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Quello sguardo che fa vergognare Trump

La fotografia di una bambina disperata al confine con il Messico conferma il potere delle immagini sulle scelte politiche attuali

Il pianto disperato di Yanela Hernández nella fotografia di John Moore

New York. Tra il caos e le controversie prodotte dalla politica sull’immigrazione a «tolleranza zero» del presidente americano Donald Trump, che nelle scorse settimane ha visto migliaia di bambini separati dai loro genitori al confine messicano e rinchiusi in centri di detenzione improvvisati, un’immagine è emersa con particolare forza: lo scatto del reporter John Moore, vincitore del Premio Pulitzer, in cui una bambina honduregna di due anni piange disperatamente mentre assiste all’interrogatorio e alla perquisizione di sua madre da parte degli agenti della polizia di frontiera statunitense.

La fotografia, che è sembrata sintetizzare la crisi etica e umanitaria in corso, è stata condivisa online ed è diventata virale nel momento in cui è stata utilizzata in una campagna di donazioni su Facebook il cui obiettivo era riunire le famiglie; la campagna ha raccolto più di 20 milioni di dollari a favore dell’organizzazione non profit texana Refugee and Immigrant Center for Education and Legal Service, diventando la più grande raccolta singola di fondi di sempre sui social media. «Time» ha pubblicato la foto sulla sua copertina del 2 luglio, contrapponendo l’angosciata bambina a un indifferente Trump, con il titolo: «Welcome to America».

La potenza della fotografia di Moore è evidente. Ma qual è la ragione del successo di queste immagini? L’artista newyorkese, cileno di nascita, Alfredo Jaar ravvisa una similitudine tra l’immagine della bimba honduregna, in seguito identificata come Yanela Hernández, e la fotografia del corpo di Alan Kurdi, il bambino siriano di etnia curda annegato in mare nel 2015 e ritrovato su una spiaggia in Turchia. Entrambe, dice Jaar, sono diventate «icone della crisi». A rendere speciali queste immagini, consentendo loro di aggiungere peso emotivo alle storie che i fotografi cercano di raccontare, è la loro semplicità. «Parliamo di numeri, di più di duemila bambini separati dai loro genitori. Ma questo rimane un’astrazione, osserva Jaar. Un’immagine deve ridurre la scala di una specifica storia a un volto, con un nome. Ecco dove nasce l’empatia».

La vastissima diffusione di queste immagini mostra anche come la fotografia possa talvolta servire da traduttore universale. «Non serve parlare tutte le lingue conosciute per capire quello che sta succedendo, asserisce Erin Barnett, direttrice delle mostre e delle collezioni all’International Center of Photography di New York. Oggi comunichiamo moltissimo per immagini. Quando se ne trova una che può davvero emergere dalla banalità della cultura visiva contemporanea, quella può veramente avere un peso politico e andare dritta al cuore di molta gente».

Forse questa è la ragione per la quale l’azione politica spesso segue la pubblicazione di questo genere di immagini, persino dopo lunghi periodi di stallo. Dopo la pubblicazione della fotografia di Alan Kurdi, bastarono due giorni perché la Germania annunciasse che avrebbe accolto i rifugiati bloccati in Ungheria. E, come sottolinea la Barnett, una serie fotografica del 1961 di Gordon Parks per la rivista «Life», che ritraeva con sensibilità un bambino di nome Flavio da Silva e la sua famiglia in una favela di Rio, aiutò a raccogliere centinaia di migliaia di dollari, parte dei quali venne usata per la costruzione di un sistema fognario e di una clinica medica per la comunità.

Pochi giorni dopo l’apparizione sui media della fotografia di Moore, il presidente Trump ha ribaltato la sua politica di durezza, emanando un ordine esecutivo per fermare ulteriori separazioni forzate. La promessa dell’Amministrazione di avere progetti per i più di duemila bambini già separati dalle loro famiglie, a volte dati in affidamento a famiglie sparse in tutto il Paese, o i cui genitori erano stati deportati, è stata comunque accolta con scetticismo.
«È stato detto che la Guerra del Vietnam finì grazie a uno o due fotografi, e ci credo, dice Jaar. Le immagini hanno ancora quel potere».

Helen Stoilas, da Il Giornale dell'Arte numero 388, luglio 2018


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