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Mostre

Una storia scritta nella pietra

Gli artisti della Litografia Bulla a Roma

Rosalba e Romolo Bulla stampano un’opera di Mimmo Paladino

Roma. Nella stamperia d’arte nei pressi di piazza del Popolo, Romolo e Rosalba Bulla conservano e perpetuano una tradizione familiare bicentenaria. Negli anni Cinquanta, a fine giornata, gli artisti e qualche letterato si ritrovavano nella «bottega» all’epoca condotta dal padre, Roberto Bulla; discutevano delle ultime opere davanti a un bicchiere di vino, mentre Romolo, ancora bambino, si occupava di riempire i bicchieri, senza perdere una parola. Quella dimensione da cenacolo gli fece sentire fin da allora che si trovava sulla linea giusta per il suo futuro. Altrettanto fertile sarà il legame di lavoro e di amicizia condiviso con Jannis Kounellis, fino alla recente scomparsa dell’artista.

A celebrare la storia della Stamperia Bulla, dalle origini parigine con l’editore di stampe François Bulla e il radicarsi in via del Vantaggio 2 a Roma nel 1884, dove tuttora opera, è l’Istituto Centrale per la Grafica a Palazzo Poli con la mostra «Litografia Bulla. Un viaggio di duecento anni fra arte e tecnica», aperta sino al primo luglio (catalogo Treccani, italiano/inglese). Frutto della collaborazione dei Bulla, comprese le figlie di Romolo, Flaminia e Beatrice, con l’Università di Roma La Sapienza, la mostra è curata da Claudio Zambianchi, affiancato da otto storiche dell’arte della Scuola di Specializzazione dello stesso ateneo, mentre l’Istituto Centrale per la Grafica contribuisce esponendo alcune opere nelle sue raccolte dai primi del ’900.

L’itinerario espositivo inizia al piano inferiore con materiali fotografici e opere della Stamperia, riguardanti la fase ottocentesca e dei primi decenni del ’900, compresa una sala, dove sono esemplificati i passaggi tecnici salienti della litografia e della xilografia, al fine di chiarire il ruolo decisivo dello stampatore nella creazione di un’opera grafica. Del resto Roberto Bulla sosteneva che la litografia stimola il bisogno di ricerca dell’artista, proprio per il suo peculiare processo tecnico, costituito da meticolosi «trasporti» del segno e del gesto dalla carta alla pietra e di nuovo alla carta.

Il primo piano prende avvio invece con l’intuizione di Roberto Bulla di rivolgere la sua antica conoscenza tecnica verso il mondo dell’arte contemporanea, oltre che per la sopravvivenza dell’attività, anche per dare avvio a un’avventura più alta, in cui gli artisti e i letterati sono i compagni di strada. La Stamperia Bulla da quel momento è partecipe delle nuove vicende dell’arte italiana.

In mostra figurano fogli di de Chirico, Savinio (autore di due stampe per il suo romanzo La nostra anima, 1944), Cagli, Guttuso, una litografia di Capogrossi per il primo numero del quaderno «Forma 2» (maggio 1950), commissionata da Dorazio e Perilli all’epoca dell’Age d’Or, oltre a un biglietto d’auguri di Twombly (1961) per la galleria La Tartaruga di Plinio de Martiis.

Da vedere anche una serie di cartelle di artisti come Scialoja, Novelli e Carla Accardi, edizioni del gallerista Gian Tomaso Liverani. Intorno al 1975 Roberto Bulla è affiancato dai figli Romolo e Rosalba, che nel tempo si apriranno ad autori internazionali come Carl Andre e Ana Mendieta, Jim Dine, David Salle, Robert Barry e a edizioni con le gallerie Yvon Lambert (grazie a Ugo Ferranti) e Lelong di Parigi, Schellmann di Monaco e New York e altri. I due affrontano anche una sfida tecnica: rendono la loro tecnica «duttile» alle esigenze espressive degli artisti, con la commistione di nuovi materiali.

Sono esposti, per esempio, un multiplo di Kounellis consistente in una scatola in lamiera zincata, con fotolitografia e l’inserto di un sacco di juta, carbone e filo di acciaio (1992); di Paladino, «Nonabitapiùqui» (2016), una xilografia su cartonlegno fustellato con l’aggiunta di una scatola di fiammiferi. In mostra anche opere di Ontani, Mattiacci, Maselli, Cucchi, Aquilanti, Cerone, Pizzi Cannella. Alla fine degli anni Settanta, i Bulla insieme a coloro che poi daranno vita al Gruppo degli Ausoni per la prima volta creano libri di artisti. Un esempio è Il verde smeraldo (1981) di Dessì, composto di nove litografie e uno scritto di Barberio Corsetti.

Ai torchi dei Bulla si è affidato nel 2010 Umberto Allemandi per festeggiare con un’edizione speciale i 300 numeri di «Il Giornale dell’Arte»: autori delle opere, Enzo Cucchi, Luigi Ontani e Mimmo Paladino.

Francesca Romana Morelli, da Il Giornale dell'Arte numero 386, maggio 2018


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