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Mostre

La vita è suono

Una personale di Carsten Nicolai a Berlino

Berlino. Carsten Nicolai (Karl-Marx-Stadt, oggi Chemnitz, Germania, 1965) ha una doppia personalità: è artista visivo e musicista elettronico di successo, conosciuto sotto lo pseudonimo di Alva Noto. Dagli anni Novanta si occupa di paesaggi sonori, meglio noti con il termine inglese «soundscapes».

Architetto paesaggista di formazione, Nicolai è affascinato dalla natura e dalle sue strutture, in particolare quella dei cristalli, a cui dedica diverse opere. Dopo un primo approccio alla pittura si dedica alle onde e alle frequenze, che considera veri e propri materiali. Grazie all’uso di software da lui sviluppati, l’artista tedesco crea opere sinestetiche che coinvolgono la vista e l’udito, volontariamente prive di narrazione.

Le sue installazioni ipnotiche, spesso ispirate ai battiti cardiaci o al ritmo della respirazione, sono state esposte alla decima edizione di Documenta (1997) e alla 49ma e 50ma Biennale di Venezia (2001 e 2003). Fino all’8 agosto le sale della Berlinische Galerie ospitano l’opera inedita «Tele».

Lei lavora con il suono e la luce. Che effetto le fanno le interviste?

Questo è un grande problema! Ho l’impressione che non sia il miglior luogo per parlare delle installazioni visive e acustiche; mi sembra sempre che manchi una parte dell’esperienza.

Di che cosa tratta l’opera «Tele»?

L’opera è composta da due oggetti e la luce è usata come parte dell’installazione. Il titolo si riferisce alla telepatia; da bambino ero un appassionato dello scienziato Nikola Tesla. Ultimamente leggo molto sulla fisica quantistica e sulla comunicazione tra i quanti. «Tele» è una sorta di modello sulla possibilità di questa comunicazione.

Com’è passato dall’idea all’installazione?

Inizio sempre da un concetto, a cui poi assegno la materia. Nel caso di «Tele», il concetto alla base è la separazione tra gli elementi e la possibilità di una connessione. Ciò ha ovviamente anche un riferimento politico: nel mondo di oggi la divisione prevale sulla connessione. Mi piace confrontarmi con il concetto di attrazione.

Lei sostiene che il suo lavoro rifiuti la narrazione; vuol dire che non c’è possibilità narrativa?

Il pubblico può, in qualche modo, assorbire l’opera; ma la narrazione è possibile soltanto a titolo individuale, non c’è narrazione da parte dell’opera.

Se dovesse attribuire delle immagini ai suoi paesaggi sonori, quali sarebbero?

Quando penso ai paesaggi sonori mi vengono in mente le dune del deserto, le onde del mare o le nuvole del cielo. Ho dedicato diversi lavori alle nuvole; le immagino come degli elementi a sé stanti, che si creano e si disfano.

Che rapporto ha con l’arte cosiddetta classica?

Sono molto legato all’arte antica e ai suoi diversi periodi. In generale, sono sempre stato affascinato dalle chiese, per il loro potere di amplificatori sonori e spirituali. Un altro elemento che da sempre mi attrae è il giardino giapponese, che considero una vera e propria arte: è fondamentale e bellissimo. Coinvolge molti elementi e riassume architettura, meditazione e rappresentazione dell’universo.

Ne ha mai realizzato uno?

No, ma mi piacerebbe! Anche se credo sia una di quelle imprese per cui non basta una vita intera.

Ormai la musica è ovunque: nei bar, negli aeroporti e perfino nelle strade. Che cosa pensa di questa onnipresenza del suono?

Mi disturba molto che oggi la musica sia usata per fini commerciali. Diventa un vero e proprio inquinamento, e questo è un grande peccato. Gli spazi hanno suoni specifici, che definiscono la loro unicità; se ovunque si sente lo stesso suono, è come non muoversi mai.

Bianca Bozzeda, da Il Giornale dell'Arte numero 386, maggio 2018


  • Carsten Nicolai in un ritratto fotografico del 2015 di Andrey Bold

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