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Siria, anche per i restauri servono gli agganci giusti

A Damasco, Aleppo, Homs le ricostruzioni procedono su binari diversi

La Grande Moschea di Damasco in una fotografia del 2004

Damasco. Ad aprile sono stata in Siria con una delegazione di colleghi ed esponenti cristiani inglesi nelle zone ancora sotto il regime di Assad. Abbiamo visitato alcuni edifici di importanza culturale e ho potuto vedere con i miei occhi i danni che hanno subito durante la guerra civile ancora in corso, che ha ucciso centinaia di migliaia di persone.

La città vecchia di Damasco, con le sue mura, è stata colpita solo in minima parte. I pochi danni causati dalle bombe dei mortai ribelli sono già stati riparati. Nel suo cuore spirituale, la Grande Moschea degli Omayyadi, il punto in cui nel 2013 una bomba ha colpito i mosaici verdi e oro della facciata della corte è appena visibile dopo il restauro del cratere che aveva un diametro di un metro e mezzo. Gli altri mosaici, i pannelli di marmo e i graticci del cortile sono stati sottoposti a una pulitura «zelante»: la ricca patina degli antichi materiali è andata perduta ed è stato aggiunto un architrave ligneo grossolanamente dipinto di blu e grigio.

La camera del tesoro, un ottagono mosaicato nel cortile, ora sembra un’attrazione di Disneyland. Caute domande ci permettono di apprendere che l’intervento è stato condotto dall’Al-Iskan Al-’Askari, il dipartimento militare per le costruzioni dell’esercito siriano, che riceve istruzioni direttamente dall’ufficio del presidente. Prima della guerra sarebbe stato di competenza del Ministero per gli Affari religiosi, che avrebbe affidato il lavoro a un team di esperti.

A Homs l’Al-Iskan Al-’Askari ha realizzato un intervento simile sulla struttura esterna della moschea più famosa della città, la Khalid ibn al-Walid. Visibile solo da distante, fonti locali ci dicono che non è attualmente in uso, cosa che non sorprende dal momento che le aree residenziali circostanti, a maggioranza sunnita, sono state rase al suolo nel 2014, quando la città è caduta dopo un lungo assedio («morite di fame o arrendetevi») da parte del Governo.

Ad Aleppo, l’Al-Iskaan Al-’Askari si sta occupando del restauro della grande moschea omayyade di fianco ai suq bombardati da russi e siriani, con denaro proveniente dalla Repubblica Ceca. I lavori sono iniziati un anno fa, dopo la cacciata dei ribelli alla fine del 2016, e dureranno almeno due anni. L’intenzione è di ricostruire il minareto selgiuchide di mille anni fa, andato distrutto, grazie a uno studio fotogrammetrico tridimensionale realizzato da esperti italiani negli anni ’90.

La Cittadella di Aleppo, guarnigione dell’esercito siriano durante la guerra, ha subito pochi danni dai bombardamenti ribelli e sarà riparata senza grosse difficoltà. Pare però che i soldati che vi si erano stabiliti abbiano causato danni considerevoli alle strutture interne, come i templi ittiti, trasformati senza riguardo in accampamenti. I suq ai piedi della cittadella sono in attesa di un restauro parziale a opera dell’Aga Khan Foundation, che ha firmato un contratto ma i cui fondi restano bloccati dalle sanzioni.

Gli edifici cristiani siriani raccontano invece una storia diversa. Il monastero cattolico di Mar Sarkis a Maaloula è già stato interamente restaurato, e lo stesso vale per le chiese, come l’Umm ortodossa a Homs. Ad Aleppo nelle cattedrali maronita e melchita fervono i lavori, supervisionati con grande cura. Durante la guerra queste strutture sono state pesantemente danneggiate dai bombardamenti siriani ma evidentemente non mancano i fondi per il loro recupero, che giungono da fonti cristiane interne ed esterne al Paese.

Nel mondo altamente politicizzato della ricostruzione, si possono ancora ottenere dei buoni risultati: tutto dipende da quali sono gli agganci e da quanto sono influenti.

Diana Darke, è esperta di cultura islamica. Inglese, laureata in lingua araba a Oxford, è autrice di The Merchant of Syria (2018) e La mia casa a Damasco (2016; l'edizione italiana è uscita quest'anno per Neri Pozza)

Diana Darke, da Il Giornale dell'Arte numero 387, giugno 2018


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