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Musei perfino in Antartide

Oggi ospita 75 basi per attività scientifiche ed esplorative e una novantina di monumenti «culturali» relativi alla storia delle esplorazioni

La capanna di Borchgrevink

Immaginata e raffigurata fin dall’antichità, l’Antartide venne raggiunta solo all’inizio dell’Ottocento dai cacciatori di pelli di foche. Oggi ospita ben 75 basi per attività scientifiche ed esplorative di divesi Paesi, ma anche una novantina di monumenti «culturali» relativi alla storia delle esplorazioni. Iscritti in una Lista del Patrimonio dagli Stati membri del Trattato Antartico del 1959 (cui si deve il «congelamento» delle rivendicazioni territoriali), sono attualmente oggetto di interventi conservativi e archeologici sui generis.

I primi insediamenti umani

Per millenni l’Antartide ha rappresentato per l’umanità un mito e una sfida, ma fino all’inizio dell’Ottocento nessuno ci aveva messo piede, anche se la sua presenza era stata immaginata fin dall’antichità. Aristotele aveva chiaramente espresso la sua opinione: per controbilanciare la terra del nord, definita «Artico» dalla costellazione dell’Orsa minore (arktos [ἄρκτος] significa orso in greco antico), doveva esistere una altra terra dalla parte opposta del mondo, che chiamò «Anti-Artico». Gli antichi conoscevano solo vagamente le terre del Nord, non sapevano che l’Artico è un oceano glaciale, e non avevano mai visto le terre del Sud, che furono raggiunte solo dopo oltre due millenni. Ma la forza di questa ipotesi fu tale che i geografi antichi, a partire da Tolomeo, indicarono sempre nelle loro mappe la presenza di questo continente, influenzando la cartografia rinascimentale, che sempre rappresenta l’Antartide, come per esempio nel famoso «Typus Orbis Terrarum» di Abraham Ortelius del 1570, a sud delle terre allora conosciute.

È solo a partire dalla fine Seicento, quando i navigatori si resero conto che queste indicazioni erano solo ipotetiche, che l’Antartide cominciò a scomparire dalle carte ufficiali, poiché nessuno era riuscito a raggiungerla e cartografarla. Il grande navigatore James Cook fece numerosi tentativi per trovarla. Nel suo secondo viaggio attorno al mondo, nel 1773-1774, Cook circumnavigò completamente l’Antartide, e capì, dalla presenza degli enormi iceberg, che doveva esserci una terra da cui essi provenivano. Riuscì persino a entrare con le sue navi in quello che oggi si chiama il Mare di Weddel, nella parte occidentale del continente. Ma non riuscì mai a raggiungere la terra antartica, quasi sempre nascosta da nebbie e ghiacci.

Così, i primi a mettere piedi in Antartide non furono i grandi esploratori, ma gli anonimi cacciatori che nei primi decenni dell’800 fecero fortuna con il commercio delle pelli di foca. Tale fu la corsa a questo guadagno, che in pochi anni milioni di foche furono sterminate e si rischiò persino la loro estinzione. Nel corso dell’800, vennero organizzate dalle principali potenze marittime diverse spedizioni a carattere scientifico e geografico, che avevano lo scopo di mappare le «terre incognite» del Sud e anche di disporre di una precisa localizzazione del polo magnetico meridionale, elemento importantissimo per la navigazione. La Gran Bretagna, la Francia, gli Stati Uniti, la Russia, il Belgio e la Norvegia organizzarono spedizioni che poco a poco permisero di comporre una cartografia completa delle coste dell’Antartide.

Si ebbero così nel 1819-21 la spedizione russa del barone Fabian Gottlieb von Bellingshausen (1778-1852), che fu la prima a mettere piede sul continente; quella del 1823-24 di James Weddel (1787-1834), che scoprì il mare che oggi porta il suo nome; quella del 1837-40 del francese Jules Dumont d’Urville (1790-1842), scopritore della Terra di Adelie nella parte orientale del continente; quella americana del 1838-42 guidata da Charles Wilkes (1798-1877) che cartografò gran parte della penisola antartica; quella britannica del 1839-43 delle navi Erebus e Terror comandate da James Clark Ross (1800-62), che scoprì il mare che oggi porta il suo nome e la gigantesca Barriera di Ross, una distesa di ghiaccio di oltre 500mila chilometri quadrati nella parte orientale del continente. Queste spedizioni restavano in Antartide per periodi brevi durante la stagione estiva. Ma alla fine del secolo, nel 1897-99, una spedizione belga, condotta dal barone Adrien de Gherlache (1866-1934), di cui faceva parte l’esploratore norvegese Roald Amundsen (1872-28), venne intrappolata nei ghiacci, e fu così la prima a svernare nel continente. La fine del secolo marcò, per l’Antartide, l’inizio di una stagione «eroica» di spedizioni volte a studiarne la geografia, la geologia, la meteorologia e l’ecologia e dirette alla conquista del Polo Sud.

La prima a trascorrere volontariamente un inverno nel continente fu la Southern Cross Expedition (1898-1900), una spedizione inglese, sotto il comando del norvegese Carlsten Borchgrevink (1864-1934), che realizzò il primo insediamento umano nel continente, una semplice capanna localizzata a Cape Adare, nella parte orientale dell’Antartide, in prossimità del Mare di Ross. Tra il 1900 e lo scoppio della prima guerra mondiale, che impose un rallentamento, moltissime spedizioni raggiunsero il continente: le due spedizioni inglesi guidate da Robert Falcon Scott (1868-1912), la «Discovery» nel 1901-04 e la «Terra Nova» nel 1910-13; quelle guidate da Ernest Shackleton (1874-1922), la «Nimrod» nel 1907-09 e la «Endurance» nel 1914-16, resa famosa dall’incredibile odissea dell’equipaggio prigioniero dei ghiacci per due inverni; la spedizione svedese del 1901-03, guidata da Otto Nordenskjöld (1869-1928); la spedizione francese del 1908-10 di Jean-Baptiste Charcot (1867-1936); quella australiana del 1911-14 di Douglas Mawson (1882-1958); e altre, tedesche, scozzesi, russe, giapponesi.

L’apice dell’interesse del pubblico per la scoperta dell’Antartide venne raggiunto nel 1911-12, quando due spedizioni raggiunsero il Polo Sud, la prima, l’11 dicembre 1911, guidata da Roald Amundsen e la seconda, un mese dopo, quella di Robert Falcon Scott che morì insieme ai quattro compagni nel viaggio di ritorno verso la base: una fine tragica che commosse il mondo. La gran parte di queste spedizioni costruirono basi composte da semplici capanne prefabbricate, rifugi improvvisati e rudimentali impianti tecnici per il lungo soggiorno in Antartide, che poteva durare anche tre o quattro inverni. Lo sviluppo di insediamenti umani, costituito esclusivamente da basi militari e scientifiche, prese avvio solo con la seconda guerra mondiale, quando gli inglesi, per timore di una presenza nazista in Antartide, lanciarono una operazione militare (Operation Tabarin) per realizzare numerose basi militari nella penisola antartica.

Il dopoguerra vide una vera e propria corsa alla realizzazione di basi in molte parti del continente, soprattutto da parte dei Paesi che avevano manifestato pretese territoriali. E dopo l’adozione del Trattato Antartico nel 1959, molti Paesi realizzarono basi per permettere lo svolgimento di attività scientifiche e di esplorazione. Le basi oggi attive sono 75, sparse in tutto il continente, lungo le coste ma anche all’interno. La più grande di tutte è la base americana di McMurdo nel Mare di Ross, che arriva a ospitare fino a 1.500 persone, ma in genere le basi sono più piccole e ospitano al massimo una cinquantina di persone. Alcuni Paesi hanno realizzato diverse basi: l’Argentina ne ha create ben tredici, per marcare il suo interesse al territorio antartico. In una, la Base Esperanza, è persino nato, nel 1975, il primo bambino antartico. Il Cile, che rivaleggia per le stesse zone, ne ha dieci, la Gran Bretagna quattro, la Germania tre, come la Spagna. La Russia ha dieci basi, tra cui una, la Vostok, situata nel Polo della Inaccessibilità, il punto più lontano dalle coste. Gli Stati Uniti hanno tre basi, di cui una, la Amundsen-Scott, è ubicata esattamente al Polo geografico. La Cina è arrivata più tardi delle altre nazioni, ma ha già quattro basi attive. L’Italia dispone di due basi, la Stazione dedicata all’ingegnere Mario Zucchelli, che diresse il programma antartico italiano per 16 anni, sul Mare di Ross, e, in condominio con la Francia, la bellissima Stazione Concordia sulla cosiddetta Dome C del Plateau Antartico, a oltre 3mila metri di quota.

In anni recenti si è assistito a un’importante trasformazione nell’architettura delle stazioni antartiche. Mentre prima gli edifici che venivano realizzati avevano carattere strettamente funzionale, negli ultimi dieci anni sono state realizzate stazioni che utilizzano un design innovativo e avveniristico. Ne sono esempi la Stazione Halley VI della Gran Bretagna, una base semovente progettata dall’architetto Hugh Broughton e chiaramente ispirata alla «walking city» progettata da Ron Herron di Archigram nel 1964; la Stazione Juan Carlos della Spagna, la Stazione Jan Bogo della Corea del Sud, la Stazione Neumayer della Germania e la Stazione Princess Elisabeth del Belgio, l’unica base antartica che oggi funzioni interamente con energie rinnovabili.

Il patrimonio culturale

Il continente antartico è l’unico che non sia stato colonizzato dalla specie umana nel corso della sua espansione in tutte le terre emerse. Ma negli ultimi due secoli la grande avventura dell’esplorazione antartica ha creato un vero e proprio patrimonio culturale. Vi è quindi oggi una archeologia antartica, che si interessa agli insediamenti temporanei creati dai cacciatori di foche, come anche un’archeologia industriale, formata soprattutto dai resti degli impianti per la produzione dell’olio di balena. Vi sono molte basi degli esploratori dell’epoca eroica e diverse basi militari dismesse e trasformate in musei. E poi vi sono i monumenti creati a ricordo di eventi di particolare importanza, connessi alle esplorazioni o alle scoperte scientifiche. Vi sono infine i molti memoriali e le tombe di coloro che hanno perso la vita per l’esplorazione dell’Antartide.

Tra le molte iniziative promosse nell’ambito del Trattato Antartico, vi è stata anche l’istituzione di una Lista del Patrimonio, che oggi conta una novantina di monumenti e siti sparsi nelle diverse parti del continente. I siti vengono iscritti nella Lista su proposta degli Stati membri del Trattato, e la loro cura e conservazione è affidata o alle stazioni scientifiche, o a missioni di ricercatori specializzati, oppure agli Antarctic Heritage Trust, come quelli inglese, neozelandese o australiano. Anche l’Icomos svolge un ruolo importante nella promozione della conservazione del patrimonio antartico, con il suo International Polar Heritage Committee.

Le prime basi costruite per l’esplorazione antartica hanno, per la loro importanza simbolica, un posto particolare nel patrimonio del continente. Le prime costruzioni furono delle capanne di stile nordico portate dalle spedizioni di Borchgrevink nel 1899 e di Nordelskjöld nel 1901. Ma quelle più famose sono certamente le capanne costruite dalle spedizioni di Scott nel 1902, di Shackleton nel 1908, di Mawson nel 1912, costituite fondamentalmente da elementi prefabbricati utilizzate per la colonizzazione delle terre agricole in Australia e adattate al clima antartico. La Discovery Hut di Scott è vicina alla base di McMurdo, a Cape Evans nell’Isola di Ross ed è stata oggetto di una campagna internazionale del World Monument Fund per la sua conservazione. La capanna di Shackleton a Cape Royds nell’Isola di Ross è stata oggetto di un importante restauro da parte del New Zealand Antarctic Heritage Trust in anni recenti. Oltre alla struttura, è stato conservato anche tutto il suo contenuto, che comprende i resti delle provviste e tutte le attrezzature della spedizione.

Il sito storico di Mawson a Cape Denison, Commonweath Bay, è stato restaurato integralmente dagli australiani negli anni Novanta. Anche Amundsen realizzò una piccola struttura prefabbricata, che era stata realizzata in Norvegia e poi trasportata in Antartide a servizio della spedizione che riuscì a raggiungere il Polo. Tra le basi realizzate nei decenni successivi, soprattutto dai militari, molte sono oggi oggetto di conservazione.

In particolare tutto il sistema di basi realizzate dagli inglesi negli anni Quaranta e Cinquanta nella penisola antartica è oggi affidato al British Antarctic Heritage Trust. Sono interessanti esempi di questi restauri conservativi la Base A di Port Lockroy, oggi forse il più importante museo antartico, la Base E di Stonington Island, la Base W di Detaille Island. Nella Lista del Patrimonio antartico sono presenti molti elementi di carattere «monumentale» che riflettono importanti momenti storici. Ne sono esempi il tumulo commemorativo del luogo dove svernò la spedizione di Jean-Baptiste Charcot nel 1904 a Booth Island nella Penisola antartica; il busto di Lenin che commemora la conquista del Polo della Inacessibilità nel 1958 da parte degli esploratori russi, in prossimità della Stazione Vostok; il busto del capitano cileno Pardo, che comandava la nave che portò in salvo i sopravvissuti della spedizione Endurance di Shackleton, nella Elephant Island nel gruppo delle South Shetlands; la stele che ricorda l’unica centrale nucleare installata nel continente, presso la base americana di McMurdo; il trattore sovietico Kharkovchanka, attivo in Antartide dal 1959 al 2010.

Ma certamente il monumento più significativo è un oggetto oggi invisibile: la tenda rossa che Amundsen eresse al Polo Sud al suo arrivo nel dicembre 1911, di cui esistono solo alcune foto che la mostrano con i componenti della spedizione di Amundsen e con quelli della spedizione di Scott che la trovarono, con grande delusione, un mese dopo. Scott e i suoi sfortunati compagni sono commemorati da una croce posta a Observation Hill, nell’Isola di Ross, vicino alla base che la spedizione aveva stabilito per la conquista del Polo Sud.

Molte sono le tombe di coloro che sono morti nel corso delle numerose spedizioni scientifiche in Antartide nel corso degli ultimi 120 anni o che sono periti in tragici incidenti, come quello che costò la vita ai 257 turisti dell’aereo neozelandese che si schiantò sul Monte Erebus nel 1987. La Lista del patrimonio gestita dal Trattato Antartico si limita a registrare elementi connessi all’esplorazione del continente e, se comprende alcune aree di interesse archeologico, come gli impianti della Stazione baleniera di Deception Island, non si interessa, per ora, all’importante patrimonio archeologico lasciato dai cacciatori di foche e di balene.

Questi resti, oggetto di ricerche da parte di Università cilene e argentine, si trovano soprattutto nella King George Island nell’arcipelago delle Shetlands del Sud.
La conservazione del patrimonio antartico è un’operazione complessa, a causa della difficoltà di accesso ai siti, della durezza del clima e della fragilità dei materiali utilizzati. Tuttavia lo sviluppo del turismo in Antartide, quasi esclusivamente in navi da crociera, ha rafforzato l’interesse delle istituzioni nazionali di molti Paesi e del settore privato per il sostegno logistico, finanziario e scientifico all’opera di conservazione.

Il Trattato Antartico, un miracolo di diplomazia

L’Antartide, per un raro successo della diplomazia internazionale, è oggi tra le aree meglio protette del pianeta. Durante e dopo la seconda guerra mondiale molti Paesi stabilirono delle basi (a volte anche a carattere militare) nelle diverse parti del continente. Alcuni Paesi espressero delle rivendicazioni territoriali su porzioni dell’Antartide, spesso in sovrapposizione a quelle di altri. Per esempio, la penisola antartica venne rivendicata simultaneamente da Argentina, Cile e Gran Bretagna. L’Australia rivendicò una porzione enorme del continente, pari a quasi un terzo della superfice. E anche altri Paesi, come la Norvegia la Francia e la Nuova Zelanda, misero le loro bandiere su porzioni di territorio.

Per fortuna gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica si opposero a questa logica di conquista coloniale e nel 1959, a seguito delle raccomandazioni emesse dagli scienziati riuniti nel Congresso Mondiale di geofisica, spinsero tutte le Nazioni a firmare il Trattato Antartico. In base a questo accordo, tutte le rivendicazioni territoriali vennero «congelate», il continente venne dedicato unicamente a scopi scientifici e pacifici, e vennero proibite tutte le attività di carattere militare, commerciale, minerario, industriale, oltre all’uso di combustibili nucleari. Possono aderire al Trattato, con diritto di voto, i Paesi che, oltre a impegnarsi alla sua attuazione, possiedono almeno una base scientifica in Antartide: oggi sono 29. Questo autentico miracolo politico fa sì che l’Antartide sia oggi sede di importanti basi e laboratori scientifici per lo studio dell’atmosfera, della fisica dei neutrini, della glaciologia, del magnetismo terrestre, della biologia marina. E che sia anche una zona del mondo dove hanno trovato posto il patrimonio e la cultura.

Francesco Bandarin è consigliere speciale dell’Unesco per il patrimonio. Le opinioni qui espresse sono dell’autore e non impegnano l’Unesco

Francesco Bandarin, da Il Giornale dell'Arte numero 387, giugno 2018


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