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Cerco l'uomo

Per il Premio Nobel Gao Xingjian il ruolo dell’artista è risvegliare le coscienze. E il nuovo umanesimo nasce dall’accettazione della disarmonia

Gao Xingjian fotografato da Robert Wilson

Un artista totale che rivendica l’indipendenza della cultura dagli interessi politici, dagli aspetti utilitaristici e, soprattutto, dalle ideologie, opponendosi a tutti gli «ismi» che hanno, spesso tragicamente, contraddistinto la storia del Novecento: così si presenta oggi Gao Xingjian (nella foto di Robert Wilson), narratore, saggista, poeta, pittore, drammaturgo e regista, primo autore di origine cinese a vincere, nel 2000, il Premio Nobel per la Letteratura.

Nato nel 1940 a Ganzhou, dopo la laurea in Letteratura francese a Pechino inizia a lavorare come traduttore dei classici del Novecento. Durante la Rivoluzione culturale viene inviato per cinque anni nei campi di «rieducazione» di Mao ed è costretto a bruciare tutti i manoscritti ancora non pubblicati. Lui però non demorde e all’inizio degli anni Ottanta arriva al successo come narratore e drammaturgo: le sue prime pièce segnano l’inizio del teatro sperimentale in Cina e lo consacrano come autore d’avanguardia. Nella Cina comunista, però, l’opera teatrale Fermata d’autobus è vietata dopo poche repliche e lo espone a violenti attacchi. L’autore si allontana quindi per un lungo viaggio tra le montagne del Sud del Paese che ispirano il romanzo La montagna dell’anima, la sua opera più importante. Nel 1987, frustrato dalle limitazioni alla sua libertà, sceglie l’esilio a Parigi dove vive tuttora. Due anni dopo, all’indomani del massacro di piazza Tienanmen, lo scrittore condanna duramente la repressione e scrive il dramma La fuga, ispirato dagli orrori perpetrati dal Governo, che segna la rottura definitiva con la Cina: Pechino censura tutte le sue opere e lo dichiara «persona non grata».

Dopo il Nobel, Gao Xingjian, che dal 1998 è anche cittadino francese, abbandona la scrittura di romanzi per dedicarsi interamente alla pittura, sua attività principale, alla poesia, al teatro e al cinema. Ospite d’onore dell’Accademia di Francia a Roma, lo abbiamo incontrato in occasione del festival «Calling for a New Renaissance», dove ha rilanciato il suo appello per un nuovo Rinascimento dell’arte e della letteratura. Un manifesto che arriverà in libreria tra poco, nelle edizioni La nave di Teseo.

Quanto è importante che le diverse forme d’arte dialoghino tra loro e quale le permette maggiore libertà espressiva?
Amo tutte le arti, le ho studiate sin dall’adolescenza e mi esprimo in tante forme, ad eccezione della composizione musicale. Il cinema permette di fonderle creando un’arte totale. Io credo in un «ciné-poème», libero, come la poesia, che è un’arte indipendente e lontana dalle logiche commerciali. È un’altra nozione di cinema, senza trama né personaggi definiti. Nel mio terzo film, «Le deuil de la beauté», quaranta attori e ballerini di diverse nazionalità interpretano a turno diversi ruoli. Ha un montaggio libero, come lo sono i versi di un componimento. È una nuova scrittura cinematografica, estremamente potente, in cui musica, danza, arte acrobatica, canto, pittura, poesia si fondono come in un’orchestra.

Arte contemporanea e mercato rappresentano oggi un binomio indissolubile, di cui è manifestazione anche il proliferare di nuove Biennali in tutto il mondo.
Oggi l’arte è moda, design, decorazione, ricerca di nuovi materiali, installazioni. Un fenomeno interessante sotto certi aspetti, non posso negarlo, ma che non equivale alla vera creazione artistica. Non è arte, ma «divertissement». La vera malattia dei giorni nostri è che si confonde l’arte contemporanea con la vera creazione artistica e si dice che «la pittura è finita» facendo tabula rasa di secoli e secoli di ricchezza pittorica. Tuttavia non si può ripartire da zero: è un’illusione nata nel Novecento come provocazione e diventata col tempo ostentazione e ripetizione. Fare arte significa creare qualcosa di nuovo e autentico, non negare la tradizione o sovvertirla. Le Biennali non mi interessano, mi è capitato di visitarle per divertimento, nulla di più: la globalizzazione ha ridotto la cultura a prodotto di consumo.

La cultura è anche politica.
Cultura è un termine molto ampio. L’informazione è cultura, così come lo sono l’educazione, le scienze sociali, la filosofia, la storia, l’arte e la letteratura. Arte e letteratura non sono che una parte dell’idea globale di cultura, devono difendere la propria indipendenza senza confondersi con la politica.

Lei sostiene che «ciò che arriva alle masse, la cosiddetta “opinione pubblica dei media”, è una voce veicolata dai differenti partiti, per quanto possa apparire un pensiero indipendente (…). In quest’epoca che si confronta con la globalizzazione, la diffusione di informazioni di tipo culturale è talmente rapida ed estesa che, per gli scrittori, enfatizzare una qualche identità culturale può solo costituire un limite autoimposto e un vincolo per la creazione». Qual è, allora, il ruolo dell’artista oggi?
Non ha un ruolo definito. Lo scrittore e l’artista sono liberi pensatori, individui semplici e indipendenti, come tutti gli esseri umani, però loro possono purificarsi attraverso la creazione. Non hanno interesse nel potere e non rappresentano che loro stessi. Spesso, nel XX secolo, lo scrittore è stato portavoce del popolo, mezzo di propaganda, sottomesso alla politica e all’ideologia. Dobbiamo liberarci da tutto questo. Potremmo dire che il ruolo dell’artista è risvegliare la coscienza. Se poi si fa carico di altre responsabilità sbaglia. La politica esiste da sempre, sin dall’antichità, così come esistono l’arte e la letteratura, con uno scopo però molto diverso: bisogna tornare a questo, all’origine.

Come si può creare un nuovo Rinascimento?
Con un nuovo pensiero, una riflessione che rimetta al centro la complessità della natura umana e affronti le angosce dell’esistenza lasciandone una testimonianza autentica. L’Umanesimo classico non può risolvere i problemi attuali perché per quell’Umanesimo l’uomo è sano, bello, in armonia con la natura... un concetto astratto. Dov’è oggi quest’uomo perfetto? Non esiste. Un Rinascimento basato su quella nozione di uomo non è quindi applicabile ai giorni nostri. Tutto deve partire da una presa di coscienza dell’artista e dello scrittore, dalla riflessione sull’individuo reale, immerso nella vita reale. Tutte le mie opere teatrali più recenti sono incentrate sulla natura umana, cerco di esprimere la fragilità e la complessità di un individuo e di mostrarle attraverso un’estetica.

In Occidente negli ultimi quattro secoli abbiamo sviluppato la nostra forma di democrazia. In Cina, potenza globale ormai egemone, la cultura tradizionale prevede una diversa configurazione del potere. Lei crede che questa cultura cinese nei prossimi anni si imporrà anche in altre parti del mondo?
Non credo affatto. La Cina ha la sua storia e la sua politica, che si può criticare o meno: è un Paese immenso, con una popolazione cinque volte più numerosa dell’intera Europa, e particolare, con i suoi problemi e le sue difficoltà. Non si può usare il «caso Cina» per spiegare l’Occidente. Da trent’anni sono cittadino francese e la mia vita a Pechino rappresenta il passato. A interessarmi è l’Europa.

Un’Europa alla prova con spinte autonomiste, crisi di consenso delle democrazie e populismo, con l’Italia che ha il primo Governo populista in carica.
È una crisi molto grave che viene da lontano e investe tante nazioni, tra cui due a cui sono molto legato: la Spagna, tra l’indipendenza della Catalogna e la volontà secessionista dei Paesi Baschi, e l’Italia. Sono entrambi Paesi che conosco molto bene e di cui amo le tradizioni culturali, l’incredibile ricchezza del patrimonio. La società qui continua a essere paralizzata dalle ideologie del XX secolo, il liberalismo della destra, opposto al socialismo della sinistra, l’estrema destra che combatte l’estrema sinistra... Dobbiamo liberarci da questi pesi, da tutti gli «ismi». Sembra che non si possa immaginare una riflessione a lungo termine e che tutto si fondi sugli interessi particolari di questo o di quel partito politico che, spesso, dichiarano di esprimersi a nome del popolo, ma solo per raggiungere i loro fini. Per me tutti questi elementi sono motivo di grande preoccupazione.

Lei ha vinto il Nobel per la Letteratura. L’ultimo premiato è stato un cantautore, mentre quest’anno il premio non è stato neppure assegnato. Che idea si è fatto delle vicende di Stoccolma?
È una crisi in seno alla giuria, ma non c’è da sorprendersi, poiché in tutte le istituzioni ci sono sempre conflitti e divergenze di opinioni. Non so nulla di più di quanto letto sui giornali. Riguardo alla vittoria di Bob Dylan, posso dire che non sono contrario in linea di principio all’attribuzione del premio a un cantante anziché a uno scrittore. Alle origini della letteratura cinese, come in tutte le antiche tradizioni, sono infatti i canti popolari della tradizione orale i custodi della memoria collettiva.

Margherita Criscuolo, da Il Giornale dell'Arte numero 388, luglio 2018


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