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Mostre Archeologia

L’archeologia dei tedeschi

I più spettacolari ritrovamenti archeologici in Germania nell’ultimo ventennio

Il "disco del cielo" di Nebra, la prima raffigurazione concreta del cosmo mai fatta dall'uomo. Himmelscheibe von Nebra, bronzo e oro, 1600 ca. © Landesamt für Denkmalpflege und Archäologie Sachsen Anhalt, Foto di Juraj Liptäk

Berlino. «Tempi irrequieti. Archeologia in Germania» è il titolo della mostra più attesa dell’autunno berlinese al Martin-Gropius-Bau. Patrocinata dal Museum für Vorund Frühgeschichte, il Museo di Preistoria e Protostoria, insieme all’Associazione nazionale degli archeologi tedeschi e dal presidente della Repubblica F.-W. Steinmeier, è il contributo tedesco alle celebrazioni per l’Anno Europeo del Patrimonio Culturale.

La rassegna, aperta dal 21 settembre al 6 gennaio e allestita su 1.600 mq nel piano terra del museo, presenta i più spettacolari ritrovamenti archeologici effettuati in Germania nell’ultimo ventennio.

Fra i circa 300 reperti esposti, in prestito da oltre 70 istituzioni nazionali e private: il colossale muro del porto romano di Colonia, riportato alla luce durante gli scavi per la metropolitana cittadina; alcuni pezzi pregiati dell’epoca delle grandi migrazioni del Neolitico, come quelli provenienti dall’enigmatico, estesissimo sito sacrificale di Herxheim in Renania-Palatinato; i resti della prima battaglia europea archeologicamente documentabile (a Tollens, in Meclemburgo-Pomerania) avvenuta circa 3.200 anni fa in piena Età del Bronzo; gli oltre 117 oggetti riportati alla luce nel 2011 a Gessel (Bassa Sassonia), tremila anni di età, che costituiscono uno dei più colossali depositi in oro nei territori della Mitteleuropa; e infine gli highlight più attesi: la Venere paleolitica di Hohle Fels (Baden-Württemberg), la più antica rappresentazione del corpo umano oggi conosciuta (circa 40mila anni) e lo spettacolare Disco di Nebra («Himmelscheibe», disco del cielo), dalla Sassonia-Anhalt, con la prima concreta raffigurazione del Cosmo mai fatta dall’uomo.

Francesca Petretto, da Il Giornale dell'Arte numero 389, settembre 2018


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