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Mostre

A Berlino una Biennale senza eroi

Politica, musica e gentrification per la decima edizione

Performance pubblica con Awuor Onyango, Nyakallo Maleke e Sanyu Kiyimba-Kisaka, all'interno di  «The School of Anxiety #2: Chebomuren», di  Serubiri Moses, 16 febbraio 2018, Freedom Corner, Uhuru Park, Nairobi

Berlino. «We don’t need another hero» (Non abbiamo bisogno di un altro eroe): il titolo che la curatrice Gabi Ngcobo ha scelto per la prossima Biennale di Berlino è perentorio, pur nel riferimento alla cultura pop della canzone di Tina Turner del 1985.

Nessuna via salvifica, nessuna soluzione garantita da un’unica visione coerente: a vent’anni dalla sua nascita, quindi alla sua decima edizione, la biennale si immerge nella psicosi collettiva, esplorando le possibilità di (auto)salvezza di chi è capace di sfuggire alle seducenti e ingannatrici promesse dei sistemi di conoscenza consolidati, delle narrazioni storiche, delle ideologie del Novecento. Abbracciamo le contraddizioni e le complicazioni, dunque, e liberiamoci.

Il team curatoriale (affiancano la Ngcobo, Moses Serubiri, Nomaduma Rosa Masilela, Thiago de Paula Souza e Yvette Mutumba) ha aperto la riflessione con la «School of Anxiety» e il programma «I’m not who you think I’m not» (Non sono chi tu credi non sia), fra talk e workshop che hanno accompagnato il pubblico all’inaugurazione del 9 giugno (chiusura il 9 settembre).

Sono 46 gli artisti selezionati (nessun italiano) e quattro le sedi coinvolte: oltre alla storica sede della Biennale, la KW Institute for Contemporary Art, ci sono l’Akademie der Künste at Hanseatenweg, il Volksbühne Pavilion e il ZK/U-Center for Art and Urbanistics (oltre all’HAU2 dove sono ospitate due performance in co-produzione con l’HAU Hebbel am Ufer).

Le sedi sono state scelte perché ognuna di esse possa, nelle intenzioni dei curatori, costituirsi in un luogo di rinegoziazione del sistema di valori attuale a partire dai suoi simboli e da ciò che rappresenta.

L’Akademie oggi è luogo di analisi sulla relazione far arte e politica; per la Biennale accoglie una ridiscussione delle narrative storiche e sociopolitiche, a partire dall’archivio e dalla sua stessa architettura brutalista (la firma è di Werner Duttmann, tardi anni Cinquanta).

L’HAU, in quanto luogo dedicato all’arte performativa, è spazio di investigazione per il Kwato, un genere musicale nato in Sud Africa post 1994. La KW riattraversa la sua storia più che ventennale, per analizzare il contributo impresso allo sviluppo della capacità immaginifica della città.

Il Pavilion asseconda la sua natura di spazio aperto alla partecipazione pubblica; al ZK/U si affronta il tema della speculazione edilizia, particolarmente spinoso in questa Berlino in piena gentrificazione, invitando artisti in residenza su lunghi periodi così che ci sia il tempo di aprire sani e fruttuosi dialoghi con la comunità.

Micaela Deiana, da Il Giornale dell'Arte numero 387, giugno 2018


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