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Giuliano Volpe, il mio Rapporto sullo stato dei beni culturali

Il presidente del Consiglio Superiore dei Beni culturali ha steso un bilancio dei tre anni in quella carica: problemi e criticità ma anche possibili soluzioni

Giuliano Volpe, archeologo, è stato per tre anni presidente del Consiglio Superiore dei Beni culturali

Pubblichiamo un ampio stralcio del testo in cui Giuliano Volpe ripercorre la sua presidenza del Consiglio Superiore dei Beni culturali e paesaggistici nel triennio compreso tra il 16 giugno 2015 e il 16 giugno 2018, tracciandone un bilancio.

Nel triennio il Consiglio (Cs) ha tenuto 38 riunioni, tre delle quali straordinarie e pubbliche rispettivamente a Paestum, a Mantova e a Matelica, oltre a due sopralluoghi, a Pompei e a Spoleto-Norcia, sempre conclusi con specifiche mozioni [...]. Il primo elemento che sento di sottolineare riguarda proprio lo sforzo fatto per stabilire sempre di più un ponte tra il Mibact e l’esterno: una missione che ritengo propria del Cs, coerente e non alternativa a quella di organo consultivo del Ministro.

Questo Consiglio ha svolto la sua attività in un momento complesso [...], caratterizzato da grandi, radicali trasformazioni del mondo dei beni culturali nel quadro di più complessivi cambiamenti epocali in Italia e non solo. Tra il 2014 e il 2018 il Mibact ha cambiato profondamente la propria organizzazione interna con le riforme radicali promosse dal ministro Dario Franceschini, che hanno suscitato consensi e opposizioni, apprezzamenti e critiche.

Le recenti riforme hanno inciso profondamente nella stessa visione del patrimonio culturale e del suo valore per la società del terzo Millennio: ci sono ancora molti problemi irrisolti e non mancano anche errori, quasi fisiologici nelle riforme radicali, che mi auguro il nuovo ministro Alberto Bonisoli voglia correggere, ma senza stravolgerne il progetto culturale. Auspico, cioè, che un Governo che si è definito «del cambiamento» eviti il rischio di rappresentare la restaurazione nel campo del patrimonio culturale. [...]

Come ho già precisato, la nostra attività si è svolta nel quadro delle riforme del ministro Franceschini. A conclusione di tale processo è possibile indicare qualche personale spunto di riflessione, sia pure schematico. Una valutazione approfondita sarà possibile, credo, solo tra alcuni anni.

Cittadini ben disposti, ma addetti ai lavori ostili e litigiosi
C’è un grande interesse per il patrimonio culturale e c’è una grande voglia di confronto. Forse come mai in passato. Lo testimonia anche la ricca produzione di libri e articoli dedicati a questi temi oltre alla quotidiana attenzione della stampa. Questo è un dato assolutamente importante, che andrebbe salutato con soddisfazione da tutti, sia da chi è favorevole sia da chi è contrario alle riforme. In generale ho potuto verificare che il mondo delle associazioni, dei professionisti dei beni culturali, dei volontari, delle persone interessate alla cultura, insomma dei «semplici cittadini», è molto ben disposto e sostanzialmente condivide i cambiamenti in atto, mostra fiducia nelle riforme, pur esprimendo a volte perplessità o indicando alcuni esempi di cattiva gestione. Invece tra gli «addetti ai lavori» prevalgono opposizioni e riserve: fortissime tra il personale del Mibact (ovviamente anche con significative eccezioni), tra i colleghi universitari e anche tra i professionisti. Chi tra gli «addetti ai lavori» si dichiara favorevole (non sono pochissimi, anche se ancora una minoranza) condivide lo spirito e la filosofia delle riforme, ma apprezza molto meno la loro applicazione. C’è, dunque, un problema serio di distanza tra il progetto e la realtà, da tenere in grande considerazione. Bisogna, però, tener conto anche del poco tempo ancora trascorso: due-tre anni sono un periodo troppo breve rispetto a oltre un secolo in cui si è costruito, dall’Unità d’Italia in poi, il modello di tutela e valorizzazione del patrimonio culturale che si sta cercando di cambiare.

Nel Ministero non si parlano
In molti, tra il personale del Mibact, soprintendenti, funzionari, direttori di museo, hanno lamentato uno scarso dialogo. Penso che abbiano ragione anche se in realtà occasioni di confronto e dibattito ci sono state [...]. In generale, ancora oggi, non sono note proposte alternative che non siano il ritorno alle Soprintendenze settoriali e disciplinari e alla vecchia situazione dei musei dipendenti dalle Soprintendenze. In ogni caso, il confronto e il dialogo (quando non è fatto solo per rinviare le scelte e per non decidere nulla) sono necessari. Se si escludono gli incorreggibili oppositori, quelli contrari per partito preso, i detentori iper-ideologici di certezze granitiche, la gran parte dei colleghi ha interesse a far funzionare le strutture nelle quali lavora ed è ben disposta a collaborare. Partendo anche da posizioni distanti, attraverso il confronto e l’ascolto, le distanze si riducono, si stabilisce un rapporto di maggiore fiducia. La promozione del lavoro di squadra rappresenta uno dei temi principali, finora non affrontati adeguatamente.

L’autonomia dei musei è ancora troppo limitata
I trentadue musei autonomi hanno ancora moltissimi problemi (soprattutto quelli della seconda tornata: alcuni di questi sono ancora privi di mezzi, di personale o anche di una vera sede). Ma in generale al momento, pur tra alti e bassi, in un panorama variegato tra chi sta facendo bene o benissimo e chi fa meno bene, i musei autonomi rappresentano la parte che sta funzionando meglio della riforma. Anche in questo caso, però, si lamentano uno scarso indirizzo centrale e pochi sostegni concreti. Ritengo che siano ancora dotati di una autonomia troppo limitata. L’autonomia, strettamente legata alla responsabilità e a rigorose procedure di valutazione, dovrebbe, a mio parere, essere ampiamente accresciuta, anche nella gestione e nel reclutamento del personale, e dovrebbe tendenzialmente essere estesa a tutti gli istituti del Ministero.

Le Soprintendenze uniche lentamente imparano
Le Soprintendenze uniche, tra mille difficoltà e problemi, cominciano lentamente a funzionare. In alcuni casi abbastanza bene, in altri in maniera decisamente problematica (in particolare le sedi di nuova istituzione, ancora quasi prive di tutto). Hanno vari problemi di gestione, per archivi, laboratori, magazzini. Il personale delle precedenti Soprintendenze comincia a poco a poco a lavorare maggiormente insieme (in alcuni casi, la mancanza ancora di sedi fisiche uniche costituisce una seria difficoltà per far lavorare insieme i vari funzionari). Tutte attendono con ansia l’arrivo di nuovi funzionari e anche di personale tecnico e amministrativo. I settori in cui si articolano le Soprintendenze uniche funzionano ancora poco quasi dappertutto. In generale stenta ad affermarsi una capacità-volontà di lavoro d’équipe e solo pochi soprintendenti sanno realmente svolgere la nuova funzione di coordinamento. Di fatto stanno imparando il nuovo lavoro di soprintendente unico «a loro spese», senza un supporto reale. Servirebbero, invece, una formazione specifica e soprattutto un forte indirizzo dal centro. I conflitti principali sono con i Poli, soprattutto da parte degli archeologi, per le questioni relative ai materiali di scavo, ai magazzini, alle autorizzazioni. Questa situazione sta producendo anche conseguenze negative per i permessi di studio, per l’accesso ai dati e ai materiali per gli studiosi, frastornati tra Poli e Soprintendenze. Private dei musei statali, le Soprintendenze stanno in alcuni casi riversando il loro interesse sui musei civici: una cosa positiva e negativa al tempo stesso, perché si rischia di ingabbiare realtà che dovrebbero invece sperimentare nuove forme di gestione. I musei civici, peraltro, dovrebbero essere componenti essenziali del sistema museale nazionale e per questo dovrebbero dialogare maggiormente con i Poli regionali.

I Poli Museali Regionali sguarniti e conflittuali
L’aspetto più debole della riforma è al momento costituito dai Poli Museali Regionali per più ragioni, a partire dalla mancanza di personale per finire ai conflitti con le Soprintendenze. In generale, finora, non si sta attuando la reale funzione dei Poli, cioè la creazione di sistemi museali regionali con i musei civici, diocesani ecc. A mio parere sarebbe necessario favorire, a seconda dei casi, le migliori forme possibili di gestione con il coinvolgimento delle forze e delle energie presenti in ogni territorio (professionisti, associazioni, fondazioni, consorzi ecc.). I Poli sono, invece, presi dalla gestione diretta dei musei e delle aree archeologiche loro assegnati, con mille difficoltà. Ritengo che in futuro anche i grandi musei autonomi, appena si saranno consolidati, possano svolgere una funzione di aggregazioni di alcune realtà museali statali e di altra natura presenti nei vari territori. Complessivamente, però, si è messo in moto un processo che intende assegnare ai vari musei un ruolo sempre più attivo nella società contemporanea, anche in linea con le recenti raccomandazioni dell’Icom, che sollecitano la destinazione di maggiori risorse ai musei, una loro affermazione anche come catalizzatori dello sviluppo economico locale, il maggiore coinvolgimento delle comunità locali, un’attenzione particolare verso le fasce giovanili, l’attivazione di migliori servizi.

Anche le riforme richiedono manutenzione
Servirebbe, a quattro anni dall’avvio del processo riformatore, una manutenzione delle riforme, soprattutto nel superare e risolvere i motivi di conflitto tra i vari istituti periferici (soprattutto tra Soprintendenze e Poli), nel definire meglio il ruolo dei Segretariati (sulla cui funzione sono state espresse da più parti varie, legittime, perplessità), troppo spesso sovrapposti all’attività delle Soprintendenze, e nel migliorare i tanti aspetti ancora poco funzionanti, con un coinvolgimento diretto dei dirigenti e funzionari operanti in periferia. Andrebbero in particolare risolti i problemi di sovrapposizione di competenza, di scarsa collaborazione e di vera e propria conflittualità tra i vari istituti operanti nello stesso territorio.

Bisogna coinvolgere i locali dal basso
Le attese di maggiori aperture alla società e di un maggiore coinvolgimento degli Enti Locali, delle fondazioni, delle associazioni ecc. (pur essendoci vari segnali positivi in tal senso) non sono ancora state soddisfatte. C’è ancora molto lavoro da fare per favorire le tante possibili forme di «gestione dal basso» del patrimonio, ovviamente con un ruolo di indirizzo, monitoraggio e valutazione da parte del Mibact.

Il modello di tutela è ancora fermo al 1939
La vera riforma si avrà solo quando oltre alle strutture organizzative e alle norme cambierà la cultura della tutela e valorizzazione del patrimonio, rimasta inalterata, immodificata, ancorata alle visioni e alle norme degli inizi del Novecento e in particolare alla legge 1.089 del 1939. Quella legge, che ha rappresentato uno strumento straordinario per cercare di bloccare distruzioni e speculazioni, ha anche impedito l’affermarsi di un’idea diversa di tutela, non più fondata su un modello centralistico, difensivo, vincolistico, passivo, ma finalmente basata sulla progettazione, sulla pianificazione, sulle regole di trasformazione, sulla condivisione e la partecipazione dei cittadini: una tutela più attiva. Momenti importanti in questo processo potranno essere rappresentati dalla prossima ratifica della Convezione europea sul valore del patrimonio culturale (Faro 2005) e dalle conseguenti modifiche normative al Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio e dalla diffusione dei Piani Paesaggistici Regionali. [...]

Oggi si conclude la mia esperienza prima come componente, in rappresentanza per due volte delle Regioni italiane, e poi dal 2014 come presidente del Consiglio Superiore: un’esperienza impegnativa e di straordinaria importanza sotto il profilo professionale, culturale e umano. Sono profondamente grato al ministro Dario Franceschini per avermi offerto questa opportunità e per l’intenso scambio di opinioni fin dal marzo 2014 quando, appena nominato ministro, ricevetti una sua inaspettata telefonata per un incontro a casa sua (era in convalescenza) e ci conoscemmo per la prima volta. In questi anni ho potuto apprezzare la sua capacità di definire una strategia, la voglia di ascoltare e di studiare e la determinazione nell’assumersi la responsabilità politica di realizzare riforme radicali e epocali, la sua profonda e convinta dedizione nell’impegno di ministro dei Beni culturali cui ha saputo dare un rilievo, una visibilità e una credibilità forse senza precedenti. Se posso permettermi, ho anche potuto conoscere e apprezzare le sue doti umane, di sensibilità, passione politica e culturale, rigore etico e ironia, che appaiono poco all’esterno, nascoste dietro un’apparente freddezza.
Rivolgo gli auguri migliori di buon lavoro al nuovo ministro Alberto Bonisoli e alla sua squadra, sperando sinceramente, per il bene del patrimonio culturale italiano e dello stesso Mibact, che in questo momento avrebbe bisogno di stabilità e di ancora maggiori risorse, che voglia proseguire lungo il percorso avviato in questi ultimi anni, ovviamente con gli aggiustamenti e i miglioramenti che riterrà necessari

Giuliano Volpe, Roma, 11 giugno 2018

Giuliano Volpe, da Il Giornale dell'Arte numero 388, agosto 2018


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