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La storia del quadro che ha ispirato il nuovo film di Julian Schnabel su Van Gogh

Van Gogh dipinse «At Eternity’s Gate», che dà il titolo al film presentato al Festival del cinema di Venezia, quando era in manicomio

Particolare di «At Eternity's gate» di Vincenti Van Gogh. Kroller-Muller Museum, Otterlo

«At Eternity’s Gate» (Sulla soglia dell’eternità), il film di Julian Schnabel su Van Gogh viene proiettato il 3 settembre al Festival del cinema di Venezia. L’attore statunitense Willem Dafoe interpreta il pittore olandese. Benché siano state prodotte decine di film su Van Gogh, a partire da «Lust for Life» (Brama di vivere) nel l956, quest’ultima produzione è diversa, perché il regista è un artista.

Schnabel, che si concentra sugli ultimi anni di Van Gogh in Francia, descrive il film come «un’invenzione su ciò che significa essere artista». E afferma: «L’unico modo di descrivere un’opera d’arte è fare un’opera d’arte». Quel che emerge in questo film è «più vero della realtà».

Ho indagato la storia dell’opera che dà il titolo al film. Per realizzare «Alla soglia dell'eternità» (appartenente al Kroller-Muller Museum di Otterlo) Van Gogh si basò su un disegno e sulla sua riproduzione litografica che aveva eseguito otto anni prima. La litografia, realizzata a L’Aia nel 1882, ritrae un uomo anziano affranto, seduto con la testa fra le mani, sprofondato nella tristezza. Ne sopravvivono solo sette copie, e su di una Van Gogh scrisse il titolo in inglese, «At Eternity’s Gate».

L’iscrizione in inglese venne probabilmente aggiunta perché Van Gogh intendeva spedire la stampa a «Illustrated London News» o a «The Graphic», per chiedere un lavoro. Non risulta che la litografia sia mai stata spedita ed è difficile immaginare un editore di Londra interessato a pubblicare il lavoro di un olandese sconosciuto.

L’esemplare della litografia con il titolo in inglese finì successivamente in un luogo piuttosto inaspettato: in Iran. Nel 1975, la moglie dello scià, l’imperatrice Farah Pahlavi, stava riunendo una collezione d’arte moderna, e acquistò la stampa dal mercante newyorkese Eugene Thaw. Destituito lo scià, quattro anni dopo, i suoi dipinti vennero immagazzinati nei caveau del Museo d’arte contemporanea di Teheran. Nonostante il museo sia stato riaperto diversi anni dopo, l’unica opera di Van Gogh in Iran è stata esposta di rado.

Torniamo ai tempi di Van Gogh. Nell’aprile 1890, mentre era ricoverato nel manicomio di Saint Paul de Mausole, Van Gogh chiese al fratello Theo di inviargli alcuni suoi primi lavori su carta realizzati in Olanda. Il disegno, o la litografia, di «Alla soglia dell'eternità» si trovava presumibilmente tra quelli ricevuti, dato che pochi giorni dopo Vincent lo utilizzò come base per un dipinto: ingrandì la composizione, apportò alcune modifiche e introdusse il colore, utilizzando per gli abiti dell'uomo uno dei suoi blu preferiti.

Nel mio ultimo libro, Starry Night: Van Gogh at the Asylum, (224 pp., White Lion Publishing, £ 25) ipotizzo che l’artista, mentre dipingeva il quadro, avesse in mente uno dei suoi compagni di degenza. Grazie a un registro ritrovato di recente è possibile identificare la maggior parte dei diciotto «compagni di sventura», come lui li chiamava. Il titolo del quadro suggerisce che l’anziano ritratto stia per morire. In quel periodo nel manicomio erano ricoverati due pazienti di 77 anni, un’età venerabile a quel tempo: Antoine Silmain, un prete in pensione, e Jean Biscolly. Aver osservato uno di loro seduto nella stanza comune, può aver scatenato la decisione dell'artista di tradurre in colore la sua precedente litografia in bianco e nero.

Ma c’è un ulteriore livello di interpretazione di questa storia. I pugni chiusi dell’uomo seduto fanno pensare all’angoscia che lo stesso Van Gogh aveva appena provato. Nel febbraio 1890 l’artista aveva avuto una ricaduta dei suoi problemi mentali, soffrendo terribilmente per due mesi. Due settimane prima di cominciare il dipinto, il suo medico, Théophile Peyron, aveva scritto a Theo cheVincent «trascorre il tempo seduto con la testa fra le mani, e se qualcuno gli parla, è come se gli facesse male, e allora gesticola perché sia lasciato in pace».

Quindici giorni dopo la lettera del dottore, Van Gogh era ritornato al suo cavalletto per completare questo capolavoro espressionista. «Alla soglia dell'eternità» rappresenta una sorta di autoritratto, non nella fisionomia ma nella postura. Attendiamo di vedere come Schnabel ha immortalato e interpretato la vita di Van Gogh in manicomio.

Martin Bailey, edizione online, 3 settembre 2018


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