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Editoriali

Il visitatore evacuato

L'editoriale di Franco Fanelli

Una veduta dall'alto di «The Double Slide» di Carsten Höller nel fiorentino Palazzo Strozzi

Il sadismo è una delle belle arti. Germogliò negli anni Settanta del XX secolo, quando i suoi adepti cominciarono a infliggere efferate torture a colpi di chilometrici video, logoranti performance e oggetti enigmatici a coloro che si addentravano nei suoi oscuri luoghi di culto. Risale ad allora la codificazione dell’arte contemporanea così come la intendiamo oggi, quale religione a un tempo misterica e rivelata, e che ben presto dall’oscurità dei mitrei sarebbe ascesa alla luce divina dei massimi templi, acclamata da folle festanti.

Gli storici delle religioni ricorderanno l’inizio del XXI secolo come uno dei periodi di massima fioritura del Sadismo Artistico Contemporaneo (Sac). Un crudele sacerdote di quel culto è Carsten Höller da Stoccolma. Dopo studi in agraria e in biologia, prese i voti entrando nell’ordine dei Relazionali Partecipativi, la cui Regola impone un’osservanza ultraortodossa dei dogmi del Sac.

Nella sua predicazione, convinse non pochi idolatri che, abbeverandosi con pipì di renna nutritasi con un particolare fungo, avrebbero potuto conoscere la vera felicità, che altro non può essere se non la prossimità a Dio. Spinse poi folle di fedeli, molti di loro non più giovani, a usufruire di sincopati giri su una giostra da luna park: incuranti del ridicolo e delle beffe di chi, scettico, su quella giostra, riconoscendovi magari il proprio commercialista o l’esuberante moglie di un esoso notaio, non vedeva altro che un rincoglionimento collettivo, essi credettero così di pervenire a una nuova percezione dello spazio-tempo.

Ora, in Firenze, a Palazzo Strozzi, Padre Carsten infligge un’ancor più sottile e perversa mortificazione. Chiede cioè ai suoi sempre più numerosi seguaci di infilarsi in due tubi, posti a venti metri d’altezza, e di là lasciarsi scivolare, recando stretta al cuore una pianta di fagiolo. Detto vegetale, al termine della vertiginosa discesa (15 secondi) registrerebbe le emozioni (paura? estasi? vergogna?) provate dagli spensierati fruitori durante il tortuoso percorso.

Gli scivoli, ci viene spiegato, sono disposti secondo lo schema elicoidale del Dna ma, a guardarli bene, sembrano anche delle gigantesche anse intestinali. Nella vita reale, tali viscere assolvono a una funzione universalmente nota, almeno quanto i «passeggeri» che quotidianamente vi transitano con diversi colore, consistenza e velocità. Carsten Höller, in sostanza, mette in scena, nella città dove sbocciò il neoplatonismo rinascimentale, una sorta di meteorismo intestinale partecipativo, assegnando ai passeggeri un ruolo squisitamente fecale.

Un filisteo interprete di quell’opera potrebbe attribuirle questo messaggio: «il fruitore è un povero str...». Rinunciamo all’abusato ricorso a Fantozzi («è una cagata pazzesca»). Meglio un leguminaceo riferimento a un’altra memorabile pellicola degli anni Settanta. «Anche gli angeli mangiano fagioli» era il titolo di quel film ambientato ai tempi di Al Capone e qui e là arieggiato dalle manifestazioni sonore di un bimbetto proletario di Little Italy, autore di un’esuberante emissione di gas intestinali (e in questo ideale fratellino di Venticello, apparso in una pellicola della saga «Lo chiamavano Trinità». Di tali attività i fagioli e i legumi tutti sono peraltro esiziali detonatori).

Indimenticabile lo sguardo di Bud Spencer che, scorgendo nel vasino una cospicua emissione finalmente solida da parte del pargolo, commenta soddisfatto: «Si cachecchia, eh?».

Franco Fanelli, da Il Giornale dell'Arte numero 386, maggio 2018


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