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Restauro

«Così Tiziano ha ritrovato la sua luminosità»

Parlano la coordinatrice dell’intervento sulla Resurrezione e l’Ultima Cena di Urbino e il direttore della Galleria Nazionale delle Marche Peter Aufreiter

Il doppio stendardo di Tiziano è tornato nella Galleria Nazionale delle Marche di Urbino dopo il restauro all'Iscr

Urbino (Pu). Hanno senza dubbio recuperato luce e tonalità, dapprima ingrigite, le due tele che Tiziano dipinse per un unico stendardo dal 1542 al 1544 per la confraternita del Corpus Domini di Urbino. Il doppio dipinto, la «Resurrezione» e l’«Ultima Cena», sono le uniche due opere del pittore veneziano rimaste nella città dei Della Rovere e la Galleria Nazionale delle Marche ne ha affidato a gennaio scorso il restauro all’Istituto Superiore per la Conservazione ed il Restauro (Iscr) di Roma.

L’intervento è concluso e l’esito, ricordando com’era alcuni mesi, si percepisce a occhio nudo. Basti guardare come risultano più vivaci e smaglianti il verde dell’abito e la superficie dorata dello scudo del soldato in basso a sinistra che attonito vede Cristo risorgere. Oppure nel pasto finale di Gesù con i suoi discepoli basta osservare le pieghe recuperate dalla tovaglia bianca o il rosato e l’azzurro molto più cangianti nel manto dell’apostolo in primo piano a destra quando, fino a pochi mesi fa, aveva tonalità più spente.

La luminosità ritrovata
Il doppio dipinto è nella sala della Camera da letto del Duca nel Palazzo Ducale affiancato da pannelli che illustrano il lavoro compiuto e diretto da Francesca Zalabra dell’Iscr. Rimossi strati alterati di vernici vecchie e non originali, «lo stendardo ha ritrovato la sua luminosità veneziana», commenta Carla Zaccheo dell’istituto che ha coordinato le collaboratrici esterne Francesca Borgioli e Maria Cristina Lanza. La restauratrice a titolo di esempio fa notare, nell’«Ultima Cena», dei fiorellini azzurri sulla tovaglia prima invisibili o una piccola papalina bianca sulla testa di un apostolo a sinistra. «Il nostro lavoro, prosegue, attraverso indagini multispettrali, chimiche e biologiche ha soprattutto messo in luce la tecnica del pittore in questi due dipinti a olio. Lo studio e il restauro hanno portato anche alla rinascita e all’individuazione della tavolozza veneziana: le lacche, l’azzurrite, il verde nel resinato di rame, il giallo di piombo. Sono i pigmenti che si usavano a Venezia e tipici della sua tavolozza».
Carla Zaccheo però evidenzia una particolarità: «I due dipinti hanno rivelato una stesura diversa. Nell’”Ultima Cena” il pigmento è molto più granuloso, nell’altro dipinto le pennellate sono molto più fluide».

La restauratrice avverte che non tutto è stato probabilmente recuperato. Si riferisce alla cornice: «Abbiamo individuato quella originale di Tiziano, che aveva un fondo rosso con disegni bianchi. Invece in seguito Pietro Viti, figlio di Timoteo Viti, un allievo di Raffaello, fece una cornice dorata con motivi floreali che ora attira un po’ l’occhio. Sotto non abbiamo trovato nulla se non pochi frammenti: probabilmente Viti grattò via la cornice di Tiziano». Con, forse, qualche inconveniente: le dita della mano levata di Gesù in volo in cielo in alto sono tagliate, il profilo di un apostolo a sinistra nella Cena è troncato.

Trovati i pentimenti
Le indagini non invasive (dalla fluorescenza ai raggi X ai raggi infrarosso) naturalmente sono andate a caccia anche di eventuali pentimenti. Ne hanno trovati? «La nostra sensazione è che Tiziano non abbia usato schemi già prestabiliti ma cambiava in corso d’opera. Per esempio nella “Resurrezione” la bandiera bianca e rossa vola verso destra mentre il panneggio di Gesù vola verso sinistra: probabilmente l’artista doveva equilibrare il dipinto e a sinistra, senza nulla, solo il cielo, restava troppo vuoto».
«Il panneggio del Cristo nella “Resurrezione” appare con un’appendice che nella stesura finale è diventata una specie di nuvoletta», chiosa il responsabile delle indagini mustispettrali Fabio Aramini.

Peter Aufreiter: «I committenti volevano risparmiare?»
Il direttore della Galleria Nazionale, e del Polo Museale delle Marche, Peter Aufreiter coglie l’occasione per porre un interrogativo malizioso: commissionato come stendardo a due facce per processioni, lo stendardo fu usato solo una volta nel 1545, «poi l’anno successivo venne diviso, fu cambiato l’ornamento e i due dipinti furono collocati ai lati della pala dell’altar maggiore nella chiesa della Confraternita del Corpus Domini. Ma perché ordinare un Tiziano per usarlo una volta soltanto?» Scherzosamente, ma neanche troppo, con un sorriso butta là un’ipotesi che, precisa, al momento non è suffragata da documenti o altro: «Magari i committenti volevano due tele per la chiesa, ma costavano di più e uno stendardo costava meno.  Non si sa, è solo una teoria che mi piace perché sono sempre stati furbi, nel Rinascimento». Quanto al restauro, ricorda: «In 150 anni i due dipinti avevano avuto ritocchi e restauri e non tutti di qualità. L’Iscr ha provato a correggere quanto fatto in precedenza». Il direttore precisa che ha finanziato il lavoro la società Italia Fenice.

Infine Aufreiter come logico deve rispondere alle domande su cosa pensa dell’abolizione dell’ingresso gratuito nei musei statali nella prima domenica del mese prospettata dal ministro dei Beni culturali Alberto Bonisoli: «Se possiamo scegliere noi direttori, per noi a Urbino è meglio. D’altronde non c’è grande differenza, qui. La domenica a pagamento abbiamo 1.500 visitatori, quelle gratuite 1.800.
Vorrei permettere l’ingresso gratis nel giorno della festa di Urbino, oppure per tutte le inaugurazioni quando vengono tante persone ma non possiamo contarle». Ma se ogni museo fa da sé non si rischia una discreta confusione? «In effetti la comunicazione sarebbe difficile. Ma lasciare la scelta a noi sarebbe una cosa migliore».

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