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Mostre

L’antropologo con la t-shirt

Elio Fiorucci protagonista di un’ampia retrospettiva a Venezia

Elio Fiorucci ritratto nel suo ufficio nel 2004

Dopo «Culture Chanel. La donna che legge» (conclusasi nel gennaio del 2017), Ca’ Pesaro torna a dialogare con il mondo della moda aprendo i propri spazi a «Epoca Fiorucci» che dal 23 giugno al 13 gennaio propone una mostra sulla multiforme personalità di Elio Fiorucci e sulle sue creazioni. Di lui, milanese (classe 1935, è scomparso nel 2015), figlio di un commerciante di pantofole, si dice che odiasse essere chiamato stilista, etichetta riduttiva per chi osservi la realtà con lo sguardo mai sazio del creativo, uno sguardo «attento e curiosissimo delle persone, di tutte le discipline e di luoghi non suoi», specifica Aldo Colonetti, legato a Fiorucci da lunga conoscenza, curatore della mostra con Gabriella Belli.

Durante il determinante viaggio iniziatico nella Londra degli anni Sessanta (la swinging London di Mary Quant e del negozio Biba), Elio comprende il mutamento dei tempi con l’attenzione, prosegue il curatore, «dell’antropologo, leggendo nei linguaggi da strada quei segni che potevano essere tradotti in forma».

È quindi un approccio di ascolto e mai d’imposizione che segna il «fenomeno Fiorucci», dall’apertura del primo negozio milanese disegnato da Amalia del Ponte nel 1967 all’ascesa sul mercato internazionale (Londra e New York, in primis) scandita anche dal rapporto con il mondo del design, dell’architettura (Sottsass, Maldonado, De Lucchi, Lupi, Mendini) e dell’arte (Andy Warhol, Basquiat e Keith Haring, che negli anni Ottanta interviene nello store milanese personalizzandone gli interni con i suoi graffiti).

«In mostra, prosegue Colonetti, ci sono vestiti come bomber, jeans e bikini, oggetti come borse, poster, cartoline d’auguri, gli iconici adesivi con le pin up, il celeberrimo logo rivisitato da Italo Lupi con i due cherubini, ma anche prodotti che Elio nel mondo cercava e che poi, come Duchamp, ricontestualizzava attraverso la sua immaginazione». Si pensi alla vastissima gamma cromatica, alla reinvenzione delle t-shirt, alle prime scarpe con i tacchi alti in plastica: un trasferimento di materiali e tecnologie che gli derivavano dall’ampio sguardo sulla realtà.

L’allestimento a firma Paolo Baldessari immagina «un grande mercato delle idee e delle cose»: dispone una serie di oggetti e capi accanto a comunicazioni, fotografie «per far comprendere che per Elio prodotti e merci non erano soltanto strumentali occasioni di relazione».

Oltre a questa grande sala, le cinque stanze attigue vengono dedicate ad approfondimenti: le collaborazioni con i grandi architetti per gli store, l’incontro con l’arte, l’avventura con Oliviero Toscani che arrivò a Benetton proprio grazie a Elio, inclusa la ricostruzione dello studio di Fiorucci perché il modo in cui lui progettava era anche il modo in cui organizzava il proprio spazio di lavoro attraverso immagini e incontri i più vari possibile.

«Ho voluto titolare il mio saggio in catalogo “Arcipelago Fiorucci”, spiega Colonetti, perché Elio non appartiene soltanto alla moda ma è stato un grande protagonista dei linguaggi, sempre oltre il successo del giorno, d’infinità creativa. Seppur non stilista e non un sarto, credo che Elio sia stato un inventore, un uomo generosissimo. Il termine “arcipelago” rispecchia la sua identità di “corporate”, apparentemente disorganizzata ma riconducibile sempre a una regia che governa mirabilmente la diversità».

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