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Ipotesi elettrizzante: il Mantegna inedito parte del Trittico degli Uffizi

Giovanni Valagussa, curatore dell’Accademia Carrara, racconta la scoperta, i restauri, gli studi in corso e le ipotesi di ricomposizione

La «Resurrezione di Cristo» di Andrea Mantegna dell'Accademia di Carrara

Bergamo. La storia è nota, rimbalzata com’è sui media italiani e internazionali, ma la riassumiamo per la sua eccezionalità: lavorando al catalogo completo dei «Dipinti italiani del Trecento e del Quattrocento» dell’Accademia Carrara, il curatore del museo e del catalogo Giovanni Valagussa ha ripreso in esame la tavoletta della «Resurrezione di Cristo», già della collezione del conte Guglielmo Lochis (uno dei donatori più generosi dell’Accademia Carrara), che l’acquistò nel 1846 per 24 zecchini da tale «signora Silva», come opera di Mantegna. Attribuzione presto confermata da sir Charles Eastlake, primo direttore della National Gallery di Londra, e dallo storico dell’arte e mercante Otto Mündler.

Pochi anni dopo, però, il celebre studioso Giovanni Morelli e altri (tra i quali l’autorevole Giovanni Battista Cavalcaselle) contesteranno tale attribuzione, vedendo il dipinto «guasto da restauri», fino a che, nel 1910, non sarà classificato come opera di bottega (e così figurerà, decenni dopo, anche nella fototeca di Federico Zeri). Dopo un breve passaggio, nel 1912, nel catalogo di Francesco, figlio di Andrea Mantegna, sarà annoverato da Bernard Berenson fra le «copie di lavori perduti». Tanto che nel riallestimento postbellico dell’Accademia Carrara la tavoletta finirà nei depositi, come opera di «Pittore mantovano. Copia da Mantegna».

Fin qui ciò che è già noto, e le ragioni evidenti per le quali, al momento di lavorare alle schede del catalogo in preparazione (che esce ora da Officina Libraria), nessuno studioso era motivato a occuparsene. Giovanni Valagussa, da curatore del catalogo, decise perciò di accollarsela personalmente, «ma all’ultima verifica, ci dice, mi accorsi della piccola croce, dipinta con oro liquido, che s’intravedeva al margine inferiore della tavola, fra le rocce: ovvio che appartenesse a un altro dipinto. Pensai che la scena più probabile fosse una “Discesa al Limbo”.

Lo confrontai con dipinti di quel soggetto della stessa area e quando, una sera, lo accostai con Photoshop alla “Discesa al Limbo” di Mantegna (già collezione Piasecka Jonhson a Princeton, venduta da Sotheby’s a New York nel 2003, Ndr) immettendo le misure reali, scoprii che l’arco di roccia, diviso tra le due tavole, si ricomponeva perfettamente!».

Sottoposta la documentazione a Keith Christiansen, chairman del Dipartimento Pittura europea del Metropolitan Museum di New York, la risposta, entusiastica, arrivò in pochi minuti: quella tavoletta, pur oscurata da vernici ingiallite e dai vecchi restauri, era da attribuirsi ad Andrea Mantegna, appartenendo alla stessa tavola della «Discesa al Limbo» la cui autografia è sempre stata confermata, sin dalla sua ricomparsa ai primi del ’900. Dello stesso parere Giovanni Agosti, tra i pochissimi ad aver visto il dipinto dal vero.

Ma com’è potuto accadere che fosse finita, dimenticata, nei depositi? «Il fatto è, continua Valagussa, che del nostro dipinto non esisteva nemmeno una fotografia a colori. E nessuno aveva mai potuto notare quella minuscola croce, che si può individuare soltanto con un esame visivo diretto. Un altro dettaglio, però, mi aveva incuriosito: sul verso, a metà circa dell’altezza, si vedono due chiodi segati, la cui testa si trova sotto la pellicola pittorica. Pensai a una traversa asportata ma la posizione era del tutto anomala. Poteva però trattarsi della traccia di un telaio applicato, prima della pittura, per irrobustire la tavoletta (sottilissima: 8 mm di spessore), che doveva essere di misure maggiori, e verticale, vista la collocazione dei chiodi».

Per formato, potrebbe trattarsi dell’anta mobile di un «altarflugel», come se ne trovano in area tedesca, il che confermerebbe gli ipotizzati rapporti con la Germania di Mantegna (che non a caso fu fra i primi artisti italiani a praticare l’incisione, assai diffusa invece nell’Europa centrale); come di area tedesca pare essere l’insolita iconografia che sovrappone le due scene. Ma l’altra ipotesi, a dir poco elettrizzante, cui stanno lavorando ora gli studiosi (per una mostra che si terrà tra un anno, curata da Giovanni Valagussa e Antonio Mazzotta), è che la tavoletta della Carrara si possa in qualche modo accostare al trittico (ricomposto) di Mantegna degli Uffizi, «per il quale, spiega il curatore, è stata ipotizzata la provenienza dalla perduta Cappella del Castello di San Giorgio a Mantova. La stessa da cui, secondo Roberto Longhi, proverrebbe la “Morte della Vergine” del Prado, anch’essa ritagliata da un dipinto di formato verticale, la cui parte superiore, con l’anima della Vergine accolta da Cristo, si trova nella Pinacoteca Nazionale di Ferrara».

Opere, queste, che si datano tutte a un momento più antico nel percorso di Mantegna, ma rispetto alle quali la tavola della Pinacoteca Carrara potrebbe essere un’aggiunta successiva.

E ora? I primi saggi di pulitura, asportando la patina ambrata tipica dei restauri degli anni tra ’800 e ’900, stanno iniziando a rivelare la cromia, limpida e trasparente, di Mantegna. Ma, prima di procedere al restauro, il dipinto è già stato sottoposto da Paola Artoni, responsabile del Centro Laniac dell’Università di Verona (del dipartimento diretto da Enrico Dal Pozzolo) con Miquel Herrero, Università di Lleida, a riflettografia agli infrarossi, mentre i pigmenti sono stati analizzati con spettrofotometria Xrf e al microscopio.

«I dati raccolti, dichiarano dal Laniac, hanno confermato le ipotesi di Valagussa: la croce è, infatti, pertinente, l’evidenza diagnostica di un disegno magistrale conferma l’autografia dell’opera e la tavolozza è perfettamente aderente a quella impiegata dal maestro». Non solo: le immagini all’infrarosso, precisa il curatore, «mostrano alcuni tratti del disegno sottostante che, nel soldato di destra, in piedi, rivelano il disegno dei muscoli del corpo nudo, poi “vestito” con abiti colorati, un procedimento tipico di Mantegna». Altre indagini seguiranno a breve e, viste le premesse, è probabile che ne scaturiranno altre informazioni.

Ada Masoero, da Il Giornale dell'Arte numero 388, luglio 2018


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