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Il Giornale delle Mostre

Cartier-Bresson americano e paesaggista

A Lucca e a Bard paesaggi umani e naturali del fotografo

Henri Cartier-Bresson, «Brie, France, 1968». © Henri Cartier-Bresson / Magnum Photos

Lucca e Bard (Aosta). Allievo di André Lhote quando, da giovane, pensava di diventare pittore, poi assistente del regista Jean Renoir e presto amico di David «Chim» Seymour e Robert Capa quando ancora si chiamavano David Szymin ed Endré Friedmann (con loro, e con George Rodger e William Wandivert, nel 1947 fonderà Magnum Photos), il giovane Henri Cartier-Bresson (1908-2004) ha avuto una scuola e compagni di viaggio di prim’ordine. Saranno però lo straordinario talento, la vicenda biografica impegnata sul fronte politico e sociale e la lucidità di pensiero a fare di lui uno dei più grandi fotogiornalisti del XX secolo, oltre che un ascoltato teorico della fotografia.

Il Lu.C.C.A Center of Contemporary Art presenta fino all’11 novembre una parte del suo sconfinato lavoro nella mostra «Henri Cartier-Bresson. In America», curata da Maurizio Vanni, che riunisce 101 fotografie in bianco e nero scattate negli Stati Uniti, dal suo primo viaggio, alla metà degli anni Trenta, fino alla fine dei Sessanta. Anche in queste immagini il suo sguardo si appunta soprattutto sul «paesaggio» umano, con un’attenzione alla minuta quotidianità e nessuna enfasi sul lusso e il gigantismo dell’America del tempo. Perché, come ha scritto Arthur Miller, «essendo la sua una visione fondamentalmente tragica, ha reagito con maggiore sensibilità a ciò che in America ha visto come correlato al suo decadimento, al suo dolore». 

I paesaggi di HCB al Forte di Bard
Alberi, neve, nebbia, sabbia, tetti, risaie, treni, scale, ombra, pendii e corsi d’acqua: sono questi i capitoli nei quali sono suddivise le 105 fotografie di «Henri Cartier-Bresson. Landscapes/Paysages», la mostra realizzata dal Forte di Bard in collaborazione con Magnum Photos International e la Fondation Henri Cartier-Bresson di Parigi.

Allestita fino al 21 ottobre negli spazi delle Cantine della fortezza ottocentesca e curata da Andréa Holzherr, si concentra sui paesaggi rurali e urbani ripresi da HCB tra Europa, Asia e America, dagli anni Trenta ai Novanta. Eppure, anche quando l’ambiente e la natura sembrano protagonisti, la presenza umana è spesso richiamata nell’inquadratura, ne diviene un passante, come spiega Erik Orsenna nella prefazione al volume che dà il titolo alla mostra, pubblicato da Delpire nel 2001: «L’essere umano invitato dal fotografo a entrare in scena lascia la sua piccola persona per raccontare la storia della specie, i suoi sogni, i suoi smarrimenti».

Anche davanti al tempo lento dell’orizzonte e dello spazio abbracciato nel suo insieme, lo sguardo più famoso della storia della fotografia non manca mai di cogliere il particolare capace di rendere significante la visione, che diventa, con le sue stesse parole: «Riconoscimento nella realtà di un ritmo di superfici, linee e valori (...) la composizione è una coalizione simultanea, coordinamento organico di elementi visivi».

Ada Masoero e Chiara Coronelli, da Il Giornale dell'Arte numero 388, luglio 2018


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