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Cinquant'anni fa la scoperta della Tomba del Tuffatore

Una mostra a Paestum ripropone i dilemmi legati al celebre e discusso ritrovamento

Lastra sud della Tomba del Tuffatore, ca 480 a.C., Paestum, Museo Archeologico Nazionale

Capaccio (Sa). Il dibattito scientifico, molto controverso e acceso, sulla Tomba del Tuffatore a Paestum inizia nel 1968, anno della scoperta all’interno di una piccola necropoli di VI-IV secolo a.C della tomba del misterioso personaggio che da allora fa discutere gli esperti del settore. È semplicemente una visione edonistica della vita e della morte? O forse un messaggio misterico, ispirato ai culti iniziatici legati a Orfeo e a Dioniso?

Le difficoltà nella lettura dell’immagine del Tuffatore, il reperto più noto e ammirato del Museo Archeologico Nazionale di Paestum, si spiegano forse con il fatto che essa era «invisibile», ossia collocata all’interno di una tomba, come tante altre sepolture della Magna Grecia, ma «nascosta» in un gioco labirintico di coperture che la rendevano «introvabile» come le sepolture egizie.

In occasione dei 50 anni della scoperta dal 3 giugno al 7 ottobre presso il Museo Archeologico di Paestum una mostra non tradizionale (per i curatori un’«antimostra») dal titolo «L’immagine invisibile. La Tomba del Tuffatore», attraverso 50 oggetti antichi e moderni ripropone il contesto religioso ideologico e culturale, i dilemmi e i racconti che hanno reso la famosa tomba della Magna Grecia, uno dei più discussi e controversi ritrovamenti del Mediterraneo antico.

Il percorso segue le scoperte archeologiche che sin dal Settecento hanno segnato la ricerca sui culti misterici antichi, mettendo in mostra alcune delle scoperte più clamorose: le laminette d’oro con i testi orfici da Thurii e Vibo Valentia, la tomba delle danzatrici da Ruvo, i vasi funebri raffiguranti Orfeo da Matera e Napoli. Dalle visioni edonistiche di Bacco si passa poi alle danzatrici caste e sensuali di Antonio Canova, Guido Reni e alle classiche figure indecifrabili e congelate di Giorgio de Chirico.

Tina Lepri, da Il Giornale dell'Arte numero 387, giugno 2018


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