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Fotografia

Bernoud, un pioniere della fotografia a Napoli

Alla Certosa di San Martino la prima monografica sull'istrionico francese, grande sperimentatore

«Le popolane», una stereoscopia di Alphonse Bernoud

Napoli. Tra le iniziative recenti promosse dal Polo Museale della Campania, diretto da Anna Imponente, spicca per originalità di tema e qualità di spunti della ricerca la mostra  «Alphonse Bernoud, pioniere della fotografia» allestita fino al 25 settembre presso la Certosa e Museo di San Martino di Napoli.

A Fabio Speranza, storico dell’arte, fotografo e collezionista del settore, vanno i meriti della ricerca e della curatela di questa prima mostra monografica su Bernoud, che consta di 230 oggetti, tra fotografie all’albumina, carte salate e stereoscopie, con una sezione dedicata agli strumenti d’epoca, alcuni appartenuti proprio al nostro fotografo, con obiettivi, grafoscopi e apparecchi per la realizzazione dei cosiddetti «ritratti gemelli», un procedimento pionieristico di fotomontaggio per ottenere il ritratto della stessa persona in due pose differenti, di cui Bernoud fu l’inventore assoluto.

Originario di Lione, Alphonse Bernoud (1820-99) è una personalità originale, intraprendente e istrionica di fotografo francese che decide di trasferirsi a Napoli, una delle capitali della fotografia, dove, nel 1856, apre uno studio nel centro del Boschetto della Villa Reale a Chiaia (oggi Villa Comunale). Bernoud era noto alla comunità internazionale per essersi fatto conoscere e premiare all’Esposizione Universale di Parigi, del 1855, dove la fotografia, con un proprio padiglione espositivo, viene per la prima volta rilanciata non per il suo valore di medium, utilizzato dalla comunità degli artisti, ma per una diversa e precisa potenzialità artistica.

A Napoli Bernoud adotta subito le nuove tecniche di comunicazione, come la stereoscopia, con la quale documenta Pompei,  Ercolano, Paestum, Baia ma anche l’arrivo di Garibaldi e, in veste di reporter, si spinge a documentare le rovine del terremoto del 1857 in Lucania, che distrusse Polla e Pertosa, riprodotte negli articoli della rivista «Illustration» dello stesso anno. La tecnica della stereoscopia, con un sistema binoculare di lenti adattate a uno strumento chiamato stereografoscopio, consentiva di vedere la fotografia in una visione tridimensionale, del tutto simile al 3D di oggi.

Bernoud fu abile nel riuscire a coniugare le nuove sperimentazioni alla capacità d’impresa e, aprendo uno studio in contemporanea anche a Firenze e a Livorno, nel corso della sua carriera non ebbe timori ad adoperare tutti i formati, dalla «carte visite» al formato «cabinet» (13x18cm) e a utilizzare tutti i generi, dal ritratto al paesaggio, dalle celebrazioni ai costumi, dal teatro alle scene popolari, fino alle riproduzioni di opere d’arte. Sfruttando le potenzialità della fotografia, aderì a quella visione positivista della scienza il cui messaggio, messo in evidenza all’Expo di Parigi del 1867, vedeva nella diffusione della fotografia e nelle sue potenzialità una delle possibilità di trasmissione della «pace tra i popoli».

Nel pieno del successo, Bernoud cede i suoi atelier attivi in Italia e nel 1872 lascia anche Napoli. Prima di ritirasi a Lione affida il testimone al fotografo Achille Mauri, nello studio centralissimo e ben avviato di Palazzo Berio, in via Toledo, col compito di continuare l’impresa, oramai rinomata, insieme alla squadra di collaboratori che continueranno a lavorare in sua vece.
Lo stile di Bernoud fu molto originale: lo si riscontra confrontando le vedute realizzate nella stessa epoca da Alinari o Sommer, e le sue; vedute di Napoli e Pompei, Firenze e Siena nelle quali il lionese cercò sempre angolazioni e tagli di ripresa meno convenzionali, dove le figure in movimento e, talvolta, anche il suo autoritratto segnano la cifra stilistica propria dell’artista e non del fotografo obbligato a documentare il luogo.

La realizzazione della mostra è il risultato di un lavoro di squadra, diretto con passione ed entusiasmo da Rita Pastorelli, direttrice del Museo di San Martino che ha individuato, nell’antica Farmacia dei monaci certosini, uno spazio centrale e strategico, adibito ad esposizioni temporanee.

Luisa Martorelli, edizione online, 29 giugno 2018


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