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Mostre

White di nome, black di fatto

All'Art Institute di Chicago l’irriducibile figurativo afroamericano

Charles White, «Sound of Silence», 1978  © 1978 The Charles White Archives

Chicago (Stati Uniti). Per più di quarant’anni Charles White (1918-79) si è dedicato all’interpretazione dell’esperienza afroamericana in quadri, murali e opere su carta. Politicamente di sinistra, White è stato un attivista e le sue «immagini di dignità», come lui stesso le definiva, erano legate alla convinzione che l’arte dovesse occuparsi delle disuguaglianze sociali.

La mostra «Charles White: una retrospettiva», organizzata dall’Art Institute di Chicago, dove si apre dall’8 giugno al 3 settembre, e dal MoMA di New York, che la ospiterà dal 7 ottobre al 13 gennaio 2019, prima della conclusione al Los Angeles County Museum dal 17 febbraio al 9 giugno 2019, fa parte di Art Design Chicago, un’iniziativa che dura un anno, supportata dalla Terra Foundation for American Art.

«Uno degli aspetti più interessanti di questa mostra, nelle tre città dove White visse e lavorò, è che ogni istituzione ha la possibilità di mettere in evidenza il messaggio lasciato a ciascuna di esse», spiega Esther Adler, curatrice associata del Dipartimento di disegni e stampe del MoMA. La Adler ha lavorato sulla mostra a stretto contatto con Sarah Kelly Oehler, curatrice di arte americana all’Art Institute di Chicago.

White crebbe a Chicago nel South Side, iniziando a dipingere da ragazzo. Nel 1937 vinse una borsa di studio allo School of the Art Institute, dove venne introdotto al lavoro dei muralisti messicani dal suo insegnante, Edward Millman, che aveva studiato con Diego Rivera. Nel 1940, la «Chicago Black Renaissance» era al suo apice, guidata da scrittori come Richard Wright (autore del celebre Ragazzo negro) e Gwendolyn Brooks e da artisti come lo stesso White, Archibald John Motley e Eldzier Cortor. La scena ruotava intorno al South Side Community Art Center, che aprì proprio quell’anno con il sostegno del Works Progress Administration’s Federal Art Project (WPA).

La retrospettiva, che comprende un’ottantina di opere tra dipinti, disegni, stampe di grandi dimensioni e diciotto fotografie, include il murale «Five American Negroes» (1939-40), realizzato per una biblioteca pubblica di Chicago durante il periodo in cui White lavorava con il WPA.
Le due curatrici hanno dedicato quasi quattro anni a questa retrospettiva; per loro la sfida principale è stata trovare le opere dell’artista. «Charles White non ha un catalogo completo e molte opere stanno arrivando sul mercato solo ora, spiega la Oehler. Ci è voluto molto tempo per capire dove potessero essere finite».

Le ACA Galleries di New York, che nel 1946 organizzarono la prima personale di White, e l’Heritage Gallery di Los Angeles, che rappresentò l’artista dopo il suo trasferimento sulla West Coast da New York nel 1956, sono state fondamentali in questa ricerca. Ma sono stati ritrovati suoi dipinti anche in Germania e in Russia.

A Los Angeles White insegnava all’Otis College of Art and Design; tra i suoi studenti, Kerry James Marshall, che lo considera il suo mentore. Nel suo saggio per il catalogo della mostra, A Black Artist Named White, Marshall descrive quei tempi, quando l’arte figurativa non era più di moda: «All’Università c’era un nuovo dipartimento, in cui dominavano l’arte concettuale, la performance, i video e la Land art, rivoluzionando le teorie sull’arte. Il colpo finale fu la rimozione di una statua medievale in bronzo nella corte interna del campus, raffigurante la lupa che allattava Romolo e Remo, che venne tirata giù con una corda fissata al paraurti di un camion guidato dal presidente del dipartimento. Una volta calmate le acque, tutto ciò che mi attirava in Otis e Charles White sembrò ugualmente finire in pezzi».

Nonostante i tempi avversi White rimase attivo. Continuò a insegnare, tornò a dedicarsi intensamente alla grafica ed espose il suo lavoro fino alla morte.

Ruth Lopez, da Il Giornale dell'Arte numero 387, giugno 2018


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