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Mostre

L’imprinting impressionista e l’alba optical

Al Thyssen-Bornemisza di Madrid il rapporto Boudin-Monet e 88 Vasarely

«La spiaggia di Trouville», 1870, di Claude Monet, Londra, The National Gallery  © The National Gallery, London. Bought, Courtauld Fund, 1924

Madrid. «Se sono diventato pittore, lo devo a Eugène Boudin», confessò Claude Monet in età matura, dopo avere a lungo rifiutato di ammettere l’influenza che ebbe l’insegnamento del maestro sul suo lavoro.

Una mostra al Museo Nacional Thyssen-Bornemisza, dal 26 giugno al 30 settembre, ripercorre questo capitolo della storia dell’arte che segnò la nascita dell’Impressionismo. La mostra «Monet/Boudin» analizza da una parte il periodo di apprendistato di Monet e dall’altra, ripercorrendo la carriera dei due artisti, torna sulle origini del movimento Impressionista. È esposto un centinaio di opere, con prestiti del Musée d’Orsay di Parigi, della National Gallery di Londra e del Metropolitan di New York.

Il percorso cronologico, in otto sezioni, comincia dalla primavera 1856, quando Monet, un giovane ostinato autodidatta appena sedicenne, incontrò il maestro, che aveva già il doppio dei suoi anni, a Le Havre. Boudin apprezzava le opere dell’allievo e gli insegnò la pittura en plein air. Nel 1858, il successo delle due tele, esposte col titolo «Paysage. Vallée de Roulles» a Le Havre, spinse Boudin a convincere Monet a raggiungere Parigi. Le opere esposte confermano la passione dei due artisti per le marine e gli studi del cielo e dell’acqua.

Dal 7 giugno al 9 settembre, il Thyssen-Bornemisza propone anche la monografica «Victor Vasarely. La nascita della Op art», realizzata grazie ai prestiti della Fondation intitolata all’artista di Aix-en-Provence e dei musei a lui dedicati a Budapest e a Pécs, città natale dell’artista (1906-97). La rassegna, che segue un percorso cronologico, si apre con una sala introduttiva dedicata alla serie «Vega» degli anni Settanta, tra le opere più emblematiche di Vasarely. Poi, in 88 quadri, si ripercorre la vita e la carriera dell’artista ungherese, dagli anni Trenta a Parigi dove, lavorando come grafico pubblicitario, cominciò a interessarsi agli effetti ottici grafici, all’adesione alla Optical art nel 1950 e alla stesura, nel 1955, del «Manifesto giallo», fino alle sperimentazioni degli ultimi anni.

Luana De Micco, da Il Giornale dell'Arte numero 387, giugno 2018


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