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Archeologia

Archeologia pro Ostia

Per la direttrice del Parco archeologico Mariarosaria Barbera l’archeologia può aiutare la città a dissociarsi dalla criminalità dominante

L'abside del frigidarium nelle Terme dell'Invidioso a Ostia Antica

Ostia (Rm). Mariarosaria Barbera, che degli scavi di Ostia antica si è già occupata negli anni 2012-15 quando era soprintendente per i beni archeologici di Roma, da marzo 2017 guida il Parco archeologico di Ostia Antica, dopo la rimozione di Fabrizio Delussu a seguito di verifiche sul suo curriculum.

Di Ostia e del litorale romano si parla spesso solo per via di episodi legati alla criminalità, tanto che il nuovo ente autonomo ha messo in campo una serie di «Conversazioni di archeologia pubblica e legalità» con cui, spiega Barbera, «ci poniamo domande sulla capacità di essere una comunità e di praticare la solidarietà, rammentando che una comunità dovrebbe essere in grado di reagire alla prepotenza e di sconfiggerla».

Il Parco riunisce 15 aree archeologiche, oltre agli scavi di Ostia antica, realtà importanti come i due porti imperiali di Claudio e Traiano, Isola sacra e la Necropoli di Porto, il Museo delle navi romane di Fiumicino.

Dottoressa Barbera, che cosa ha significato per Ostia antica l’autonomia?
Da quando nel 2006 è andata via Anna Gallina Zevi, che ha rappresentato per 15 anni la continuità, c’è stato un balletto di dirigenti di breve durata, che da solo spiegherebbe il dissesto che ho trovato. Se a ciò si somma la progressiva perdita di fondi, personale e autonomia... Quando sono arrivata c’erano due archeologi e zero architetti, da dicembre però sono arrivate forze nuove grazie ai concorsi.

Ora com’è la situazione?
Abbiamo 57 custodi, su un organico di 69, infinitamente meno delle esigenze. Pompei e città vesuviane, per esempio, ne hanno 207, con un territorio la metà del nostro: 84 ettari a Ostia, altri 33 a Porto. Manchiamo poi di ruoli tecnici: amministrativi, geometri ecc. Nei tempi d’oro c’erano 200 persone, oggi poco più di 120, eppure le funzioni sono aumentate.

L’autonomia offre nuove possibilità.
Senza dubbio, anche se arriva dopo un pesante periodo di ristrettezze e problemi. La riforma di fatto ha costituito una separazione tra tutela e valorizzazione, il nostro però è un modello ibrido: l’aspetto archeologico è la caratteristica prevalente ma esercitiamo di fatto sia le funzioni di una Soprintendenza mista per quanto riguarda la tutela, sia quelle di un museo autonomo per la valorizzazione, e per di più spalmate dalla preistoria all’età moderna. Come gli altri parchi archeologici, Appia, Colosseo, Pompei, Paestum, ma con un territorio molto più vasto.

Le conversazioni di archeologia e legalità?
Avevamo due possibilità: chiudere i cancelli e far finta di essere un cameo isolato in una terra difficile, portatrice di disvalori ed episodi negativi, oppure fare ciò che secondo me è il compito dello Stato: operare in un contesto e migliorarne le caratteristiche. Molti parlano di cultura come antidoto a ignoranza, pregiudizio, malaffare, noi proviamo a farlo. Pensiamo di essere una ricchezza per il territorio, Ostia antica porta cultura, intelligenza, condivisione e ricchezza, stiamo cercando rapporti più organici con tutti. Vogliamo far capire che non siamo la periferia dell’impero, Ostia ha avuto nel tempo una vocazione universalistica di accoglienza e scambio di idee, è stata la porta di Roma sul Mediterraneo, il più grande terminale culturale, commerciale, morale e civile di tutto il mondo antico. Ostia era una città senza ghetti dove tutti si mescolavano, l’orientale col suo mitreo, il pagano con i suoi dei, il cristiano col suo oratorio.

Con chi dialogate?
Le associazioni, le amministrazioni pubbliche, i giornali locali, con chi ci vuole ascoltare. E con i privati, per esempio la Fondazione Benetton, tramite la quale riusciamo a tenere aperta la necropoli di Porto, gratis, dal giovedì alla domenica, passando dai 2mila visitatori del 2014 ai 26mila dell’anno scorso. Loro ci forniscono il personale per laboratori, visite guidate, di fatto supportano i nostri custodi. Facciamo anche molto teatro grazie a un accordo con l’Auditorium, abbiamo stretti rapporti con Aeroporti di Roma e il Comune di Fiumicino, che ha istituito l’archeobus, ospitiamo mostre che decidiamo insieme al concessionario e facciamo molta alternanza scuola-lavoro, con risultati strabilianti.

Di quanti fondi disponete?
2,5milioni di euro dal Ministero, dall’1,2 dell’anno scorso. Un altro milione circa arriva dai Servizi aggiuntivi. E abbiamo trovato il modo di ricavare qualcosa dal verde, con alcuni ettari a erba medica. Quando arriveranno i 32 milioni dal Cipe, di cui sappiamo solo dai giornali, vareremo un gigantesco programma di monitoraggio e controllo. Poi ci sono i bandi della Regione Lazio, insomma facciamo il possibile.

I punti qualificanti per i prossimi anni?
Con i 32 milioni Cipe riusciremo a fare revisione e restauri di tutte le situazioni a rischio, domus, ambienti decorati, coperture ecc. Anche la ricerca è al centro del nostro lavoro: rilevare, disegnare, studiare le tecniche edilizie, molti dati non erano stati presi quando Ostia è stata tirata fuori. Riprenderemo gli scavi lì dove abbiamo una stratigrafia buona, perché a inizio Novecento e in epoca fascista, quando la città è stata sterrata in velocità, si sono salvati solo i secoli buoni eliminando le fasi dalla II metà del III secolo in poi. Ostia invece è stata una diocesi di peso e almeno fino all’VIII secolo ha partecipato a eventi importanti. Scaveremo lungo il decumano, in parti mai scavate, e abbiamo appena concluso il restauro di una delle porte e di un tratto di mura del borgo, costruite nel IX secolo ma rifatte più volte. E il Castello di Giulio II ci sarà riconsegnato a fine mese.

E la splendida piccola testa appena ritrovata?
Non rivelo dove, c’è la piaga dei clandestini, ma la circostanza è la disostruzione di un tombino, non uno scavo, controlli sul sistema fognario che è quasi tutto calato su quello romano, uno dei motivi per cui Ostia questo inverno non si è allagata. Sono lavori senza gloria, però fondamentali. Abbiamo ripreso anche le pubblicazioni ereditando il marchio degli Scavi di Ostia, un mito per gli archeologi di tutto il mondo. È uscito adesso il 16° volume, presentato all’Istituto Archeologico Germanico, nostro partner. Ma ci sono anche progetti di «Ostia gradevole», nuovi chioschi-bar e nuovi bagni, perché la visita non deve essere un supplizio. Si può rendere il sito più accattivante, friendly, senza rinunciare a una comunicazione scientifica rigorosa.

Interverrete anche al museo?
Amplieremo l’antiquarium, che oggi conta 155 pezzi, con una nuova grande sala, senza travisarlo, perché è storico, voluto da Pio IX. Lo doteremo di multimedialità, che manca, e dell’«instrumentum domesticum», cioè dei materiali di uso quotidiano, del tutto assenti. Soprattutto creeremo un museo diffuso in una serie di ambienti interni al sito e stiamo varando una nuova pannellistica con 102 pannelli aggiornati e con QR code.

E il Museo delle navi chiuso dal 2002?
Ci sono 3 milioni già stanziati, le gare se tutto va bene partiranno questa estate, i lavori subito dopo. I soldi arrivano dai Grandi Progetti Strategici, 4 milioni poi aumentati: abbiamo recuperato un lungo pezzo di decumano, tutto il sistema di videosorveglianza e altro.

Federico Castelli Gattinara, da Il Giornale dell'Arte numero 387, giugno 2018


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