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Archeologia

La devastante guerra in Yemen

Sessantasei siti distrutti dagli estremisti islamici. La situazione è priva di qualsiasi controllo, racconta l'archeologa Sabina Antonini

Le devastazioni compiute ai danni del patrimonio yemenita Il tempio di Baraqlsh

Sana'a. Quella dello Yemen è una guerra silenziosa, ignorata dai media. Non ci sono giornalisti sul posto, impossibile avere notizie recenti. Le poche immagini arrivano dai satelliti dell’Onu, Undp e Unosat che mostrano dall’alto vaste distruzioni. Le fonti internazionali confermano una crisi umanitaria devastante: fame, sete, epidemie micidiali, morti a migliaia, distruzioni gravissime del patrimonio culturale. La situazione è confusa. Dal 26 marzo del 2015 è in corso un’operazione militare internazionale chiamata «tempesta decisiva», condotta da una coalizione guidata dall’Arabia Saudita. L’attacco intendeva stroncare il potere degli houthi, i «partigiani di Dio», devoti dello zaidismo (variante del credo religioso sciita), che avevano conquistato un ampio territorio nel nord del Paese.

Si erano ribellati al Governo di Ali Abdullah Saleh, al potere dal 1978, e stavano lottando anche contro diverse tribù, milizie locali e i terroristi di Al Qaeda. Oggi la situazione militare è di stallo e i bombardamenti interrotti, lasciando una guerra civile strisciante. Lo Yemen è diviso in due. A nord gli houthi, con l’antica capitale Sana'a, appoggiati dall’Iran; nel sud del Paese il governo è controllato dai sunniti. Il presidente 'Abd Rabbih Mansur Hadi fa la spola tra l’Arabia Saudita e Aden. In altre zone sono presenti i gruppi jihadisti Isis e Al Qaeda; quest’ultimo controlla Mukalla, quarta città yemenita, sull’Oceano indiano.

L’archeologa Sabina Antonini è responsabile dal 2011 della Missione Archeologica Italiana nello Yemen per conto dell’Associazione Monumenta Orientalia: le è naturalmente impossibile raggiungere il Paese, e già dal 2013, ricorda, i disordini non consentivano di allontanarsi dalla capitale, dove le attività della Missione erano limitate a seminari e allo studio dei materiali presso il Museo Archeologico Nazionale a Sana'a. La studiosa è tra le poche persone informate attraverso contatti diretti con dirigenti yemeniti dell’Organizzazione Generale per le Antichità e i Musei. Conosce a fondo il Paese, dove ha lavorato fin dal 1984 a fianco del marito, il professore Alessandro de Maigret, archeologo ed esperto del Vicino Oriente antico, deceduto nel 2011.

Dottoressa Antonini, può spiegarci qual è la situazione nello Yemen?
Adesso esistono due entità statali e due Ministeri della cultura, uno a Sana’a e un altro ad Aden. Sono in contatto con Sana’a, ma le notizie sono poche e frammentarie. I bombardamenti tra il 2015 e 2016 sono la causa principale delle distruzioni. È stato colpito il centro storico di Sana’a, patrimonio dell’Unesco. Diverse case della città vecchia sono crollate, alcune centinaia lesionate. È seriamente danneggiata la diga di Marib, straordinaria opera di ingegnera idraulica sabea dell’VIII secolo a.C., restaurata dalla missione dell’Istituto Archeologico Germanico. Tra i luoghi simbolo del Paese è stato raso al suolo il Palazzo dell’Imam a Ta’izz, trasformato in museo che custodiva anche una collezione archeologica e antichi manoscritti. Anche il Museo Regionale di Dhamar, a sud di Sana'a, con i suoi 12mila reperti, è stato ridotto in polvere dalle bombe.

In che stato sono i siti nei quali lei stessa ha lavorato?
Nel 1989 Alessandro de Maigret, fondatore (nel 1980) e direttore (fino al 2011) della Missione Archeologica Italiana nello Yemen per conto dell’IsMEO (poi IsIAO) aveva iniziato gli scavi a Baraqish, città carovaniera del Jawf. Gli scavi a Baraqish, sebbene con diverse interruzioni, sono proseguiti sino al 2006; in tutti quegli anni sono stati messi in luce e restaurati due magnifici templi minei, purtroppo bombardati dall’aviazione saudita il 13 settembre 2015.

Che fine hanno fatto i reperti sopravvissuti a tanti disastri? Furti e saccheggi sono paragonabili a quelli avvenuti in Iraq e poi in Siria?
La situazione è diversa. In Yemen scavi illeciti e traffici di reperti esistevano già dai primi decenni del 1900. Le stesse tribù del deserto hanno gestito scavi e vendita; naturalmente in questo periodo così difficile per il Paese, i controlli da parte delle autorità competenti sono praticamente inesistenti. I mercati di destinazione sono principalmente i Paesi del Golfo.

È ancora possibile proteggere il patrimonio culturale dello Yemen? Che cosa resta degli uffici statali sul territorio?
Esiste l’Organizzazione Generale per le Antichità e i Musei, che ha sedi dislocate in tutto il territorio yemenita, ma non ha risorse economiche per gestirle; inoltre, da due anni i funzionari non ricevono lo stipendio. Dunque non ci sono fondi e mancano completamente i controlli. Il patrimonio culturale è senza difese.

Esiste un censimento delle distruzioni avvenute finora?
Gli ultimi aggiornamenti (luglio 2018) dicono che 66 monumenti e siti, compresi moschee, mausolei, siti archeologici, musei, monumenti, storici ecc., sono stati distrutti o danneggiati. Di questi, una trentina sono stati deliberatamente fatti esplodere da estremisti islamici. I danni maggiori restano quelli dei bombardamenti. All’inizio della guerra l’Unesco aveva comunicato alla Coalizione un elenco e le coordinate di siti archeologici, moschee, musei e altri monumenti storici da salvare. Nonostante ciò, alcuni di questi siti sono stati colpiti.

È possibile sapere che cosa è rimasto nei musei e in che stato sono i siti archeologici?
Dall’inizio del conflitto l’Unesco e sponsor privati sono intervenuti con piccoli finanziamenti per l’acquisto del materiale necessario, di computer e pannelli solari per produrre energia elettrica utile al loro funzionamento, per inventariare e mettere in sicurezza i reperti. Il lavoro procede lentamente.

Sono in corso progetti per intervenire e iniziare i restauri a guerra finita?
Adesso si può fare molto poco: la cosa più importante è sensibilizzare l’opinione pubblica su quanto accade nello Yemen e su che cosa rischiamo di perdere per sempre. A questo scopo la Missione Archeologica Italiana e l’Istituto Veneto per i Beni culturali, diretto dall’architetto Renzo Ravagnan, che ha restaurato la Moschea Grande a Sana'a, e la moschea Musharafiya a Ta'izz dal 2005 al 2015, hanno organizzato convegni internazionali e mostre fotografiche ad Atlanta, Washington, Venezia, Bologna, Perugia e Torino.

Edek Osser, da Il Giornale dell'Arte numero 389, settembre 2018


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