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Primo incontro con il ministro Alberto Bonisoli

Il problema base è: manca personale

Alberto Bonisoli, 56 anni, ministro dei Beni culturali senza più delega al Turismo, passata al Ministero dell'Agricoltura

Le prime settimane del neoministro come al solito sono state dedicate a conoscenze, contatti, presenza.  Nonostante le dichiarazioni dei partiti al governo («Cambieremo tutto»), non si percepisce ancora nessun segnale significativo (anche se annuncia: «Vorrei essere ricordato per una piccola rivoluzione culturale»). I suoi primi atti saranno nomine importanti:  il segretario generale e il nuovo presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali e del Paesaggio.

Roma. Scelto dal Movimento 5 Stelle, Alberto Bonisoli, 56 anni, laurea alla Bocconi, è ministro dei Beni e delle attività culturali e del Turismo dal primo giugno 2018 (ma da 2 luglio la delega al Turismo è passata al Ministero dell’Agricoltura, guidato dal leghista Gian Marco Centinaio). Poche settimane di lavoro senza grandi annunci, dedicate a conoscere, a studiare la situazione del suo Ministero e ai tanti nodi da sciogliere.

Per molti anni Bonisoli si è dedicato alla formazione e all’Università, agli aspetti innovativi in alcuni settori tipici della nostra produzione: dal 2012 è direttore della Naba, la Nuova Accademia delle Belle Arti di Milano, scuola privata di arte, moda e design. Bonisoli è anche presidente dell’Associazione delle Scuole di Moda Italiane e dell’Afam, che raggruppa le istituzioni della formazione superiore italiana di analogo indirizzo. È un esperto di Education Management e consulente di progetti internazionali. Come ministro dei Beni e delle Attività culturali è chiamato dunque ad affrontare una serie di temi per lui nuovi ed eredita da Dario Franceschini una riforma del Ministero assai complessa, con molti problemi tuttora irrisolti.

Ministro Bonisoli, lei si è occupato finora di questioni diverse da quelle che sta ora affrontando al Ministero. Come pensa di poter utilizzare le sue esperienze precedenti?

Cultura non è soltanto musei e archeologia. Quelli di cui mi sono occupato sono tutti aspetti della «cultura» e hanno un raggio molto ampio, in una visione olistica: dal design, all’archivistica, all’editoria e molto altro, con problematiche diverse tra loro, e dove sono stati fatti interventi diversi anche dal punto di vista normativo. L’argomento è vasto e richiederebbe una risposta molto articolata.

Che cosa pensa della riforma Franceschini?

In linea generale penso che una struttura come quella del Ministero dei Beni culturali non abbia bisogno di una riforma o di una ristrutturazione completa ogni due anni. Quindi preferisco che ci sia un periodo di consolidamento in modo tale che le criticità possano emergere. Soltanto dopo si potrà eventualmente intervenire, se necessario anche in modo radicale. Altrimenti sarà sufficiente trovare gli opportuni correttivi.

Quindi, lei dice: devo capire meglio come stanno davvero le cose.

Più che capire c’è da ascoltare e chiarire. Tecnicamente è tutto chiarissimo. Il tema vero è che forse alcuni spunti erano legittimi ma l’intera riforma è stata applicata a costo zero.

Si riferisce, per esempio, alla mancanza di personale, carente in tutti i settori?

Per me, questa è la vera priorità.

Lei si trova ad attuare anche il «sistema nazionale dei musei», varato pochi mesi fa ma ancora sulla carta, che vuole realizzare ovunque «livelli uniformi di qualità».

È senz’altro importante ragionare nell’ottica di un sistema museale, tenendo conto che ci sono diverse capacità attrattive, flussi e politiche promozionali. È importante quindi collegare le politiche nazionali e regionali, creare reti interregionali di musei. È quello che pensiamo di fare a Roma: allargare la validità della «card», dai musei civici a quelli statali.

Lei ha fatto cenno anche in un recente convegno alla necessità di «fare economia con la cultura». Era anche l’idea di Franceschini che aveva puntato più sulla valorizzazione che sulla tutela. È anche il suo orientamento?

No, assolutamente no. Per me la tutela è al primo posto, anche perché parliamo di beni culturali, quindi non replicabili. Dunque la tutela non è in discussione. Quanto all’economia, e parlo della valorizzazione, il nostro patrimonio ci consente di mettere in moto risorse economiche interessanti. Ma questo, secondo me, è soltanto un mezzo per arrivare a un fine più elevato: l’offerta culturale che noi possiamo realizzare significa tra l’altro aiutare l’economia e creare posti di lavoro.

Franceschini ripeteva che questo è «il Ministero economico più importante del Paese». Lei che cosa ne pensa?

È giusto prendere atto che l’economia c’entra anche in questo settore. Ma l’idea che la cultura sia produttrice di risorse economiche è soltanto una parte della storia. C’è molto di più.

Che cosa le piacerebbe che si dicesse di lei alla fine del suo mandato?

Di aver contribuito a una piccola rivoluzione culturale.

Non è poco…

Non lo è, ma in caso contrario me ne sarei rimasto a casa.

Edek Osser, da Il Giornale dell'Arte numero , luglio 2018


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