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Disincantato persino a se stesso

«Totalmente privo di arroganza, alla mano per chiunque, si sarebbe comunque errato nel ritenerlo modesto: era ben conscio del proprio valore ma per una forma di civiltà preferiva dissimulare la sua inconfutabile supremazia intellettuale dietro la grazia e la semplicità». «Di libri ne scrisse parecchi, tutti sofferti e lungamente gestati, ma per quanto belli essi siano il suo capolavoro era il libro che a nessuno è dato scrivere: la conversazione, il serpeggiare dell'idea sfuggente captata solo un istante, l'intuizione volatile, la parola»

Roma. Lo storico dell'arte Giuliano Briganti è morto il 17 dicembre scorso, all'età di 74 anni. Laureatosi nel '40 all'Università di Roma, discutendo una tesi su Pellegrino Tibaldi con Pietro Toesca, collabora negli anni successivi con Roberto Longhi a Firenze, divenendo, dal '50 al '71, uno dei redattori della rivista «Paragone». Nel '58 figura nella Legazione delle restituzioni del Ministero degli Esteri. Nel '65 insegna Storia dell'Arte presso l'ateneo di Genova, passa nel '73 a Siena come incaricato di Storia dell'Arte Moderna, quindi nel '77 ottiene, presso la stessa università, l'incarico di Storia dell'Arte Contemporanea, infine nell '83 si trasferisce a Magistero di Roma come ordinario di Storia dell'Arte Moderna.
All'attività di studioso, ha sempre affiancato quella di critico recensore, per «L'Espresso», dal '65 al '77 e del quotidiano «la Repubblica», e quella di curatore di mostre. Tra queste «Fontainebleu e la maniera italiana» (Napoli 1952), «Michael Sweerts e i bamboccianti» (Roma 1958), «Pittura metafìsica» (Venezia 1979). E la morte lo ha rapito mentre stava progettando la mostra sul «Romanticismo. Il nuovo sentimento della natura» dal 15 maggio a Trento.
«Il Giornale dell'Arte» ha chiesto a González-Palacios, suo amico e con lui e Zeri già direttore di «Antologia di Belle Arti», di ricordarlo ai nostri lettori.

Opportunamente fu in casa di Roberto Longhi che lo incontrai per la prima volta. Mi apparve un uomo allegro ed affettuoso, l'aria trasognata, la parola ironica, lo sguardo ammiccante e capii subito che nel suo dire c'era una parte della sua anima - non tutta, ovviamente. Colpiva anche la mobilità inarrestabile della persona (ogni cosa vibrava, dai muscoli facciali al gestire delle mani, dalla irrequietezza dell'occhio al nervosismo del piede) e ancora di più la capacità immediata di stabilire un senso di calda comunicatività - lo si credeva subito amico. In questo era assai diverso dal maestro che accarezzava con la destra e fustigava con la sinistra in un continuo contrappunto di intimità e di distanza. Giuliano Briganti aveva quella sapientia cordis che metteva subito a proprio agio: con lui si era distesi e spesso ci si sentiva intelligenti. Diceva e chiedeva «che fai? che studi? che pensi di questo quadro?» e poi ancora «che bello, fai benissimo a studiare quel maestro» oppure «il quadro è brutto, hai ragione». Era magnifico essere sempre d'accordo con un uomo che già allora, più di trent'anni fa, godeva fama di essere il più dotato allievo del maestro e uno dei migliori conoscitori di Europa. Imbattibile nell'attribuzione, imbattibile nel donare sicurezza all'interlocutore; eppure il dubbio era il tema ricorrente del suo impareggiabile cervello. Giuliano (scusatemi se scrivo ora solo il suo nome, non saprei chiamarlo altrimenti) era sempre incerto su quello che pensava, forse solo gli stolti sono sicuri. Ma mi sbaglio: Longhi stupido non lo era davvero e invece, come Don Giovanni, non si pentiva mai di nulla e difendeva ogni sua idea fino in fondo. Ciò che l'ascoltatore, perlopiù meno acuto di lui, non sapeva era come Giuliano non fosse solo incerto di se stesso ma nutrisse, seppure non dicendolo mai, infiniti dubbi su colui che gli stava davanti. Qui risiedeva, io credo, il suo incantesimo: apprezzava tutto ma senza crederci fino in fondo. Non era, malgrado le devote apparenze, allievo di nessuno in quanto la sua mente mercuriale non gli consentiva di sposare causa alcuna per sempre -né causa né persona: è il prezzo o il premio che consente la libertà del pensiero. Lo amai soprattutto per queste qualità, rarissima in un Paese come il nostro dove ogni cosa deve essere sempre divisa (è Goethe ad indicarlo) fra Dio e il Diavolo. Né dei né diavoli con Giuliano ma infinite mutevolezze e tonalità. Quale riposo dopo ore di dottrina quando non di dogmi. Si poteva ammirare la scrittura scintillante di Longhi, le infallibili operazioni filologiche di Zeri ma anche la prosa giansenista di Argan o le acrobazie iconologiche di Panofsky. Libero, capisce chi legge quel che intendo dire? Non si offenda il lettore se insisto ma la libertà vera è ancor più rara fra gli intellettuali che fra i politici. Poi c'era il divertimento. Fatto di sorrisi più che di risate; la conversazione diventava un' arte di sottile malevolenza non di malvagità, di amabili caricature, non di massacri.
Conosceva un vecchio signore, un aristocratico nordico che qui chiameremo il conte Averievni: era fuggito dalla patria in subbuglio e si era dedicato a comprare tutto quello che costasse meno di una sterlina nelle aste londinesi dell'anteguerra. Visse a Roma vendendo a piccole dosi interi magazzini di cianfrusaglie, fra pranzi in ambasciate periferiche e tè danzanti; Giuliano, da ragazzo, lo aveva aiutato a stilare cataloghi ottimistici su tesori di princisbecco. «Quadro con pecore... attribuito a Palizzi? scuola Palizzi? Palizzi non firmato? Palizzi con segno di interrogazione? Dimmi, Giuliano». Il conte insisteva, Giuliano resisteva dinnanzi alle cupe pecore scozzesi, forse cedeva per disperazione. Siccome avevo conosciuto anch'io l'attempato gentiluomo decidemmo di scrivere assieme la sua autobiografia... in francese. Per noi divenne una vecchia lesbica scappata dalla capitale in fiamme, travestita da uomo e per avarizia rimasta sempre in quei panni. Il terzo capitolo, «J'apprends à me maquiller», iniziava più o meno in questo modo: «J'avais cinq ans à Minsk et je vis mon père qui mettait du rouge sur ses joues. Il mourut cette nuit». Pochi anni dopo ci capitò persino di andare all'asta dei resti della collezione del conte dove comprammo alcuni oggetti leziosi - sono ancora in via della Mercede.
Racconto qui questi piccoli aneddoti per meglio far capire come quell'uomo profondo e dubbioso potesse essere frivolo con la massima serietà, che ambedue le cose non sono affatto contraddittorie. La finta autobiografia non fu mai portata a termine come molti altri scritti di tipo letterario che Giuliano ogni tanto iniziava. Scrivere era per lui un supplizio al quale non intendeva arrendersi. Cercava di essere chiaro, di non appesantire il discorso, di levare aggettivi, di snellire le frasi... pagina dopo pagina stracciata, rifatta, un olocausto di carte riempite da una grafìa netta e tondeggiante. Nessuno dei suoi molti lettori potrà immaginare quanta fatica gli costasse dire le cose con quella arguta semplicità che inseguiva come un miraggio. Il suo ideale era quello di un honnête homme settecentesco, chiarezza e lucidità. Ma queste condizioni non gli erano del tutto naturali. Figlio dell'Ottocento, turbato dalla immaginazione dei romantici, segnato dai morbosi fantasmi di Freud, il suo cuore si divideva, forse sarebbe meglio dire si alternava, fra luci zenitali e tenebre angosciose. Se a grossi tratti gli uomini si distinguono per l'intelligenza o per lasensibilità, non è affatto comune che in una sola persona si trovi una misura paritaria di ambedue queste qualità. Ciò accadeva invece con Giuliano e il metabolismo del suo io fluttuava di continuo fra la luce e l'ombra, fra la chiarezza e l'ambiguità. Ne soffriva non poco, credo, ma così era la sua natura: vedere il sole e la luna nel contempo non è comodo per il veggente per quanto risulti affascinante per l'interlocutore. Questa costante fluttuazione non sempre risultava comprensibile e devo confessare che talvolta mi sorprendeva o mi appariva ingiusta. Non capivo, allora, come la prima vittima di questa dualità fosse lui stesso apparentemente incostante, indeciso sui propri ruoli. In un articolo scritto il giorno della sua morte, Eugenio Scalfari notava acutamente il lato femminile della mente di Giuliano: e infatti il suo carattere aveva un che di materno in quanto accoglieva e perdonava, capiva. Paterno invece non lo era mai giacché ciò avrebbe implicato un sentimento di sicurezza e di superiorità di cui Giuliano era privo. Poteva essere un fratello, un fratello maggiore trent'anni fa, un fratello minore negli ultimi tempi. Totalmente privo di arroganza, alla mano per chiunque, si sarebbe comunque errato nel ritenerlo modesto: era ben conscio del proprio valore ma per una forma di civiltà preferiva dissimulare la sua inconfutabile supremazia intellettuale dietro la grazia e la semplicità. Ho però la netta impressione che questo suo modo di porgersi fosse costruito con la stessa perizia e fatica con cui fabbricava la propria scrittura, semplicità che era figlia di estremo artifìzio. Non modestia, dunque, ma timidezza e rispetto verso lettori e amici. Lo spiritello dell'ironia e persino del sarcasmo potevano indovinarsi qualche volta nello sguardo malizioso e nei placidi sorrisi che la dicevano lunga su celati dissensi. A forza di costringersi in una simile forma di distacco finì con l'apparire disincantato persino a se stesso e non a caso il suo ultimo libro portava quell'aggettivo nel titolo.
C'era comunque in Giuliano qualcosa di un celebre personaggio di Voltaire, il senatore Poco curante: e se ho rammentato Voltaire l'ho fatto a ragion veduta. Non credo di averne mai evocato il nome col nostro amico ma sono certo che gli deve essere stato un personaggio congeniale. L'eleganza della forma non gli mancava mai, né credo di averlo visto in più di tre decadi del tutto infuriato. Preferiva scomparire e rifugiarsi in una battuta dolceamara degna di un «philosophe» ma frutto anche di disinganno e di malinconia.
Così come non adottava posizioni paterne non si atteggiava a maestro: voleva essere collega dei propri allievi e dare loro la possibilità illusoria di insegnargli qualche cosa o, tutt'al più, di scoprirla assieme a lui nello stesso tempo. Era così ben recitata questa parte che finì per diventare vera consentendo a Giuliano di imparare da chi nulla o poco sapeva, quasi a fare buono il paradosso del Bernini: si insegna a chi sa, non a chi non sa. Imparava dunque sempre, anche dall'ignoranza. Ho ripetuto un paio di volte il verbo imparare perché era questa la sua più vistosa caratteristica: non a caso il suo ultimo gesto fu di andare a cercare un libro dove avrebbe trovato risposta ad una domanda. Un libro e un cioccolatino, ghiotto sempre di leccornie di ogni genere.
Di libri ne scrisse parecchi, tutti sofferti e lungamente gestati, ma per quanto belli essi siano il suo capolavoro era il libro che a nessuno è dato scrivere: la conversazione, il serpeggiare dell'idea sfuggente captata solo un istante, l'intuizione volatile, la parola. Qui era irraggiungibile e più di Longhi e più di ogni altro critico d'arte io abbia conosciuto (e molti ne ho conosciuti) Giuliano riusciva a impadronirsi dello spirito di un capolavoro e a tradurlo in modo netto e incantevole persino coi gesti. Una sorta di mimica teatrale che non ho mai trovato in alcuno. Non si creda con questo che io voglia qui minimamente sottovalutare i suoi brillanti lavori scritti. Essi costituiscono il solido selciato di una via maestra, chiara, sicura, ariosa. Ma questo tutti già lo sapete.
I trattati sul Manierismo e sul Barocco sono davvero fonda mentali, così come gli studi sul vedutismo, sull'influsso della psiche e dell'immaginazione nella pittura, sull'arte dei bamboccianti, per non dire di quei sunti di saggezza e di arguzia che sono gli infiniti articoli occasionali apparsi su riviste, cataloghi e quotidiani. Ma è inadeguato definire con questo termine scritti che sono frutto di lunghe meditazioni e riesami profondi di materiali mille volte rivisitati. Conservo molti ritagli di questi distillati di amore e di scienza che non ha mai voluto raccogliere in volume, come ora sarebbe improrogabile fare.
Si sarà a questo punto inteso come per me sia stato un privilegio non solo conoscere per lunghi anni uno dei sommi studiosi di questo secolo, ma anche l'essere stato amico di un uomo inimitabile. Non tutto fu sempre facile, che i nostri caratteri non ubbidivano alle stesse regole né seguivano gli stessi impulsi. Ammetto però come fosse la mia intolleranza a provocare qualche pausa. Giuliano dimenticò, aiutato anche da una sensibilità legata all'hic et nunc che è capacità più italica che iberica. Seppure talvolta disincantato, seppure legato all'istante, seppure protetto da affetti e da cose, l'uomo non fu mai cinico o indifferente. Era piuttosto, affettuosamente elusivo, leggero come un'aura benefica, vicino e remoto come l'intelligenza.

di Alvar González-Palacios, da Il Giornale dell'Arte numero 107, gennaio 1993


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