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Musei

Benvenuti immigrati e integrati, fuori pregiudizi ed estremismi

Molte raccolte d’arte investono nell’integrazione culturale

Uno degli eventi di inclusione nel Museo Diocesano Tridentino

Molte raccolte d’arte italiane investono nell’integrazione culturale. C’è chi ha programmi per varie comunità e chi non vuole più approcci speciali verso gruppi etnici. Cruciale, dicono, è creare legami tra persone. Una prima perlustrazione parziale da nord a sud

A Fabriano, nell’entroterra marchigiano, le donne dell’associazione Artemisia hanno felicemente introdotto amiche e conoscenti arabe all’arte cristiana della Pinacoteca Civica Molajoli, con il sostegno dell’assessore alla Cultura Ilaria Venanzoni. A febbraio Giorgia Meloni, di Fratelli d’Italia, ha attaccato aspramente il direttore del Museo Egizio di Torino, Christian Greco, per la campagna «Fortunato chi parla arabo». Contrapposti, i due episodi manifestano sia la profonda spaccatura nel Paese su migranti e immigrati, sia una crescente, meritevole attenzione al tema da parte di molti musei italiani. Di seguito un quadro, pur incompleto, su chi affronta la questione.

Spicca a Torino, tra laboratori di letteratura araba con egiziane e italiane e un pluriennale rapporto con le associazioni cinesi, il Mao Museo d’Arte Orientale. È diretto dall’antropologo Marco Biscione: «Oltre all’altissimo livello delle nostre sale, vogliamo dare un’esperienza diversa di Oriente come parte della nostra vita quotidiana. È un cambio di paradigma. I pionieri sono stati i musei etnografici come il Pigorini di Roma». «Oggi il Mao per noi è come una casa. È un rapporto trasparente, sincero, di aiuto reciproco e di dialogo», esclama soddisfatto Chen Ming, presidente dell’Associazione Nuova Generazione Italo-Cinese.

Il Museo Preistorico Etnografico Pigorini all’Eur di Roma, ora inquadrato nel Museo delle Civiltà, è diretto da Filippo Maria Gambari: «Abbiamo progetti calibrati sulle varie comunità oltre che sui rifugiati. Dobbiamo anche noi conoscere le culture e dialogare senza annullare nulla». Il Pigorini, ad esempio, con il Museo d’Arte Orientale Tucci (fino a poco tempo fa era nel quartiere multietnico dell’Esquilino), ha coinvolto afghani, rifugiati tibetani, la comunità peruviana, cinesi già di terza generazione, camerunensi, messicani.

Vivacissimo è il Mudec, Museo delle Culture di Milano. «Come Comune lavoriamo con istituti culturali e le comunità da almeno quindici anni. Molti ora dicono di sentire il museo come casa loro», ricorda la curatrice Carolina Orsini. «Le comunità sono una risorsa, non un problema. E vengono anche molti italiani», interviene Bianca Aravecchia, responsabile del Forum Città Mondo che, proprio nel Mudec, riunisce oltre cento associazioni del settore. In un fitto palinsesto, dal 2015 il museo ha tra l’altro lavorato con eritrei ed etiopi, cinesi, egiziani. In autunno tocca alla comunità peruviana.

La Gamec, Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo si occupa di inclusione dal 2005, ultimamente con studenti di seconda o terza generazione. Ci racconta la responsabile del Dipartimento Educazione Giovanna Brambilla: «Per coinvolgere è importante creare legami, un’affezione. Siamo stati il primo museo italiano a dare vita al mediatore museale, una persona proveniente da un altro Paese che ha frequentato un nostro impegnativo corso di formazione sull’arte». E il programma «Narratori in cerca d’autore», con l’attuale direttrice della prosa del Teatro Donizetti Maria Grazia Panigada, «ha incuriosito Brera e gli Uffizi».

A Milano, per la Pinacoteca di Brera, Simona Bodo è la coideatrice e responsabile con Silvia Mascheroni del programma e del sito Patrimonio e Intercultura, promossi dalla Fondazione Ismu. Simona Bodo ha lavorato con i servizi educativi a «Brera anch’io», per le elementari e medie, nato nel 2004, e a «Brera un’altra storia», condotto dal 2012 al 2015 con sette mediatori di origini extraitaliana e un’italiana: «L’opera d’arte è al centro di una narrazione empatica e rigorosa. Nell’educazione interculturale si lavora sulla relazione umana, sul vissuto, sui comportamenti. Qui molti immigrati hanno affermato di sentirsi trattati per la prima volta come persone».

Simona Bodo, con Maria Grazia Panigada e la storica dell’arte Emanuela Daffra, collabora anche con il Dipartimento di Mediazione Culturale e Accessibilità delle Gallerie degli Uffizi a «Fabbriche di storie», in corso nel 2018: forma mediatori scelti da varie comunità a Firenze e personale interno per raccontare le opere a chi viene da altre culture.

Da anni l’Istituto per i Beni Artistici, Culturali e Naturali della Regione Emilia-Romagna fornisce consulenza, idee, stimola progetti ad hoc nei musei. Ne ha parlato al recente Salone del Restauro di Ferrara la responsabile della Promozione e valorizzazione del patrimonio culturale extraeuropeo Antonella Salvi che, con la collega Margherita Sani, tra le tante iniziative sostenute cita «Strade (Al Museo si intrecciano le strade del mondo)» e «Modena-Tirana. Andata e ritorno» all’Archeologico Etnologico dei Musei Civici di Modena.

Parte dell’Associazione dei Musei Ecclesiastici (Amei), la raccolta del Museo Diocesano Tridentino di Trento propone confronti, riusciti, tra cristiani, ebrei e musulmani e molto altro.
La direttrice Domenica Primerano spiega: «Fino al 30 aprile abbiamo la mostra fotografica di Carla Iacono “Re-velation” che fa capire come il velo sia una tradizione anche cattolica. Abbiamo avuto numerose scuole. E reazioni durissime da siti di estrema destra e su Facebook. Un museo deve smontare pregiudizi. In quelli ecclesiastici resta fondante il dialogo interculturale e interreligioso senza mirare solo ad altre culture altrimenti sarebbe una nuova ghettizzazione». A pochi chilometri il Mart, Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto ha attuato diversi progetti didattici con le cooperative del centro profughi e con l’ente provinciale Cinformi.

A Prato, dall’area artistica del Centro d’Arte Contemporanea Luigi Pecci il curatore Stefano Pezzato rammenta le ripetute collaborazioni con imprenditori cinesi: il museo ha anche ospitato più volte il Capodanno cinese. Dal 20 aprile il Pecci installa nell’informe quartiere cinesizzato del Macrolotto Zero grandi banner di Yoko Ono come «segno forte» e, da maggio-giugno, con il performer poliglotta austriaco-americano Rainer Ganhal crea una linea di moda simbolica insieme agli abitanti cinesi.

A Firenze, per la Fondazione Palazzo Strozzi nel 2016 cinesi di seconda generazione e italiani hanno realizzato interviste nel Macrolotto pratese per poi proporle nella mostra «Migrazioni» di Lu Xiaodong. Rivendica Martino Margheri: «Prestiamo molta attenzione a includere tutti».

Marta Morelli
del Dipartimento Educazione del MaXXI di Roma ricorda il progetto «Il mio Iran» (2014-15) su impulso del direttore Hou Hanru: «In quegli incontri di scrittura partecipata uomini e donne iraniani hanno scritto testi autobiografici ispirandosi a opere esposte nella mostra “Undenied History. Iran 1960-2014”». A giugno il centro delle arti contemporanee ha in cantiere iniziative con comunità africane per le due mostre «African Metropoly» e «Road to Justice».

Tornando a Torino, la Fondazione Merz ha appena organizzato visite in cinese alla mostra di Fatma Bucak «So as to find the strength to see». Mario Petriccione del Dipartimento Educazione: «Siamo al debutto in questo ambito». In città Francesca Togni del Coordinamento Progetti Educativi alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo rivela un percorso diverso: «Lavoriamo molto con le scuole dove un’alta percentuale di ragazzi ha genitori dall’Africa, dalla Cina, dall’Europa orientale. Invece di progetti per migranti o per una comunità ora integriamo il tema nel discorso educativo e formativo». Ed è questo l’approccio corretto per Anna Chiara Cimoli, museologa, consulente museale, nella onlus milanese ABcittà, che con la portoghese Maria Vlachou gestisce il blog multilingue Museums and Migration.

A Sud, il Parco archeologico di Pompei comunica che impiegherà richiedenti asilo, a titolo volontario e gratuito tramite un’intesa con la Prefettura di Napoli, «in attività sociali utili così come alla Reggia di Caserta». Il direttore Massimo Osanna lo reputa «un traguardo di civiltà e un’azione concreta: può mitigare il problema della ridistribuzione e l’impiego sociale dei profughi che resterebbero nei centri di accoglienza senza stimoli concreti all’inserimento nella società. Nessun esborso di denaro per il Mibact e non si sottrae lavoro ai cittadini italiani».

Infine, il Museo archeologico regionale Salinas di Palermo con «Mettiamo insieme i cocci» ha coinvolto sette ragazzi (perlopiù nordafricani) nel carcere minorile Malaspina in corsi di restauro, poi li ha guidati al recupero di sette reperti punici. La riflessione della direttrice Francesca Spatafora è una sintesi di molte delle esperienze oggi in corso nei musei italiani: «Abbiamo raccontato una storia antica ma attuale, una storia fatta di arrivi, di incontri, di mediazioni, di integrazione, suscitando un sincero interesse utile ad accorciare quelle distanze che oggi, a volte, alimentano separazioni e intolleranze».

Risorse in rete

www.patrimonioeintercultura.ismu.org
museumsandmigration.wordpress.com/info

Stefano Miliani, da Il Giornale dell'Arte numero 385, aprile 2018


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