Il Giornale dell\ ilgiornaledellarte.comwww.allemandi.com

Documenti

L’antico muore per malamore

Antonio Giuliano: salvate il passato dagli architetti

Da sinistra, Francesco Solinas e Antonio Giuliano nel vestibolo al primo piano di Palazzo Corsini, sede dell’Accademia Nazionale dei Lincei

Tra le ragioni che mi hanno portato a concepire questa lunga intervista ad Antonio Giuliano è la profonda ammirazione per il grande studioso, per la sua opera di storico e filologo, di scrittore. È il fascino emanato dalla passione civica, dall’intelligenza vivace e dall’esperienza di quest’uomo ritroso e modesto, dalle abitudini frugali e dall’onestà specchiata. La sua vita è stata animata da un forte sentimento civico, da un umanesimo militante che ha caratterizzato ogni pensiero, ogni azione. Frammentate negli anni, le nostre conversazioni svelano la sua immensa cultura, vissuta, sperimentata, assorbita, com’era il sapere degli antichi, la pratica dell’arte e della tecnica del Rinascimento, la scienza al tempo dei primi Lincei. La sua partecipazione alla vita civile e alle conquiste sociali del secondo dopoguerra è stata intimamente connessa al suo magistero, ricco e generoso, in diversi atenei italiani. Il percorso di Antonio Giuliano, uno dei massimi archeologi e storici dell’archeologia del nostro tempo è stato lungo e intenso.
I suoi scritti a stampa coprono centinaia di pagine e costituiscono un patrimonio fondamentale per le indagini presenti e future di archeologi e storici dell’arte.
Non tutti pubblicati, i suoi lavori, realizzati in più di sessant’anni di attività e ricerca, coprono interessi diversi: dall’archeologia pura, alla storia della cultura, dell’arte e della politica, del collezionismo. Nel campo degli studi sull’arte greco-romana e tardo antica ha creato una disciplina, un modo nuovo di avvicinare la materia. È stato forse il primo archeologo italiano a verificare, approfondire ed estendere le lezioni di Aby Warburg, di Fritz Saxl ed Erwin Panofsky, a costruire una vera e propria storia di quella che oggi, grazie a lui, si chiama la «cultura antiquaria». Molti giovani hanno iniziato le loro carriere di ricercatori a partire dai suoi studi sulla cultura bizantina e federiciana, dalle sue riflessioni sui modelli degli artisti del Rinascimento e sulle scoperte e considerazioni critiche degli eruditi del Cinque, Sei e Settecento. Illustrati dalle immagini raccolte nel suo archivio fotografico, i lavori e gli interessi diversi dello studioso, uomo di gusto e insaziabile curioso, rispondono a centinaia di fotografie scattate dall’autore stesso. Assieme alla sua biblioteca di lavoro e letteraria, l’archivio fotografico è oggi conservato in un fondo specifico della Biblioteca Nazionale dei Lincei e Corsiniana. La lunga intervista pubblicata dall’Accademia Nazionale dei Lincei è la trascrizione di una serie di conversazioni informali che ho avuto con Giuliano nel corso del 2011. Racconto di una vita, le sue riflessioni sono rese nella sua prosa scarna, essenziale, talvolta lapidaria, e sono presentate nella forma di appunti, come in un antico libro di ricordi.
Francesco Solinas

------------------------------------------------------------------------

Come inizia la sua storia?
La vita di molti tra quelli della mia generazione comincia nel 1943, l’8 settembre ’43, quando assistemmo al crollo di tutto, non rimase nulla. Avevo tredici anni; l’8 settembre sentii Badoglio che parlava alla radio. Ero a prendere l’acqua nei chiusini con una pentola; non c’era acqua in casa, c’erano già stati i primi due bombardamenti a Roma. Dopo pranzo erano passati i camion che venivano da Frascati: i cassoni erano pieni di morti, impolverati, che ballavano; li portavano al Verano per seppellirli. Era l’imbrunire, non si capiva nulla. Fu l’armistizio. […]
A scuola?
A scuola andavo volentieri, c’erano due professoresse sfollate da Cassino, brave, insegnavano bene; studiavo volentieri la geometria. Avevo come compagno di classe Renato Peroni, che mi è stato amico sino a quando è morto. Rigido, intellettualmente onesto: diverso per carattere dagli italiani, mazziniano. […] Nel 1944 frequentavo la quarta ginnasiale. Era andata via la vecchia professoressa di matematica: fascista, criminalizzava gli studenti. Usava la geometria come arma di offesa. […] Venne a insegnare una povera donna, sfollata da Cassino, brava, e amai la matematica, soprattutto la geometria. […]
È vero che a quattordici anni cominciò la sua passione politica?
No, ma guardavo tutto ciò che accadeva con curiosità. Poi ci fu la lotta, alla quale partecipai, contro la monarchia.
Che cosa leggeva?
Ho letto subito quello che mi dicevano di leggere a scuola. Ho avuto diffidenza per Manzoni, un certo interesse per Verga, subito, che lessi molto: soprattutto Mastro don Gesualdo. Poi i francesi: Flaubert in traduzione, perché non c’era possibilità di studiare le lingue, non era comprensibile avere un’educazione come quella che si può ottenere oggi, e poi i russi. Lermontov, Puškin: mi piaceva l’impeto che hanno verso la vita. Una certa diffidenza per Dostoiewski e Tolstoi. Čecov mi è sempre molto piaciuto. Gli inglesi poco; gli americani li leggo volentieri. Steinbeck per esempio, ma anche Dos Passos, poi Hemingway. […]
Fece la maturità nel ’48. E poi?
Poi, non sapevo che fare, mi iscrissi all’Università, altrimenti avrei fatto il rilegatore di libri, ma non avevo buoni strumenti.
Il giorno dell’attentato a Togliatti lei andò a Villa Giulia. Sapeva qualcosa del mondo antico allora?
Avevo un interesse generico, non sapevo che fare. Avrei voluto fare il naturalista, il medico. Ma mio fratello studiava già medicina. Ero il terzo figlio: mi rimanevano poche chance. Mi iscrissi alla Facoltà di Lettere, qualche cosa dovevo fare. […]
Ha avuto subito degli incontri?
No, andavo a lezione, a sentire cosa si diceva. C’era Letteratura Italiana con Sapegno: arido, noioso.
A leggerlo non si direbbe.
Non era simpatico. Perrotta insegnava greco; non veniva quasi mai, era malato. Venturi insegnava Storia dell’Arte: era troppo alla moda. Funaioli insegnava Letteratura latina, ma era già molto anziano; poi venne Paratore: fui il primo a sostenere l’esame con lui. Storia greca era insegnata da Gaetano De Sanctis che era vecchio, decrepito.
Avevano una corte queste persone?
Una corte relativa. De Sanctis arrivava all’Università col camioncino dell’Enciclopedia Italiana, pover’uomo, era cieco: lo portavano su. Faceva lezione sulla storiografia ellenistica, noiosissimo. […]
Erano bravi?
Sì, bravi, ma non formativi. C’era Cardinali che insegnava Storia romana e il vecchio Giglioli che insegnava Archeologia: vendeva la sua merce malissimo, un po’ in romanesco, ma sapeva molte cose; stanco, ma infaticabile. […] Poi c’era il Toesca, strano: aveva la stessa altezza sia seduto che in piedi, forse per via delle gambe corte. Forse a casa di Toesca, sull’Aventino, una volta vidi Federico Zeri. Era magrissimo, aveva i capelli neri un po’ ricciuti; Toesca lo sgridava e lui stava in un angolo, si prendeva recriminazioni per qualcosa che non andava. Tosca era intelligente, ma commentava le opere con linguaggio solo letterario. Bravo era Praz. A lezione da Praz e da Antoni eravamo in due, massimo tre studenti. […]
Che cosa studiavate con Praz?
Non ricordo esattamente, i poeti del Seicento inglese; più che altro li traduceva. Erano strane lezioni, ognuno faceva quel che voleva, ma avevano sostanza. […]
E con Giglioli?
Giglioli era vecchio, faceva compassione. Era stato il fondatore della Mostra Augustea della Romanità, fascista, consigliere nazionale. Era ben preparato: aveva studiato con Beloch e si era laureato con Loewy. Una tesi sul trono dello Zeus di Fidia che è ben condotta. Era stato ispettore al Museo di Napoli. Quando giunsero gli americani venne cacciato via dall’Università e sostituito. Internato a Padula, rimase in campo di concentramento per due anni; non aveva fatto nulla di male. […]
Lei si laureò con Giglioli?
Sì, mi laureai sul Museo Lateranense che era ancora nel Palazzo del Laterano, dove non andava nessuno. Ai Musei Vaticani nei mesi di gennaio e febbraio andavano una decina di persone al giorno. Nei musei si poteva studiare, vedere gli oggetti, esaminarli a proprio agio; erano un po’ più frequentati gli Uffizi, Brera, ma non c’era il culto per la storia dell’arte che c’è oggi. I musei erano intesi a conservare e proteggere le cose: esposte secondo classificazioni scientifiche tipologiche e cronologiche. Erano per gli addetti ai lavori. […]
Un culto e anche una distruzione.
La mostra di Caravaggio che organizzò Longhi a Milano fu bellissima, ebbe successo: la scoperta di un protagonista; poi la mostra di Mantegna. Erano manifestazioni diverse da quelle di oggi: si delineava la figura di un protagonista che a volte, come in quelle occasioni, fu compreso dalle persone meglio preparate. L’Italia è cambiata. Quando andai a fare la visita militare (ho fatto il soldato soltanto 18 giorni, perché non erano disponibili le caserme: la sera si andava a dormire a casa) c’erano moltissimi analfabeti. Lessero il dettato, sulla bandiera, simbolo della patria. Lo dovetti fare per me e per altri attorno a me, che non sapevano scrivere e si vergognavano. C’era analfabetismo, che adesso è scomparso, ma sono arrivati danni altrettanto gravi: c’erano tradizioni collaudate, l’orgoglio dei mestieri. Discutere con un artigiano era un piacere: il falegname aveva l’orgoglio del proprio lavoro, tutti gli artigiani sapevano di essere protagonisti. Poi c’è stato un livellamento, forzato, che è arrivato negli anni ’50. Lo sviluppo si è reso indipendente dal progresso. Pasolini ha capito cosa può significare per un Paese la perdita della tradizione. La perdita di valori in Italia è stata drammatica. Si sono persi patrimoni millenari. Quando ero a Numana riconoscevo a occhio la differenza che c’era tra chi faceva il pescatore e chi faceva il contadino. […] Esistevano regole di comportamento, a volte positive, che sono scomparse. A questo non si è sostituito molto. A mio giudizio il ’68 non stato liberatorio, è stato l’esplosione di molte contraddizioni, ha avuto subito un tono negativo. Nel ’66 ci fu l’occupazione della Facoltà di Lettere, partecipai, mi misi in un punto strategico: le cucine. Alla fine arrivarono i cattolici e usarono quella che doveva essere una protesta come grimaldello per il potere. Fecero cadere le vecchie strutture, ma non seppero sostituirle con nulla di nuovo. Non avevano un piano sostitutivo. Bravi nella tattica, ma senza strategia.
Nel ’66 che cosa faceva?
Ero assistente di archeologia. […]. Feci il concorso, vinsi, nel ’55. Poi andai in Grecia, presi moglie: avevo fretta di concludere rapidamente i momenti della mia esistenza. La mia prima moglie era greca di Russia, di Batum.
Come mai è andato in Grecia?
Andai perché facevo il terzo anno di specializzazione e questo comportava un viaggio in Grecia.
Come archeologo?
Sì. […]
Quindi la disciplina le piaceva già?
Mi interessava, mi incuriosiva: quello dell’archeologia è un mondo difficile, la natura dell’arte antica è più complessa di quanto non sia quella dell’arte moderna. Per moderna intendo dal Medioevo in poi. L’attenzione per le cose moderne è rivolta soprattutto verso i quadri, che sono bidimensionali; le cose antiche bisogna vederle da tutte le parti. […]
Prima del viaggio in Grecia c’è stato un viaggio importantissimo in Germania.
Nel 1952 andai in Germania, una Germania che faceva pena per le distruzioni dovute ai bombardamenti.
Quanti anni aveva?
Ventidue. Giglioli mi disse di andare ad Hannover, al Museo Kestner, tale sala, tale vetrina, tale palchetto, avrei trovato il centauro che era un piccolo bronzo etrusco; gli dovevo procurare una fotografia. Ma c’era stata la guerra. Le fotografie costavano care, si dovevano memorizzare le immagini, ognuno disegnava: spesso sul rovescio delle buste usate perché la carta costava. Bianchi Bandinelli quando doveva scrivere un appunto piegava un foglio in quattro. […] C’erano grossi studiosi, che avevano la capacità di memorizzare le immagini, capacità che noi andiamo perdendo. L’uso della fotografia è stato un po’ un danno, prima tutti facevano schizzi, Cavalcaselle, Longhi: una fotografia costava. Una foto Alinari costava quanto un pranzo in trattoria. […]
Aveva una macchina fotografica?
No, costava troppo. Me la regalò mio fratello, il medico, quando presi moglie, una Rolleiflex e cominciai a fare fotografie. Era difficile andare nei siti archeologici: se uno voleva andare al santuario di Figalia, a Bassae, bisognava prendere un mulo: partire all’alba e arrivare quasi a mezzogiorno.
Chi dell’archeologia tedesca incontrò in quella Germania distrutta?
[…] Incontrai Langlotz. Parlottavo tedesco, mi insegnò a vedere le cose. Insegnava a Bonn, era andato a Monaco con gli studenti. Mi intrufolai per sentire come spiegava: un modo molto diverso da quello di Giglioli, analitico e molto costruttivo. L’italiano è molto più sensitivo, forse anche più intelligente, il tedesco è a volte troppo analitico: sminuzza la realtà e quando la ricompone non è detto che lo faccia esattamente. La cantonata tedesca può creare una valanga. Gli inglesi invece sono empirici, più pragmatici. […] Più che altro gli studiosi li vedevo in Grecia o in Italia. C’era Ward Perkins, direttore della Scuola britannica; francesi pochi. De La Coste Messelière doveva essere un uomo di buona levatura, ma non lo conobbi. Di altri potrei fare la descrizione: Langlotz era di media altezza, sempre irrequieto, come un topo: Rumpf, che insegnava a Colonia, con un grosso pancione; Kunze aveva una bocca enorme, era figlio di una cantante d’opera di Vienna. Avevano tutti un senso di umanità larga, disinteressata. Un buon tedesco faceva concerto in casa. Schweitzer, dal quale andai per tre mesi a Tubinga, suonava (mi dissero malissimo) la domenica: il violino al mattino e il pianoforte al pomeriggio (o viceversa). Andai a Tubinga nel ’59, tra aprile e luglio. Schweitzer era bravo: aveva scoperto l’importanza dell’arte geometrica, la vera natura di Fidia, gli spunti critici della prima scultura ellenistica; aveva chiarito il problema dei ritratti romani repubblicani. […]
Pochi archeologi italiani della sua generazione hanno avuto questa varietà di incontri internazionali.
Non si posero il problema, l’archeologia italiana era chiusa. Solo Bianchi Bandinelli, che era per metà tedesco, andava, quando poteva, a Berlino. Mi disse che nel 1930 andò da Parigi a Berlino e gli sembrò di passare dalla provincia in una capitale. Parlava, forse, meglio il tedesco dell’italiano, usava toscanismi. Era bravo, ma aveva minore informazione rispetto a Giglioli; era però mentalmente molto ben costruito. […]
Giovanissimo, viaggiava in Europa.
Andai per la prima volta a Londra nel ’52 in auto, con mio fratello, il medico. Con difficoltà perché alla frontiera c’erano ancora sbarramenti e mi trattennero a lungo alla dogana: volevano sapere se portavo con me del vino. Londra è città che non ho mai amato molto, troppo diversa dal mio modo di vedere le cose: città borghese, ci si deve vivere bene. Ma le case avevano le tendine dei bagni color fucsia, i caminetti si alimentavano con le monete. Si mangiava malissimo. Londra non ha organicità urbanistica, c’è poi l’incubo delle auto che viaggiavano a sinistra. Ma sono belli i musei, soprattutto la collezione Wallace. Parigi era un incanto. Vi andai per la prima volta nel ’50. Non dimenticherò mai Place des Vosges o Rue Jacob. E poi la vendita dei fiori, le ferramenta e i mercati. I musei erano un po’ pomposi, specialmente il Louvre, ma si usciva rinfrancati dal Cabinet des Medailles o dal Museo di Cluny, o da quello di Storia Naturale. […] Si cercava di memorizzare.
Come erano le collezioni dei musei subito dopo la guerra?
Solo il Louvre aveva conservato, in parte, il vecchio ordinamento; il resto era tutto modificato. Pochi musei si rifondarono all’antica, il Museo Civico di Bologna e il Museo di Villa Giulia che poi fu rifatto con un progetto discutibile. Primo esempio di una museografia italiana che, per me, è stata disastrosa: almeno nella maggioranza dei casi.
Dopo la Germania approdò in Grecia: una tappa importantissima nella carriera di un giovane.
Bisognava conoscere le cose, si andava anche nei più piccoli musei; c’erano pochissime persone in Grecia.[…] A volte si moriva in Grecia per malattie o infezioni. La cosa che più ha nociuto alla Grecia è stata una volontà europeistica, malintesa; l’abbandono della tradizione slavo-bizantina. […]Andai nella primavera del 1955, fino all’autunno; feci scavi a Creta, c’era allora Doro Levi, che era direttore della Scuola di Atena: uomo informato, ma non ha mai raggiunto piena maturità.
In quale scavo a Creta?
Sull’acropoli di Gortina, un buco ristretto per uno scavo del neolitico, sei metri sottoterra, una fatica terribile, più che altro andavo in giro per l’isola. L’anno successivo andai in Turchia, attraverso Salonicco, con il treno, il cosiddetto Orient Express, fino a Costantinopoli.. Alla frontiera turca rimanemmo fermi quattro ore, senza luce. Andai al Pera Palace, sembrava costruito con la panna. Era straordinaria allora Istanbul, un incanto. Si capiva di vivere in una capitale del passato, andavo per monumenti, passavo giorni interi nel bazar dove si trovava di tutto e dove si viveva un mondo cosmopolita, di grande tolleranza. Parlavo il greco: il greco di Costantinopoli somigliava molto a quello bizantino, ora perduto quasi completamente. Poi andai all’interno: per andare da Smirne ad Afrodisia ci volevano ore di auto, oggi ci si arriva presto. Sono tornato in Turchia, da ultimo dieci anni addietro; fa impressione, sono molto più avanti di noi; la popolazione è giovane, sono tutti giovani. […]
La sua passione per l’archeologia?
Era un mestiere, più che altro, non ho mai avuto grandi passioni.
Nei suoi scritti invece traspare una passione intensa.
L’interesse è forte, lo studio è stato sempre la mia torre d’avorio. Avrei voluto fare politica; il vero interesse, per uno nato nella mia epoca, era ricostruire, nel segno, forse, dell’utopia; ma questo non è possibile in un Paese che dal ’48 ha visto ridurre sempre più la propria identità. È durata poco la rinascita italiana, tra il ’45 e il ’48. Non è stato privilegiato quanto di innovativo, di positivo, si verificava; spesso è stato mortificato. È poi intervenuto un benessere mal suddiviso e interpretato, dopo ci sono state le contraddizioni del ’68. Una situazione equivoca si trascina da 50 anni e ora c’è il disfacimento finale: una crisi profonda, culturale, finanziaria. L’Italia è un Paese ricco, indispensabile agli altri: gli unici a rendersene conto sono i francesi e i tedeschi, che non ci amano; gli inglesi sono più indifferenti. In Italia non si è mai riusciti ad avere un’identità nazionale, una classe dirigente. Studio la Restaurazione, la struttura mentale dei personaggi della Restaurazione. I reazionari erano spesso persone molto colte, come Carlo Antici, zio del Leopardi: protagonisti. La Restaurazione in Italia non era imposta dall’esterno, è nel bagaglio degli italiani: soprattutto per eredità della Chiesa, dalla fine del ’400. Ho studiato l’antichità perché, avendo facilità di memoria visiva, mi sono dedicato a quello che per me era più semplice, ma senza grande trasporto; il mio interesse non è tanto per i dati formali, ma per capire attraverso i dati estetici la temperie culturale di un’epoca, di un particolare momento storico.
Proprio questo è il fascino dei suoi scritti. Anche i profani riescono a capire un oggetto quando è descritto nella sua koinè culturale.
Capire Fidia, ad esempio, è tra le cose più difficili: la passione, la percezione sfrenata di una realtà che non vuole conoscere limiti, per la quale si è disposti a bruciare tutto il passato. Mi interessa anche il problema della fine degli imperi, la fine di un mondo culturale. Come può finire in poco tempo una lunga tradizione: è un motivo assillante. Oggi si dissipa la società italiana, non si riesce ad arginare questo disfacimento. Mi iscrissi al Partito Comunista, dopo riflessione lunga, solo intorno al 1960. Il capitalismo dilaga ora attraverso la finanza, non produce molto e soffoca il resto, ma non si riesce a frenare.
Perché ha scelto di dedicarsi alla storia dell’archeologia?
Negli anni Trenta l’archeologia ebbe una fioritura straordinaria […] Schweitzer aveva stabilito la cronologia della ceramica geometrica con sistematiche che sono ancora valide. Si raggiunse un traguardo molto alto per tutta la cultura archeologica. Dopo l’ultima guerra questo entusiasmo si stemperò,non ci fu molta innovazione. Per questo iniziai a occuparmi della storia dell’archeologia. […]
La Scuola di Archeologia di Roma fu un ambiente fertile?
Era fertile. Cederna era, in un certo senso, un caposcuola: bravissimo […] con un fondo moralistico che lo portò a scrivere sul disastro urbanistico di Roma, sulla conservazione dei monumenti, sulla distruzione del paesaggio. Cambiò mestiere. Era un uomo che approfondiva le cose, mai approssimativo, ma assieme molto lieve. Fece una memorabile campagna di scavi a Carsoli nel 1950-51. […]
L’approfondimento sugli etruschi è di quegli anni?
Il primo congresso etrusco fu attorno al 1926, allora nacque l’etruscologia. Forse anche per ispirazione fascista: l’Italia doveva trovare una sua indipendenza nel mondo antico anche al di fuori della Grecia.[…] C’erano grossi studiosi in Sicilia; come Paolo Orsi, che fece ricerche straordinarie nell’isola e in tutta l’Italia meridionale. A Palermo c’era Gabrici, conosceva bene l’architettura antica, aveva fatto una buona edizione di Cuma arcaica. A Firenza Milani, il nonno di don Milani, rifacendosi all’etruscologia settecentesca proponeva la prevalenza dell’arte del mondo etrusco.[…] Questo panorama è continuato sino a poco dopo la seconda guerra mondiale. Nel 1938 cominciarono i pasticci. La persecuzione razziale colpì Della Seta e Doro Levi, che andò negli Stati Uniti, dove pubblicò i mosaici di Antiochia, opera di alto livello erudito. […]
Torniamo a Giglioli e alla sua successione.
Venne Bianchi Bandinelli, in modo contrastato, non tutti lo volevano, lo stesso Giglioli votò per altri. Voleva essere rivoluzionario, cambiare la stessa ideologia della ricerca archeologica. Ma non aveva, forse, lo spessore conoscitivo, la forza, o la volontà, per imporre un cambiamento: le sue fonti di ispirazione erano in opposizione, raramente in superamento, a quelle tradizionali. […] Voleva soprattutto fare l’Enciclopedia dell’Arte Antica, che cominciò nel 1955 assieme a Giovanni Beccati. Ideale aristocratico: un’opera con la quale segnare un taglio nella ricerca. Fui chiamato fin dai primi giorni in redazione; non c’era niente, dovemmo costruire tutto, soprattutto l’archivio fotografico; mi dedicai soprattutto a quello. […] Per lui l’insegnamento rappresentava un dovere minore, non faceva lezioni di grande fascino. […]
Comunque è stato grande per la diffusione della conoscenza dell’archeologia
in Italia.
Molto bravo. Aveva una doppia anima, tedesca e toscana. Un senso di economia invidiabile. Una severità, nel lavoro, che ho trovato in pochi. […]
Prese lei la sua cattedra a Roma?
No, vinsi un concorso e andai a Genova. Ci rimasi circa 10 anni, ci sarei rimasto tutta la vita: avevo regalato tutti i miei libri di studio all’Università, li regalo ancora. Ma l’Università andò a fuoco nel 1973: vidi Palazzo Balbi che bruciava; sopra l’Istituto di Archeologia, nuovo, che avevo costruito (era venuto un ambiente piacevole) si era depositato un metro di acqua che rischiava di distruggere i libri. Chiamai un vigile e lo convinsi a deviare l’acqua altrove. Il giorno dopo avevo piaghe al palmo delle mani. Il dermatologo mi spiegò che erano dovute all’emozione: sparirono dopo un paio di settimane. Genova era una città con meno di un milione di abitanti, il terrorismo ha avuto un tono pauroso. Andai un giorno dal Rettore e gli dissi che, tra l’altro, si stava distribuendo droga: mi disse che lo sapeva bene (insegnava farmacologia), ma aggiunse di aver chiamato il ministro degli Interni che gli aveva ordinato di non fare nulla. […] Si iniziava a vivere male, c’erano continui attentati, non si poteva più studiare. Dal ’70 non si poteva più entrare nell’Istituto, si andava all’Università con la polizia, c’era terrorismo nella Facoltà. Tutti sapevano che cosa c’era in giro. Nel 1973 era morto improvvisamente Becatti, si era resa libera una cattedra a Roma, feci domanda e mi chiamarono. Tornai nel ’75, l’anno in cui Bianchi Bandinelli morì. […] Trovai una facoltà invivibile. Un tempo i professori erano 30, erano diventato 500. […] Iniziai la catalogazione dei musei, creai riviste; le catalogazioni sono semplici da fare con gli studenti. Fai fare le schede, le rivedi, le ripulisci, le pubblichi a nome di chi le ha redatte. Il Museo Nazionale Romano, prima sconosciuto, ebbe 18 volumi di catalogo.Era nato in modo fortunoso, nel 1911, col cinquantenario dell’Unità d’Italia. Schedando questo enorme materiale, si sono fatte scoperte continue, era un piacere andare al Museo Nazionale Romano. Il primo volume è del 1979 e l’ultimo, o uno tra gli ultimi, del 1995, il lavoro è durato circa vent’anni. Mi è dispiaciuto dover interrompere. Cercai più volte di ricominciare, andai anche da Antonio Paolucci che allora era ministro: mi disse che mi avrebbe aiutato.
Adesso per il catalogo del Museo Romano si dovrebbe cercare di far qualcosa...
Dovrebbero finirlo, non ci vorrebbe molto. Ma nel museo spostano i pezzi, copiano i testi per fare pubblicazioni più episodiche. Il catalogo fatto da noi è diventato una fonte di approvigionamento per altri. […]
In quegli anni inventò quella straordinaria rivista che era «Xenia».
Avevo creato quella rivista con l’editore dei cataloghi del Museo Nazionale Romano, ma quando si interruppe il catalogo del museo non poté più produrla, necessitavano finanziamenti troppo alti. Andai allora da Bretschneider e, a forza di sovvenzioni universitarie, riuscii a farla continuare ancora dieci anni.
Quanto è durata «Xenia»?
Una ventina d’anni.
«Xenia» è stata una rivista assolutamente innovativa, fondamentale per gli studi che concernono la storia dell’arte e la fortuna dell’antico.
Ho sempre cercato di non limitarmi alla specializzazione, cercando di dilatare gli interessi. Lo studio della storia dell’archeologia è fondamentale per comprendere il modo di avvicinarsi al passato attraverso il tempo. Mi sono anche molto interessato alla storia della cultura. Ho scritto su Leopardi, mi interessavo ai problemi della Restaurazione, che ho ripreso studiando Stendhal e le fonti dei suoi scritti. Si conosce un’epoca attraverso le persone. Si vedano i giudizi di Omodeo per quanto riguarda alcuni protagonisti. Gli uomini della Restaurazione erano spesso persone di cultura, con un’apertura mentale notevole, volutamente reazionaria. Capivano il limite che poteva nascere a seguito della diffusione e del radicamento del liberalismo. […]Non c’è solo la storia di Roma, ma quella d’Europa: per una ricerca seria i dati si devono sempre incrociare, confrontare i documenti con quelli degli Archivi Capitolini, degli Archivi Vaticani, degli archivi d’Italia e d’Europa. L’unico archivio che funzioni bene, in Italia, è l’Archivio di Stato di Napoli, ha una tradizione secolare. […]
«Xenia» infatti si inseriva tra gli studi d’archeologia vera e propria, la storia dell’arte antica e la storia dell’archeologia. […] C’è anche un’influenza warburghiana?
Warburg aveva un senso della ricerca un po’ massonico, troppo elitario che a me ha sempre dato fastidio. […]
Dai suoi scritti traspare che la storia dell’archeologia è una parte fondamentale della cultura italiana.
Della storia del Paese. […] Da noi però ci sono frequenti tentativi di riscoperta funzionale dell’antico, che decadono in forme nazionalistiche: dopo l’invasione della Cirenaica nel ’12, si porta in Italia la Venere di Cirene. Viene esposta prima a Genova, poi al Museo Nazionale Romano, per la mostra del cinquantenario. L’hanno restituita alla Libia e hanno fatto malissimo […]
Per la sua posizione geografica l’Italia deve fare archeologia, altrimenti dimenticherà le proprie origini, già compromesse. Con il fascismo ci fu un rilancio dell’archeologia, ma in forma imperialistica, spesso comica. Ma non c’erano istanze positive nell’archeologia del regime?
L’archeologia del regime era guidata da vecchi personaggi (a Roma: Ricci, Giglioli, Muñoz) che avevano equilibrio. Nati nello stato liberale: avevano aderito al fascismo per malinteso amor di patria. Sulla scia del Carducci e di una unità del paese male impostata e peggio realizzata. Quando fu creata la Via dell’Impero si fece un’operazione intelligente: non si scavarono le cose antiche, si lasciarono sepolte, anche perché c’era ben poco da trovare. Ora da più di venti anni si fanno buchi dappertutto, hanno disastrato un ambiente e non sanno come risarcirlo. I risultati sono stati modesti rispetto all’impegno. Abbiamo assistito alla distruzione di vecchie strutture liberali che non sono state sostituite: la legge 1089 del 1909 era una buona legge di tutela, la riforma di Bottai la appesantisce: al giorno d’oggi non si capisce più nulla, soprattutto non c’è più preparazione professionale in chi dirige le operazioni culturali. […]
Lei considera lo studio dell’antico nel senso proposto da Cola di Rienzo e da Machiavelli?
La civiltà italiana ed europea hanno vissuto la riscoperta dell’antico non solo come un fatto estetico, ma come un fatto formativo. Deve essere formativo: lo è per Cola di Rienzo, lo è per Machiavelli, lo sarà nell’Illuminismo. Gibbon quando scrive la storia della decadenza dell’Impero, la scrive per le democrazie illuministiche.
E quindi per lei lo studio della storia antica e dell’arte antica diventa una specie di filtro che permette di capire i tempi moderni.
Dal quale comprendere come andavano e come andranno le cose. […] La civiltà europea sta crollando, si cerca di puntellarla, o la si difende, modificandola, oppure si va verso una mercificazione degli stessi monumenti. Qualche esempio banale. Il Torso del Belvedere che rappresenta un uomo nudo è esposto nella Sala delle Muse con donne anche troppo vestite: sembra sia stato messo in quella sala per raffinata pornografia. Un tempo il fascino era nei silenzi, nello stesso senso di distruzione che il monumento suggeriva. Oggi c’è la rissa dei centurioni. Si chiede un intervento parlamentare perché è crollata una casa a Pompei. Ma tutta Pompei è in pericolo; e in realtà non si sa ancora come, e per quanto, conservarla. Quando Montaigne viene a Roma nel 1580 e apprende che è crollato un settore delle Mura Aureliane, va a vedere per curiosità dotta.
Però poi le Mura Aureliane sono state restaurate, con tanto di stemmi di diversi papi…
Certo, ma ora vogliono restaurare anche il Colosseo.
Per il restauro del Colosseo, dovrà esserci una commissione romana di esperti, storici, archeologi.
Non lo so: gli archeologi cercheranno di ingarbugliare la faccenda, diranno che ogni cancellata aveva cardini particolari, creeranno una serie di contraddizioni; gli sponsor si seccheranno. Credo non sia stato deciso se ripristinare l’arena: il Colosseo, oggi, somiglia a un imbuto. […]
Era affascinante e molto divertente sentire Zeri raccontare la storia di questi monumenti.
Capiva molte cose del mondo antico, era buon lettore di testi antichi, aveva letto Gibbon, frequentato lezioni di storia antica. […] Sapeva molto di più del mondo antico di quanto non volesse far vedere. […] Mi chiedeva sempre cose complesse, piuttosto intelligenti.
Zeri le ha mai sottoposto delle opere che non conosceva?
Sì, il famoso kouros. Mi telefonò una mattina presto e mi chiese di andare a Mentana. Esaminai le fotografie del kouros che il Getty voleva acquistare. Gli dissi che la scultura dipendeva dal kouros di Anavysos che, rubato in Grecia, era finito a Parigi, mi sembra nel 1937, e ci era rimasto a lungo prima di essere restituito ai greci e lì, forse, fecero la variante, probabilmente nello studio Rodin.
Ma al Getty comprarono il kouros?
Sì, Zeri si oppose: affermò che se il kouros era autentico, l’acquisto sarebbe stato un’offesa per il Paese nel quale era stato trovato, se era falso, era falso; perciò fu mandato via, benché fosse stato nominato curator nel testamento del vecchio Getty. […]
A Tor Vergata lei ha avuto una «scuola»?
Ho sempre cercato di evitare il paternalismo e il proselitismo. Ognuno deve andare per conto suo. Adesso c’è qualcuno che continua, ma frantumando gli studi, rendendoli sempre più filacciosi. E poi è inutile appassionare i giovani se non si possono aiutare, professionalmente ed economicamente. Negli anni ’70, fui anche nel Consiglio Superiore Antichità e Belle Arti. Conoscevo bene Spadolini. Il Ministero dei Beni Culturali lo abbiamo fondato in quegli anni con Maetzke, Bernabò Brea, Carettoni, Pallottino. Stendemmo la normativa del nuovo Ministero, che nacque male: si volle una Direzione Generale del Personale, autonoma. Così un direttore generale alle Antichità e Belle Arti non può trasferire un funzionario se non rivolgendosi al suo collega del personale. […]
Continua a occuparsi anche di temi medievalistici, di studi federiciani?
Sì, da tempo studio il classicismo di Federico II di Hohenstaufen con risultati che possono apparire singolari. La documentazione su Federico II è da rivedere: ma questo significa intendere diversamente la cultura formale del Medioevo. […] Ho molte idee e materiali sulla questione: il classicismo federiciano occupa pochissimi anni, è una straordinaria parentesi formale. Però con il passare degli anni, la forza per produrre viene meno. Tutto si può ampliare ma, visti i tempi che corrono, tendo sempre più a esprimermi in sigla, perché il tempo da vivere si abbrevia. Bisogna avere senso dell’opportunità: «morbus ipsa senectus», si rischia di dire sciocchezze. […] L’esperienza o la rinnovi ogni giorno o non funziona. Tanto più in questo vorticoso cambiare di tutto. Bisogna essere all’altezza dei tempi, rivedere continuamente il proprio bagaglio. Adesso vorrei darmi una frenata e cercare di tirare le fila di quello che so, se riesco a metterlo a fuoco, senza libri o foto. […]
Sono affascinato anche dai suoi studi di glittica antica.
Spesso non si conosce neppure il motivo che permetteva fossero realizzate opere di tanto impegno.
Ma continuano a falsificarne.
I falsi sono opera di studenti mediorientali che studiano odontoiatria in Germania. Usano gli ultrasuoni e materiali antichi non incisi: per riconoscere i falsi bisogna rintracciare le illustrazioni dei volumi, lussuosi, ai quali i falsari si ispirano. È difficile contenere in un ovale, generalmente di circa un centimetro, un’iconografia. Nei falsi la campitura della figura nello spazio fa sempre pensare.
Quindi per lei, come per i grandi eruditi della fine del Cinquecento, la gemma è un documento che vale quanto una statua?
È un documento che permette di capire il gusto di un’epoca; molte contengono programmi politici, raccomandazioni. L’ametista era contro l’ubriachezza, il capricorno è il simbolo di Augusto, una fronda di alloro ha significato trionfale, una cornucopia l’abbondanza. […] Le gemme contengono un patrimonio iconografico inesauribile, sono preziosissime anche perché difficili da realizzare e spesso su materiale raro: il calice di Saint Denis è costato, si dice, venti anni di lavoro. Una pietra può essere realizzata, per le sue stesse dimensioni, da un solo artigiano. Non vanno mai perdute o dimenticate. Quando Maria sposò Onorio indossò i gioielli di Livia, esistevano i gioielli della corona. Raramente le pietre maggiori andarono sotto terra, sono sempre state visibili. Le allegorie, i ritratti rappresentati su alcune assunsero significato cristiano, spesso dall’Oriente ritornarono in Occidente. Costavano cifre enormi. […]Un tempo la petrella era comune a Roma, si andava a Piazza Montanara e si comperavano. Thorwaldsen ne raccolse migliaia. Dopo le prime piogge autunnali si raccoglievano le pietre incise che, incollate su castoni di bronzo, erano state, già in antico, perdute. Sul Palatino ne hanno trovate 35, in un bagno pubblico.
Belle?
Interessanti. Se ne troverebbero ancora molte, ma con i sistemi di scavo moderni molto viene triturato. Le pietre, in età medievale e anche dopo, erano comode come investimento: occupavano poco spazio, e valevano, spesso, una fortuna. […]
Come è cambiato il rapporto con i monumenti antichi di Roma dal dopoguerra a oggi?
L’edificio antico allora risultava sempre importante, a prescindere dagli avvenimenti, manteneva una sua dignità, una sua presenza. Questa al giorno d’oggi non esiste più. Sono spesso addolorato quando passeggio per Roma, anche perché la pulizia dei monumenti, spesso malintesa, è arrivata al limite, sta degradando il tono della città. Responsabilità in parte degli architetti, sempre troppo volenterosi. Un tempo Roma era più rossiccia, gli edifici di color mattone, i volumi esistevano.
È un po’ tutto uguale.
A piazza Colonna veniva il desiderio di vedere la colonna di Marco Aurelio, al giorno d’oggi nessuno alza gli occhi per guardarla. Per la Colonna Traiana è lo stesso. Riprendere possesso delle cose può significare ucciderle; un tempo le cose valevano per sé e le persone si adattavano ad esse. Ognuno uccide ciò che ama, diceva Wilde, ma era non poco snob. Il valore formativo del mondo antico si è perduto, il mondo antico è solo voluttuario per quello moderno. Lo diceva già Marx: …Dove resta… Mercurio di fronte al Crédit mobilier…? (Scrive Solinas in nota che la citazione può essere così latamente intesa: Quale valore sociale formativo possono avere oggi l’arte e l’epica greca?) Se si va a vedere il Pantheon non si ricava più il senso di magnificenza che il monumento possiede: risulta piccolo, rispetto ai grattacieli di Manhattan. Un tempo la tecnologia non era così avanzata: le colonne del Pantheon, di diametro tanto notevole e così alte, erano un modello inimitabile; la porta di bronzo, impressionava, possedeva la misura del passato. Subito dopo la guerra si conservava ancora una certa gradualità di valori: il vecchio era vecchio, il giovane era giovane, il bambino era bambino.

L'intervista qui pubblicata è un estratto di Appunti per un libro di ricordi. Conversazioni di Antonio Giuliano con Francesco Solinas, volume XXXIV della IX serie di «Memorie» dell’Accademia Nazionale dei Lincei, Scienze e Lettere, Roma 2014

Articoli correlati:
L’archeologo inventore della cultura antiquaria

Francesco Solinas, da Il Giornale dell'Arte numero 388, luglio 2018


Ricerca


GDA settembre 2018

Vernissage settembre 2018

Vedere a Matera 2018

Società Editrice Umberto Allemandi s.r.l.
Piazza Emanuele Filiberto, 13/15 10122 Torino
Tel 011.819.9111 - P.IVA 04272580012