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Mostre

Sally Ross tela su tela

Alla Collezione Maramotti i nuovi dipinti collage della pittrice americana

Sally Ross fotografata da Emanuele Paganelli © Emanuele Paganelli, courtesy Collezione Maramotti

Reggio Emilia. Per la sua prima mostra europea alla Collezione Maramotti di Reggio Emilia, Sally Ross, pittrice americana classe 1965, presenta fino al 29 luglio cinque grandi lavori realizzati tra 2013 e 2015. La mostra è affiancata da un catalogo (Silvana Editoriale) con un saggio di Mario Diacono e una conversazione tra l’artista e Bob Nickas, scrittore e curatore indipendente.

Sally Ross, come descriverebbe il progetto «Painting Piece-By-Piece» presentato in questa occasione?
Presento una selezione di dipinti che Luigi Maramotti scelse personalmente nel mio studio a Brooklyn un paio di anni fa. In quel periodo lavorai in completo isolamento per circa tre anni, sviluppando un corpus di opere diverso in molti aspetti dai dipinti che avevo prodotto precedentemente. Questa serie di lavori è cresciuta nel tempo. Si tratta di lavori fondamentali, che segnano l’inizio di un nuovo approccio creativo in termini di processualità, una porta d’accesso a una mia nuova fase di lavoro.

Lei ha esperienze con la ceramica (ha frequentato il NYS College of Ceramics). Come è passata alla pittura?
Il NYS College of Ceramics si è formato nel XIX secolo come scuola di ceramica. Tuttavia, dalla sua nascita agli anni in cui la frequentai, cent’anni dopo, si è aperto ad altri media quali neon, video, bronzo, pittura e grafica, pur mantenendo la sua intitolazione originale. In realtà, ho fatto pochissima ceramica nella scuola, e mi sono laureata in pittura! Il fatto interessante è che mi trovavo in quella scuola negli anni Ottanta e gli insegnanti appartenevano a una generazione che proveniva da una certa tradizione di arte processuale. Trasmettevano agli studenti un modo di pensare sviluppatosi negli anni Sessanta e Settanta. Impartivano l’idea dell’importanza dei materiali, di ciò che ci fai e di come li usi, e che tutto ciò potesse fare l’opera d’arte. Il processo non veniva visto come un aspetto nascosto o misterioso di cui ci si serviva solo per dare vita al lavoro, e dietro il quale agiva l’ego e la determinazione dell’artista nel raggiungere la forma finale.

I suoi lavori, composti da frammenti di tessuto cuciti insieme, sono inizialmente assemblati sul pavimento dello studio. In un certo senso rappresentano delle mappe, una specie di «paesaggio emozionale» che incorpora anche porzioni dei suoi vestiti o elementi legati alla sua esistenza. Come descrive il suo metodo di lavoro?
Credo esista una connessione emotiva con i materiali che ogni artista sceglie, o almeno dovrebbe esistere. È proprio il potere che riveste un certo materiale il motivo per cui lo si sceglie. Si tratta di un processo molto intuitivo. E la cosa straordinaria è che più ci si fida della propria intuizione più uniche sono queste scelte. I materiali che seleziono sono una combinazione di cose che si trovano intorno a me, che appartengono alla mia vita, e di oggetti che vado a cercare. Lavoro sul pavimento perché i dipinti sono troppo grandi per essere adagiati su un tavolo, e inoltre così posso vedere bene l’intera superficie dell’opera. Cerco io stessa di creare lo strato di base di ogni dipinto piuttosto che acquistarlo già pronto. Tutto comincia dal terreno su cui cammino che, ironicamente, è il pavimento sporco dello studio. Così cammino sopra le tele disposte a terra, ad esempio quando attraverso la stanza per accendere la radio.

I suoi lavori rivelano un’approfondita conoscenza della storia dell’arte. Penso ad artisti come Alberto Burri, Franz Kline, Robert Rauschenberg, Anni Albers e persino ad alcuni rappresentanti dell’Arte povera. Qual è il suo rapporto con il passato e la tradizione artistica?
Ho letto molto sulla storia dell’arte e vivo a New York. I miei genitori mi portavano sempre nei musei e diversi membri della mia famiglia sono artisti come me. La mia relazione con la storia dell’arte è una giocosa conversazione interiore con il mio «albero genealogico».

Federico Florian, da Il Giornale dell'Arte numero 385, aprile 2018


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