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Musei

Com’è grande Palazzo Barberini

Visita in anteprima alle sale finalmente liberate dal Circolo Ufficiali

La Sala dei Paesaggi di Palazzo Barberini a Roma affrescata da Filippo Cretoni con vedute dei possedimenti Barberini. Foto Agostino Osio

Roma. Era il 2015 quando il ministro Franceschini e la sua omologa alla Difesa Roberta Pinotti firmavano il protocollo per restituire l’ala sud del piano nobile di Palazzo Barberini, residenza della celebre famiglia che annovera un papa, Urbano VIII (grande sostenitore di Bernini), e molti mecenati, fino ad allora (dal 1934) occupato dal Circolo Ufficiali delle Forze Armate, completando così la riconsegna del palazzo barocco alla città e alla fruizione pubblica.

Questi nuovi 800 mq circa composti da 9 sale e una piccola cappella ottocentesca si aggiungono così alle Gallerie Nazionali Barberini Corsini dirette da Flaminia Gennari Santori, che li aprirà dal 18 maggio al 28 ottobre con una formula inconsueta nell’intento di presentare i nuovi spazi «puliti, senza l’allestimento, offrendo una modalità di fruizione insolita per la storia di questa collezione, ma legata all’attuale strategia del museo»: la mostra-confronto «Eco e Narciso. Ritratti e autoritratti dalle collezioni Barberini e MaXXI», con circa 15 opere da ciascun istituto.

Il restauro, finanziato dalla Difesa con quasi 1,9 milioni di euro, condotto dal Genio Militare e conclusosi la scorsa estate dopo poco più di un anno, ha seguito il progetto steso a suo tempo dagli architetti della Soprintendenza per l’intero edificio, con pochi cambiamenti, il principale nella scelta degli intonaci al posto dei parati. Senza trovare resti significativi sotto gli scialbi ma utili indicazioni cromatiche, i restauri hanno rifatto, uniformandoli al resto, pavimenti, infissi, impianti (compresi quelli di videosorveglianza e climatizzazione), creato nuovi servizi igienici, restaurato intonaci, porte e stucchi dipinti e dorati, mentre gli affreschi delle volte erano già in buone condizioni.

La Galleria si riappropria di sale importanti con cui riesce a rivoluzionare i suoi percorsi, e di arredi, mobili e dipinti, anche notevoli, come l’«Allegoria dei cinque sensi» di Gregorio Preti. Finita la mostra, la nuova ala sarà riallestita con la sezione di fine Sei e Settecento (opportunamente «asciugata») oggi al secondo piano, che non sarà più aperto al pubblico, ma «cinque o sei sale saranno dedicate al museo laboratorio, su cui punto molto, un punto di studio dove le università, con cui lavoriamo, potranno fare lezione», prosegue la direttrice. In seguito vi si trasferiranno anche gli uffici, oggi al primo piano, mentre al loro posto in futuro verrà allestito il quasi del tutto sconosciuto Museo d’arte industriale, una curiosa collezione d’arti decorative riunita a fine Ottocento, una sorta di Victoria & Albert romano. Da gennaio 2019 quindi la collezione Barberini si svolgerà tutta e solamente al piano terra e al primo piano, con accesso, già da maggio per la mostra, dalla scala del Bernini e uscita da quella del Borromini, finalmente inserita nel percorso.

La nuova ala avrà sale o parti isolate di esse dedicate a Napoli, Firenze, Genova, a Batoni, Benefial, Subleyras, Preti, alle vedute, alla donazione Lemme, mentre nell’ala nord i cambiamenti più significativi saranno nella sala della Divina Sapienza, sotto l’affresco di Andrea Sacchi, dedicata alla famiglia Barberini, con i busti del Bernini oggi nell’atrio del piano nobile, e dipinti dello stesso Sacchi, Maratta e altro. I ritratti che oggi la occupano verranno distribuiti altrove o confluiranno in «una sala sul ritratto rinascimentale, con pezzi importantissimi e la Fornarina in posizione d’effetto, un po’ isolata». Alcuni capolavori, per esempio il «Matrimonio mistico di santa Caterina» di Lotto o l’altarolo di Annibale Carracci, avranno uno spazio autonomo, separato dal contesto (lo stesso si farà al piano terra, valorizzando Lippi, Antoniazzo e Pedro Fernández).

La sala marmi, che fa da cerniera tra le due ali del piano nobile, conserverà solo parte dei marmi Barberini oggi in loco, e verrà riallestita con un doppio registro: sopra le tele di grande formato e sotto opere di committenza Barberini. Da lì si accede all’atrio, destinato in futuro al nuovo bookshop, e alla scala del Borromini. La cosiddetta Sala del trono, la prima e più vasta della recuperata ala sud, conserverà i tre giganteschi dipinti di Romanelli e Ciro Ferri lì dal Seicento e potrà essere usata anche come spazio eventi e conferenze, perché con i due vani retrostanti e i nuovi bagni è isolabile dal percorso museale. Il completamento della rivoluzione, con i nuovi bookshop, biglietteria e guardaroba, sarà pronto solamente a gennaio 2020 e vedrà una nuova entrata centrale, con a sinistra l’accesso al piano terra (dove sono collocati i Primitivi e i quattrocenteschi), a destra l’ala mostre, all’esterno, nelle ex cucine dei militari, una nuova caffetteria autonoma con tavoli all’aperto.

La mostra «Eco e Narciso», curata da Flaminia Gennari Santori e da Bartolomeo Pietromarchi, direttore di MaXXI Arte, si svolgerà nelle nuove sale, nel salone cortonesco con il «Trionfo della Divina Provvidenza» e nell’attigua sala Ovale. Accanto a pezzi famosissimi della Galleria, dalla Fornarina di Raffaello alla Beatrice Cenci attribuita a Guido Reni, da Bronzino e Piero di Cosimo al Narciso di Caravaggio, figureranno grandi nomi del contemporaneo come l’iraniana Shirin Neshat, Luigi Ontani con «Le Ore» (1975), Giulio Paolini con un nuovo lavoro site specific in dialogo con il «Narciso» di Caravaggio e Maria Lai. «Mi piaceva dare questa suggestione tematica, spiega la direttrice Gennari Santori, e guardare queste opere al di là della cronologia, come a questioni legate all’artista e alla rappresentazione della figura umana, il ritratto da parata, pubblico, idealizzato, intimo, trovando risonanze con opere d’arte contemporanea. Non dialoghi puntuali ma assaggi».

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