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Musei

Il MoCA di Chendou non chiude, ma riduce

È la crisi di molti dei musei cinesi del «boom»

Il MOCA di Chengdou

Chengdu (Cina). Il Museum of Contemporary Art (MoCA) di Chengdu ha messo a tacere le voci di fallimento. Nel 2011, anno della sua fondazione da parte di una società di investimento di proprietà statale, il museo era considerato una promettente new entry nel panorama artistico emergente della provincia del Sichuan, ma è dal 2015 che circolano voci di chiusura. Nonostante il direttore Lan Qingwei nel 2017 abbia lasciato l’istituzione, il MoCA «è aperto e abbiamo mostre in corso», ha dichiarato di recente una portavoce, e un programma incentrato sull’arte e la tecnologia. Il numero di mostre è stato però ridotto «da otto/dieci all’anno a tre/quattro» e a far le veci del direttore è il manager della società madre.

L’incertezza è sintomatica delle difficoltà che incontrano i musei d’arte che proliferano in Cina. Situato all’interno di un parco informatico, il MoCA è stato fondato durante il boom immobiliare del Sichuan, ma ha perso fondi importanti dopo un giro di vite contro la corruzione che ha coinvolto alcuni dei suoi finanziatori ufficiali. Molti musei cinesi sono nati nell’ambito di questo boom del settore immobiliare, ma dopo aperture in pompa magna in edifici costosi stentano a conservare finanziamenti, personale e interesse del pubblico.

Il modello varia, ci sono musei annessi a centri commerciali e hotel di lusso, alcuni gestiti da società private, altri da agenzie statali. Tra i più recenti e ambiziosi c’è l’International Art City di Shanghai, statale, che comprende 400 edifici nell’ex impianto siderurgico di Baoshan, e un’«art eco city» di 400 ettari finanziata dallo Guangdong Yuegang Investment Development nella Valle di Xinglong della provincia di Hebei, che aprirà nel 2019. Alla fine di quell’anno il K11 di Adrian Cheng presenterà il complesso Musea nel Victoria Dockside, un quartiere di arte e design a Kowloon, Hong Kong, costato 2,6 miliardi di dollari.

La sostenibilità istituzionale è stata uno degli argomenti chiave di Museum 2050, un forum annuale sui musei cinesi partito a giugno al Long Museum West Bund di Shanghai. «Negli ultimi 15 anni la forte crescita dei musei in Cina è stata unica nel panorama mondiale, osserva Leigh Tanner, curatore indipendente cofondatore dell’evento. Al tempo stesso, non c’è un’idea chiara di che cosa dovrebbe essere un museo né una cultura museale radicata».

Questa combinazione, secondo Tanner, potrebbe «suggerire modelli nuovi e innovativi al resto del mondo». Daan Roggeveen, fondatore della società di ricerca More Architecture e relatore al forum, però avverte: «L’indipendenza artistica è in una fase critica. È ovvio che la combinazione tra musei e proprietà immobiliare non è animata solto da buone intenzioni. Un ibrido di successo richiede un investimento serio e a lungo termine nella curatela, nei contenuti e nei programmi che comprendono anche la didattica e le residenze d’artista. Questo assicura un vero coinvolgimento del museo all’interno della sua comunità, che può garantire un pubblico duraturo e partecipe».

Lisa Movius, da Il Giornale dell'Arte numero 389, settembre 2018


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