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Fotografia

La foto è la mamma del Pop

C’è un rapporto genetico tra arte, fotografia e comunicazione di massa. Una mostra a Camera

«Marilyn Monroe» 167, serigrafia di Andy Warhol. Collezione Lanfranchi, Celerina (Svizzera)

Torino. «Just what is it that makes today’s homes so different, so appealing?», si chiedeva Richard Hamilton nel fotocollage esposto nel 1956 nella mostra «This is Tomorrow», alla Whitechapel Gallery di Londra. La sua satira dissacrante della società dei consumi in pieno boom economico, che mette in scena i miti della nuova middle class, è considerata la prima opera Pop della storia; mentre la collettiva londinese segna il momento decisivo che stava portando all’esplosione del fenomeno della Pop art, che da Europa e Stati Uniti avrebbe presto coinvolto tutto il mondo.

Quello che cambia è la relazione tra arte e società, si assiste alla diffusione di una nuova cultura visiva che adotta il linguaggio dei mass media per confezionare opere aderenti allo stesso orizzonte percettivo ed esperienziale del suo pubblico, e fornire un immaginario accessibile a tutti. Che in questo la fotografia abbia giocato un ruolo fondamentale in quanto veicolo più immediato della comunicazione di massa, è quanto racconta «Camera Pop.

La fotografia nella Pop art di Warhol, Schifano & Co», la grande rassegna con oltre 120 tra fotografie, collage, quadri e grafiche, visitabile dal 21 settembre al 13 gennaio a Camera. «Il rapporto con la fotografia, spiega il curatore Walter Guadagnini, è uno dei temi centrali della Pop art, è un vero e proprio fondamento di poetica. Inoltre, questo rapporto evidenzia come la fotografia sia stata centrale nell’evoluzione del linguaggio artistico nel XX secolo: forse per la prima volta nella storia, era la fotografia a fare dichiaratamente da modello alla pittura, e non viceversa».

Questo vale in primis per Andy Warhol presente con le serigrafie di Marilyn e della «Electric Chair» (per la quale aveva utilizzato una fotografia comparsa sulla stampa nel 1953, con la camera della morte di Sing Sing dove erano stati giustiziati i Rosenberg), con 50 polaroid e la stessa la macchina Polaroid autografata, prestata da Mimmo Jodice. Di Hamilton, oltre al già citato «Just what is it...», si trovano l’autoritratto «Palindrome» e due versioni della «Swingeing London», ispirata a una foto dell’arresto di Mick Jagger e Robert Fraser per possesso di droga; mentre la Swinging London è affidata all’obiettivo di Tony Evans.

E ancora, il portfolio per il Pirelli 1973 firmato da Allen Jones e Brian Duffy; il libro d’artista reinventato da Ed Ruscha con il suo «Every Building on the Sunset Strip»; la B.B. rivista da Gerald Laing e un «Muhammad Speaks » di Joe Tilson. Tra gli italiani Ugo Mulas con le riprese della Factory e della Biennale 1964; uno dei pezzi del ciclo «Futurismo rivisitato» di Mario Schifano, oltre ad altre sue fotografie ritoccate; gli specchi di Pistoletto e una grande tela emulsionata di Mimmo Rotella; un lavoro di Umberto Bignardi e le preziose rielaborazioni fotografiche di Franco Angeli.

Chiara Coronelli, da Il Giornale dell'Arte numero 389, settembre 2018


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