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Musei

Quel palazzetto bello di via Merulana

Apre la collezione Cerasi: l’arte italiana del ’900 nella raccolta di famiglia di un costruttore romano

Elena e Claudio Cerasi davanti a «Ballo sul fiume» di Giuseppe Capogrossi

Nell’ex sede dell’Ufficio d’Igiene in via Merulana a Roma, il 10 maggio apre una delle più notevoli collezioni private di pittura italiana della prima metà del Novecento, quella raccolta dal costruttore Claudio Cerasi insieme alla moglie Elena. Il palazzo è stato interamente ristrutturato a sue spese dalla società di famiglia SAC spa, la stessa che ha realizzato il MaXXI. La convenzione con il Comune di Roma è di novant’anni, i circa 2.200 mq vengono destinati per metà alla neonata Fondazione Elena e Claudio Cerasi e per metà «a uffici per la locazione».

Dottor Cerasi, com’è iniziata la vostra passione? Quali sono stati i primi acquisti e come si è evoluta la collezione?
Da sempre sentivamo un grande amore per l’arte, in particolare per il Novecento Italiano. Il primo acquisto fu un magnifico Campigli comprato alla fine degli anni Sessanta da Brerarte. La scintilla però divampò a una retrospettiva di Donghi a Palazzo Braschi: folgorati dai suoi «Piccoli saltimbanchi», decidemmo che doveva essere nostro: iniziò la ricerca del proprietario e arrivammo alla galleria di Netta Vespignani, con cui nacque una bella amicizia e, dopo il Donghi, prese forma la nostra passione per il Realismo magico. Subito dopo mia moglie Elena impazzì per «Marionette, autoritratto con la madre» di Janni, che le ricordava il rapporto con sua madre. Poi ci fu il «Ballo sul fiume» di Capogrossi, quindi Ziveri, Raphaël, Mafai, Cavalli e così via. Il nostro interesse si allargò anche ad altri artisti del ’900 storico, come Balla, di cui abbiamo il ritratto di Primo Carnera, dietro il quale, facendolo pulire, abbiamo trovato un suo studio futurista di bottiglia di profumo. Maurizio Fagiolo disse che era una delle prime opere pop che avesse mai visto, in quanto coperta da una rete che dava un effetto nebbia. A lui e a Valerio Rivosecchi va il merito del primo catalogo della collezione. Poi arrivarono Sironi, Casorati e de Chirico. Di quest’ultimo soprattutto «I bagni misteriosi», quasi una collezione nella collezione: sono pochissimi, introvabili, li cerchiamo ancora dappertutto.

Quando e perché avete pensato a una fruizione pubblica della collezione?
Ci faceva piacere condividere la nostra passione non solo con gli addetti ai lavori. Pensavamo a un luogo dove far incontrare i giovani, farli appassionare all’arte, ispirarli, specialmente in un momento così difficile per la nostra città. Non era facile trovare il luogo giusto e quando si presentò l’opportunità di via Merulana ne fummo entusiasti. Parlammo del progetto ai figli e loro con generosità furono subito al nostro fianco. Così è nata la Fondazione.

Continua ad ampliarsi? E in quale direzione? I vostri figli vi seguono in questa passione?
La collezione ha un’anima, un unico filo conduttore, ma trovare nuovi pezzi che ci emozionano è sempre più difficile. Continuiamo a cercare, la nostra passione non diminuisce, e ognuno dei nostri figli, seguendo la propria personalità, ha dato vita a una sua raccolta. Chi l’ha orientata sullo storico e il contemporaneo, chi sull’Informale e il moderno. Spesso con Flaminia, Alessandra ed Emiliano ci scontriamo in maniera divertente, molto accesa. Ognuno prova a convincere l’altro.

Come si articola il museo?
Il piano terra ospita sculture, ma è anche un luogo di incontro affacciato su strada. Nei piani superiori è esposta la collezione, con spazi anche per mostre. L’ultimo è riservato a eventi e ristorazione, con una bellissima terrazza. Per la gestione ci siamo affidati a CoopCulture. Con Letizia Casuccio si è creato da subito un rapporto di amicizia e stima e con lei concordiamo che è il quartiere il vero protagonista: museo e collezione debbono essere spazi aperti.

C’è un curatore?
C’è un Comitato scientifico che, d’intesa con la famiglia, curerà la programmazione di mostre ed eventi culturali: con Francesco Cochetti di CoopCulture, Fabio Benzi per la parte storica e Monique Veaute per quella contemporanea.

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Federico Castelli Gattinara, da Il Giornale dell'Arte numero 385, aprile 2018


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