotto Malatesta, ma completamente riorganizzato nel Quattrocento, quando la sala dei Conservatori del Popolo, nella quale è l’affresco di Piero, fu separata in due parti.

In occasione del restauro è emerso che la committenza civica e non specificamente religiosa dell’opera di Piero (il cui tema è connesso all’emblema eponimo della città) potrebbe essere successiva al 1465, avanzandone quindi di qualche anno la datazione finora ipotizzata. La «Resurrezione» era forse situata in origine all’esterno del palazzo, sull’arengario che si trovava lungo la facciata dell’edificio, più o meno in corrispondenza dell’attuale porta vetrata aperta proprio in sua corrispondenza. Il trasporto nella parete attuale potrebbe esser avvenuto mentre Piero della Francesca stesso era il responsabile dei lavori al Palazzo oppure in concomitanza a eventi politici della città, all’inizio del Cinquecento. In entrambi i casi si tratterebbe di uno dei più antichi e monumentali «trasporti a massello» (taglio e il trasporto di tutto il muro) della storia del restauro.

La dimensione autentica della «Resurrezione» non è nota e il perimetro di confine originale risulta completamente distrutto, al punto da rendere la scritta dedicatoria in basso quasi illeggibile e non interpretabile. Non si sa se ciò sia dovuto appunto al trasporto a massello quando quella parte potrebbe esser stata esclusa dalla sezione da “trasportare”, perché ritenuta non importante o non attuale, oppure se invece sia connessa ad una incorniciatura lignea più tarda, di cui si trova menzione in documenti seicenteschi.

Il restauro si è svolto sotto la direzione di Cecilia Frosinini e Marco Ciatti, a capo di un’équipe di restauratori dell’Opificio delle Pietre Dure, coinvolti nel progetto insieme ai restauratori della Soprintendenza di Arezzo, e la pulitura è stata affidata a Paola Ilaria Mariotti dell’Opificio e a Umberto Senserini della Soprintendenza aretina. L’intera operazione è stata seguita da un comitato scientifico di esperti, docenti universitari, direttori di musei e di istituti di ricerca, tra cui Giorgio Bonsanti.

Annotiamo infine l’ipotesi che il soldato in posizione frontale, ai piedi del Cristo, con i capelli ricci, gli occhi grandi, rotondi e molto incavati, il mento pronunciato con al centro una fossetta, le labbra carnose, sia l’autoritratto di Piero della Francesca. Tratti somatici che, specie per le labbra, saranno poi assunti da tutta la ritrattistica ideale di Piero di epoca successiva.

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