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Mostre

Il potere degli idoli

Figure antropomorfe e stilizzate della Collezione Ligabue a Palazzo Loredan

La «Venere Ligabue» in clorite (Iran orientale-Asia Centrale, civiltà dell'Oxus, 2200-1800 a.C. circa). Crediti: Fondazione Giancarlo Ligabue - foto di Hughes Dubois

Venezia. Dal 15 settembre al 20 gennaio a Palazzo Loredan (sede dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti) un centinaio di reperti databili tra fine 4000 e 2000 a.C. narrano gli idoli, le loro molteplici fattezze antropomorfe e stilizzate, il loro valore e significato, ponendo a confronto quanto rinvenuto da Occidente a Oriente: da Penisola Iberica, Cicladi, Anatolia, Egitto sino alla Valle dell’Indo e all’Estremo Oriente.

Promossa dalla Fondazione Giancarlo Ligabue, la mostra «Idoli. Il potere dellimmagine» a cura di Annie Caubet, conservatrice onoraria del Musée du Louvre, vanta prestiti nazionali e internazionali: 14 in tutto i manufatti a figura umana appartenenti alla fondazione veneziana accanto all’Ashmolean Museum dell’Università di Oxford, i Musées Royaux d’Art et d’Histoire di Bruxelles, il Museo Arqueológico Nacional di Madrid, il Polo Museale della Sardegna - Museo Archeologico Nazionale di Cagliari, il Museo di Cipro a Nicosia e il Musée d’Archéologie Nationale et Domaine National de Saint-Germain-en-Laye.

Dagli idoli placca della Penisola Iberica alle figure femminili steatopigie come quella in basalto raffigurante la Grande Madre (Arabia Sud-occidentale, IV millennio a.C.) il viaggio cronologico include quindi figure schematiche astratte, idoli oculari a corpo sferico, convesso, quadrangolare (III millennio, Asia Occidentale); le statuette di re sacerdoti mesopotamici (anch’essi ascrivibili al III millennio), quelle cicladiche dalla sessualità ibrida (si veda la calcarea Dama di Lemba a forma di violino, con le braccia aperte e modellata in modo da accentuare sia seno che pube) e quelle attinenti alla cosiddetta Civiltà dell’Oxus sviluppatasi in Asia centrale (2000-1800 a.C.) e connotata da figure da duplice identità, ferina e umana: il Drago dell’Oxus con il corpo coperto di squame di serpente, e la sua controparte selvaggia, la dea dell’Oxus.

Dalla rivoluzione neolitica in poi, un percorso che indaga, come sottolinea in catalogo (edito da Skira) la curatrice stessa, «popoli e artisti diversi (ma collegati da proficue reti di contatti) che seppero esprimere le loro ansie, speranze e fedi religiose creando capolavori eterni».

Veronica Rodenigo, da Il Giornale dell'Arte numero 389, settembre 2018


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