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Mostre

A Palazzo Cini architettura immaginata

Centoventisei disegni della raccolta Certani selezionati da Luca Massimo Barbero

Luca Massimo Barbero. Foto di Matteo De FIna

Venezia. Puntualmente, come accade da cinque anni a questa parte, da aprile Palazzo Cini a San Vio riapre le proprie sale al pubblico, in virtù della consolidata partnership con Assicurazioni Generali: spazi che, accanto a preziosi arredi e parte della raccolta del conte Vittorio Cini, accolgono anche esposizioni temporanee. Ora, in occasione della 16. Mostra Internazionale di Architettura di Venezia, fino al 17 settembre il secondo piano del Palazzo ospita «Architettura Immaginata», una selezione di 126 disegni della copiosa raccolta Certani custodita presso l’Istituto di Storia dell’Arte della Fondazione Cini.

A presentarcela in anteprima è Luca Massimo Barbero, direttore dell’Istituto e curatore di quest’ultimo progetto espositivo con l’Istituto di Storia dell’Arte.
«La mostra rientra all’interno di una linea che ho voluto attuare sin dalla mia nomina a direttore dell’Istituto di Storia dell’Arte della Fondazione, spiega Barbero: riaprire il Palazzo e farlo diventare un luogo vivo in cui mostrare cose generalmente visibili solo agli studiosi.
Antonio Certani (Budrio, 1879 - Bologna, 1952), violoncellista e compositore, è forse uno dei più grandi raccoglitori ossessivi di disegni bolognesi-emiliani ma la sua figura è ignota al grande pubblico. La collezione conta più di 5mila disegni, dal Cinquecento sino all’Ottocento maturo (disegni di figura e di paesaggio, studi di architettura, quadratura e ornato, bozzetti teatrali, progetti di opere di arti decorative) e rappresenta forse il nucleo più importante in mani private afferente a quell’area. Vittorio Cini lo compra in blocco nel 1962 al fine di mantenerlo integro e lo destina all’Istituto di Storia dell’Arte della Fondazione. Questa mostra costituisce un piccolo focus, una selezione di 100 lavori, in concomitanza della 16. Biennale d’Architettura, sul fondo Certani e sulla quella miniera straordinaria che continua ad essere il nostro Istituto».

Avete titolato la mostra
«architettura come inganno» in riferimento all’architettura illusoria e di ornato. Quali sono dunque gli autori e soggetti selezionati?
Nel momento stesso in cui si parla di architettura contemporanea in città mi piaceva sottolineare come questa architettura immaginata, quindi disegnata, sia stata al centro di una produzione «artistica» sterminata per almeno tre-quattro secoli, anche se nella selezione di quanto esposto ci siamo principalmente concentrati sul Sette e Ottocento.
Cito fra tutti Agostino Mitelli (1609-60), Angelo Michele Colonna (1604-87), Giuseppe Jamorini (1732-1816), Flaminio Minozzi (1735-1817), i Bibiena, Gaetano Alemani (1728-82), Giacomo Quarenghi (1744-1817).
Da un lato troveremo l’architettura che serve per definire nuovi spazi, lasciare all’occhio d’immaginarli e amplificarli: non mera decorazione bensì elemento che partecipa alla costruzione di uno spazio nobile in una connessione fortissima tra pittura, decorazione, disegno e architettura.
Dall’altro troveremo la Bologna degli anni tra fine la fine Seicento e l’inizio del Settecento. Nei cortili bolognesi, ad esempio, si prediligeva una sorta di quinta che creava lo sfondamento prospettico della corte, un suo ampliamento. Penso all’esempio ritraente una «Veduta per angolo di atrio colonnato» di Gaetano Alemani (seconda metà del XVIII secolo): un gioco di fughe. Non mancherà inoltre una sezione dedicata al disegno di architettura esclusivamente per apparati effimeri: le grandi feste, le parate, i grandi archi celebrativi per l’arrivo dei potenti, una sorta di citazione classica dell’arco di trionfo che veniva ideato, costruito e poi distrutto, come il Progetto d’arco trionfale per l’ingresso solenne di Napoleone a Bologna di Flaminio Minozzi. Né si trascurano gli esempi riconducibili più propriamente all’architettura per la scena dei Bibiena.

Troveremo dunque un percorso suddiviso
in focus tematici?

Si procederà per sale e per temi, evidenziando i molteplici aspetti dell’utilizzo del disegno architettonico e dell’ornato. In mostra vi sarà anche un approfondimento sull’Ottocento, arrivando sino al progetto Neoclassico, in questo caso da eseguirsi (non dunque solo immaginato), di Giacomo Quarenghi per la grande corte russa tra fine del Settecento e inizio Ottocento.
Infine vi sarà una sala molto curiosa dedicata ai disegni per l’ornato e le arti decorative, a quello che io collego direttamente alla nascita del protodesign: uno spazio dedicato a studi per le manifatture delle tardo-settecentesche ceramiche Aldrovandi, volute dagli aristocratici bolognesi per aggiornare oggetti d’utilizzo quotidiano nelle loro ville e nelle corti. Oggetti che addirittura assumono fattezze antropomorfe, zoomorfe (come quelli disegnati da Giacomo Rossi). Studi per brocche, vasi e tazze: piccole sculture che sembrano corpi.

Veronica Rodenigo, da Il Giornale dell'Arte numero 386, maggio 2018


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